Il cimitero dei portatori di sogni

L’editoriale del nuovo numero di Global Right

Sergio Segio • 28/1/2020 • Contenuti in copertina, Global Rights • 334 Viste

È online e gratuitamente scaricabile il nuovo numero di Global Rights International Magazine.

ROVI DI MARE: MEDITERRANEO, CIMITERO DEI SENZA NOME – Special Issue #2

Questo l’Editoriale

“Rovi di mare – visioni di un orizzonte in bilico” si titola la mostra d’arte, che apre il 30 gennaio a Torino, di Petra Probst e Flavio Tiberti in memoria del 3 ottobre 2013 e di tutti i naufragi che seguirono. Per l’occasione, a quella stessa e dolente memoria dedichiamo questo numero speciale di Global Rights, a ricordare, con la parola e con l’immagine, a quanti conservano empatia per l’altro e uno sguardo partecipe aperto sul mondo che il Mediterraneo è diventato un cimitero marino. Gigantesco, immenso, inesauribile, affollato di cadaveri senza pace.

Un cimitero certamente tra i più grandi del mondo. Con la particolarità che custodisce per sempre persone private di tutto in vita e della dignità di una identità nella morte. A loro, infatti, nella gran parte è stato sottratto persino il nome, che poi è quello che rende reale il cordoglio e il ricordo. I corpi nella profondità delle acque sono destinati a svanire, corrosi dall’acqua e dal sale; non potendo lasciare neppure un nome scompaiono definitivamente con il loro passato di dolore e di sogni, di ingiustizie patite e di speranze deluse di potervisi infine sottrarre.

L’anonimità dei morti rende più facile l’impunità a chi le ha causate, con opere o omissioni. E almeno questo bisogna dire e sapere: la scomparsa di così tante persone, inghiottite a decine di migliaia dal quel mare cinto di spini, non era inevitabile e non è stata accidentale. Non è la legge della natura che le ha uccise ma quelle dell’uomo. Omicida non è stata l’inclemenza delle onde bensì la volontà dei governi, ben più impietosa e colpevole.

Leggi, e solerti esecutori delle stesse, che hanno ridotto persone a povere cose, a ignota entità da rendere invisibile. Così che siamo costretti ad avere memoria, anziché di nomi, di numeri. 368 unità scomparse il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. Solo di una su dieci è stata ricostruita la storia, è stato restituito il nome. I rimanenti rimangono numeri, come altre decine di migliaia.

Numeri anche loro sfumati, presunti, inevitabilmente imprecisi, nonostante i meritevoli sforzi di ONG e di organismi internazionali che provano a documentare, a tenere giorno dopo giorno, anno dopo anno, l’impossibile conto, a denunciare l’evitabilità del quotidiano massacro. Come fa, ad esempio, UNITED for Intercultural Action, network europeo contro nazionalismo, razzismo, fascismo e sostegno a migranti e rifugiati. Che ha contato e documentato 36.570 decessi di migranti nel tentativo di entrare nella Fortezza Europa dal 1993 allo scorso 20 giugno, Giornata internazionale del rifugiato indetta dalle Nazioni Unite. Dicono gli attivisti che nella lista da loro stesa e aggiornata “NN” è l’identificazione che più ricorre. Nessun Nome. Sarà per quello che i governi poco e nulla fanno per l’identificazione dei morti: nessun nome, nessun corpo, nessun delitto, nessun colpevole.

L’enormità della strage, del resto, non ha prodotto e non produce sobbalzi minimamente registrabili nelle pubbliche opinioni europee, ancor meno negli elettorati, men che meno nei governi, che in buona parte ne sono responsabili.

Guardando al di là del Mediterraneo – ché la disumanità, invece, non conosce confini –, nessuno pare scandalizzarsi del fatto che 103mila bambini siano detenuti o trattenuti in relazione all’immigrazione negli Stati Uniti e che un numero triplo lo sia per lo stesso motivo in circa altri 80 Paesi.

Il crudele Erode si è fatto globale e il grido degli innocenti è soffocato, mentre in troppi distolgono lo sguardo e le coscienze, consentendo al sovrano poteri di vita e soprattutto di morte su chi ha avuto la sventura di nascere dal lato sbagliato delle frontiere, ma che aveva e ha i nostri stessi desideri, bisogni, diritti.

Bisogna certo smettere di guardare ai migranti come nemici e invasori, secondo i luoghi comuni razzistici in voga, ma anche di pensarli solo come vittime. C’è bisogno di equità e giustizia, non solo di solidarietà o di bontà da opporre alla cattiveria rivendicata a voce alta da certi ministri e praticata più discretamente da tanti altri. C’è bisogno di politica per cambiare le leggi omicide, per dare diritti e cittadinanza a chi migra e a chi arriva. E, prima ancora, per consentirgli di arrivare legalmente, senza rischiare la vita, senza dover pagare trafficanti, senza essere internato in campi.

Da tempo viviamo in un mondo alla rovescia, dove chi salva persone in mare o sui valichi alpini viene multato, perseguito, processato, addirittura arrestato. È avvenuto sistematicamente nei confronti delle ONG e delle loro navi in pattugliamento nel Mediterraneo, che suppliscono come possono a quelle politiche criminali e disumane che invece consegnano donne, uomini, bambini e anziani ai loro carnefici. E continua ad avvenire, come ci racconta in queste pagine Alessandro Metz, armatore della nave Mare Jonio, attiva nel progetto Mediterranea Saving Humans e attualmente sotto sequestro. Non sono ammessi testimoni, nessuno deve vedere e denunciare.

Gli aguzzini riportano così in Libia gli scampati al mare per farne nuovo traffico; nel frattempo, li torturano e stuprano nei campi di prigionia come tante volte, ma senza effetto, documentato pure dagli organismi delle Nazioni Unite. Ai complici dei trafficanti di uomini, nobilitati quali Guardie costiere, l’Italia, con fondi europei, fornisce prebende, formazione ed equipaggiamenti purché tengano quelle masse di diseredati e disperati lontani dai confini, dalla porta di ingresso della Fortezza.

L’Europa e l’Italia, insomma, paiono contentarsi che i flussi di persone che tentano di scappare da guerre, desertificazione, carestie, violenze e dittature non approdino sulle coste e nel continente. Che rimangano drammaticamente impigliati nella rete stesa (a pagamento) dalla Turchia di Erdogan, che siano trattenuti in condizioni spaventose nelle isole greche e nel Campo di Moria, che vengano braccati nei boschi della Bosnia o della Croazia, maltrattati e malmenati dalle polizie, che finiscano rinchiusi nei lager libici o bloccati ancor più indietro nel Sahel, evidentemente non importa alle autorità comunitarie.

Ma non è storia solo recente. Gli accordi con le autorità libiche e le politiche di respingimento sono cominciati con i governi Berlusconi di centrodestra, continuati da quelli Renzi e Gentiloni di centrosinistra, riprodotti certo con maggior zelo da quelli pentaleghisti e ora mantenuti, assieme ai vergognosi decreti sicurezza, dall’attuale e indefinibile coalizione di governo del Conte 2.

Si è provato pure a giustificare tutto ciò con preoccupazioni per la tenuta della democrazia di fronte ai flussi migratori. Lo ha fatto, appena l’altro ieri, il Marco Minniti ministro dell’Interno, sedicente progressista, che ha cominciato la campagna contro le ONG e ha tracciato la strada al successore Salvini. Secondo Minniti, «una sinistra moderna non può rompere un canale, diciamo, sentimentale con coloro che provano rabbia e con coloro che provano paura».

Le dilaganti paure nei confronti dei migranti e la rabbia contro gli stessi, insomma, non sarebbero solo comprensibili, non basta rintracciarne le cause economiche e sociali provando magari a correggerle, non è sufficiente giustificarle ma, di più, occorre relazionarvi sentimentalmente.
La degenerazione – in questo caso di quella ex sinistra, non della democrazia – è compiuta e probabilmente irreversibile.
Dove c’è disumanità e razzismo non si potrà mai essere democrazia. Alimentare le paure per farsene scudo e scusa dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. Contro quell’umanità che, invece, non ha timore di traversare il mare e di perdere anche la vita per cercare libertà, dignità e futuro.

Per capire come siamo arrivati a questo stato di cose, e per avere gli strumenti per ribaltarlo, bisogna allora tenacemente esercitarsi nel vizio e nel dovere della memoria, che del cambiamento è condizione.
Questo numero di Global Rights vuole essere un piccolo contributo in quella direzione.

***

Image: PETRA PROBST, ROVI DI MARE – LA FORTEZZA

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This