Libano. «Settimana della Rabbia», anche con il nuovo governo la protesta cresce

Il nuovo governo non basta. La violenta repressione della «Settimana della Rabbia» da parte della polizia. L’ombra di Amal sul caos in piazza

Pasquale Porciello * • 26/1/2020 • Internazionale • 141 Viste

Le proteste hanno accelerato la formazione dell’esecutivo di Hassan Diab, che è fatto di tecnici ma non sfugge al sistema confessionale. Per questo ai manifestanti non piace

BEIRUT.La sera di martedì 21 gennaio, a 7 giorni dallo scoppio di quella che è stata definita la «Settimana della Rabbia», il Primo Ministro libanese Hassan Diab annuncia la formazione del nuovo governo. Nel discorso alla nazione rende «onore ai manifestanti, che hanno unito il Paese e rotto le barriere tra le sette e le regioni», promette di combattere corruzione, povertà e disoccupazione grazie alla «personalità e alla capacità gestionale di questo governo».

L’INCARICO gli era stato assegnato dal Presidente della Repubblica Michel Aoun il 19 dicembre scorso, dopo le dimissioni consegnate il 29 ottobre dall’allora Premier Saad Hariri, arrivate a meno di 2 settimane dall’inizio delle proteste. È il 17 ottobre quando, in seguito alla proposta di una tassa su Whatsapp, milioni di persone si riversano nelle strade di un Libano piegato dalla più grave crisi economica dalla guerra civile (1975-90) ad oggi. La protesta paralizza il Paese intero, i manifestanti bloccano le arterie principali di collegamento e scendono in piazza anche in luoghi impensabili poco tempo prima, come la Bekaa, Tiro o Nabatieh, roccaforti dei partiti sciiti Hezbollah e Amal. La protesta è trasversale, apartitica, ma è soprattutto pacifica. Fino alla scorsa settimana.

DOPO UN PERIODO di fisiologico ridimensionamento della partecipazione popolare rispetto ai primi 2 mesi, martedì 14 gennaio riesplode violentissima la rivolta per le strade. Questa volta vengono sfasciate le vetrate delle banche e gli Atm, dato che nel frattempo la Banca centrale ha drasticamente limitato l’uso dei conti correnti e vietato i trasferimenti all’estero. Inoltre, sono introvabili dollari americani (moneta ufficiale assieme alla lira libanese e usata negli scambi commerciali con l’estero) se non al mercato nero e con una forte maggiorazione rispetto alla valuta ufficiale.

Alla «Settimana della Rabbia», che ha come luogo simbolico e fisico la capitale Beirut, la polizia risponde con molta decisione e viene accusata di forti violazioni degli standard dei diritti umani. Oltre a far uso massiccio di lacrimogeni e cannoni ad acqua, carica con violenza, spara proiettili di gomma illegali e causa ad alcuni traumi permanenti agli occhi; aspetta poi i rivoltosi negli ospedali e nei presidi medici per arrestarli o schedarli. Secondo le stime della Croce rossa libanese si tratta di centinaia di feriti in pochi giorni.

MA PERCHÉ QUESTA VIRATA violenta dopo mesi di protesta pacifica? Alcuni degli intervistati la prima sera della Settimana hanno detto di aver sentito in strada lo slogan Berri u Allah! (Berri – capo politico di Amal – e Allah!); nell’appiccare roghi, sono stati “usati” bambini/ragazzi siriani, manovalanza a bassissimo costo che vive proprio in quelle periferie della capitale controllate da Amal e Hezbollah. È difficile stabilire se c’è stato e la misura del coinvolgimento dei sostenitori di Amal in un panorama certamente più complesso. Certo è che la Settimana ha accelerato il processo di formazione di un governo mal visto da quel ceto medio così pacificamente impegnato nella rivolta.

A grandi linee la possibile strategia: fare leva sulla frustrazione diffusa dei manifestanti, estremizzare la protesta e militarizzarne i luoghi, creare disordine e paura, manipolare l’opinione pubblica, rendere necessario e accettabile un governo che ristabilisce l’ordine.

SI TRATTEREBBE DEGLI STESSI sostenitori che hanno poi preso a sprangate i manifestanti riuniti pacificamente venerdì 24 a Jnah, periferia di Beirut, nel 100°giorno della rivolta per protestare contro il nuovo governo, o a Nabatiyyeh, nel sud, entrambe roccaforti sciite. Non è la prima volta che sostenitori di Amal e Hezbollah attaccano i manifestanti; i partiti hanno sempre negato ogni coinvolgimento.
I libanesi chiedevano la fine del sistema confessionale e la sostituzione di tutta la classe politica corrotta che ha portato il Paese sull’orlo di una bancarotta – o in bancarotta non dichiarata – con un governo di tecnici che potesse mettere mano alle necessarie riforme economiche e sociali, e che lavorasse a una nuova legge elettorale proporzionale e secolare.

Ma in questa Repubblica parlamentare i seggi vengono assegnati su base confessionale con una ratio di 50:50 (cristiani:musulmani). Il Presidente della Repubblica è cristiano maronita, il Primo Ministro sunnita e il Portavoce del parlamento sciita. I gruppi politici principali sono espressione della religione – intesa come nucleo di appartenenza identitaria sociale – della comunità di riferimento, sono ancorati al territorio di origine ed esercitano una politica a gestione familiare, clientelare e corrotta.

L’annuncio del nuovo governo non ha convinto né placato i manifestanti che hanno visto le loro richieste disattese. Diab, già ministro dell’educazione (2011-14), non incarna sicuramente il cambiamento. La maggior parte dei ministri gravita nell’orbita dei partiti, quando non ne è espressione diretta. Il governo che ne è venuto fuori è probabilmente ancora di più espressione della stessa classe politica. E allora la protesta non si ferma in tutto il Libano.

DIAB SPERA ORA negli ennesimi aiuti internazionali. La dichiarazione dell’ambasciatore inglese in Libano Rampling, riassume però la posizione della maggior parte degli stati europei e degli Stati uniti: «La comunità internazionale è pronta ad aiutare, ma aspettiamo che il governo dimostri di portare avanti le riforme di cui il Paese ha bisogno».
Tutto ciò mentre scoppia il caso Mogherini, già Alto rappresentante dell’Ue per Esteri e Sicurezza (2014-19), sul mancato controllo sull’uso dei fondi stanziati dall’Ue per la crisi dei rifiuti in Libano durante il suo mandato, che potrebbe compromettere lo stanziamento di ulteriori risorse. Alternative potrebbero essere gli Emirati e il Qatar, ma il clima non è particolarmente positivo.
Le misure da adottare affinché la crisi non travolga il Paese in maniera definitiva sono drastiche e urgenti.

* Fonte: Pasquale Porciello, il manifesto

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