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Tavolo sulle pensioni. Per i sindacati: uscita da 62 anni senza ricalcolo

Tavoli Governativi. Confronto a palazzo Chigi coi partiti, Conte: «La famiglia sarà la priorità del 2020»

Massimo Franchi * • 11/2/2020 • Lavoro, economia & finanza • 175 Viste

Dialogo continuo con i sindacati sulle pensioni e via alla «fase due» con il primo tavolo di maggioranza su «occupazione e politiche di welfare».
Il governo Conte 2 per ora ascolta i desiderata di Cgil, Cisl e Uil sulla previdenza e dei quattro partiti di maggioranza – M5s, Pd, Italia Viva e Leu – sulle politiche per il lavoro. A palazzo Chigi il premier ha annunciato che «il sostegno alla famiglia è un’assoluta priorità già per il 2020. Gli obiettivi che il governo vuole perseguire sono: il riordino e il potenziamento delle misure attualmente esistenti e l’introduzione di strumenti ancora più efficaci con particolare attenzione alle famiglie numerose e a basso reddito». «Già questa settimana si definirà un percorso che tenga insieme sia il ddl Delrio in esame alla Camera sia il ddl che la ministra Bonetti sul sostegno alla famiglia. L’approfondimento tra le forze politiche e i ministri Bonetti e Catalfo dovrà definire una strategia integrata che, pur attraverso due strumenti normativi, definisca un complessivo Family Act».
Presto però dovrà dare risposte. A partire dalla richiesta dei sindacati di sapere quante risorse saranno messe per superare la Fornero. «È l’unica domanda a cui non hanno risposto», ha spiegato il leader Uil Carmelo Barbagallo.
Il terzo dei quarto tavoli sulla previdenza – il primo sulla pensione di garanzia per giovani e precari, il secondo su rivalutazioni degli assegni, l’ultimo sulla previdenza complementare è previsto per il 19 febbraio – è stato molto rapido. Meno di un’ora di esposizione da parte di Cgil, Cisl e Uil che hanno illustrato la loro proposta unitaria – praticamente la stessa dal 2015 – sulla flessibilità in uscita. La possibilità per le tutti i lavoratori di lasciare l’attività a partire dai 62 anni di età o 41 di contributi. Seguita da alcuni corollari: «Rendere strutturale l’Ape sociale e tenere conto del lavoro di cura delle donne», spiega il segretario aggiunto della Cisl Luigi Sbarra.
La riforma, hanno spiegato i sindacati, deve essere strutturale. «Per noi è importante -ha detto il segretario confederale Cgil Roberto Ghiselli – far passare l’idea di una riforma strutturale a medio lungo termine. Abbiamo proposto al governo uno schema di riforma organico. È il lavoratore che dovrebbe scegliere quando andare in pensione. Oggi la platea è completamente cambiata: o sono interamente nel sistema contributivo o hanno un quota di retributivo inferiore a un terzo del totale degli anni lavorati e dunque pensioni relativamente basse, non decurtabili».
Il governo si è detto favorevole, ma non si è sbilanciato sulle modalità.
Altro punto fermo per i sindacati: «No ad interrompere Quota 100 prima del previsto (fine 2021, ndr) e le risorse per la riforma non possono essere solo quelle che provengono dai risparmi di questa misura». Risparmi che i sindacati e Inps quantificano in 6 miliardi su tre anni: il flop Quota 100 con metà domande rispetto alle 350mila previste nel 2019 ha prodotto risparmi di 1,5 miliardi; cifra che si alzerà a 2,2 miliardi per il 2020 e il 2021. «Non possiamo accettare lo scalone di 5 anni del 2022 (dai 62 di Quota 100 ai 67 del ritorno alla Fornero,ndr), quindi tutti i risparmi di Quota 100 devono andare alla riforma», hanno detto all’unisono Cgil, Cisl e Uil.
Altro punto in comune è il no convinto all’ipotesi di ricalcolo contributivo per l’uscita verso la pensione a 64 anni – proposta vagheggiata da esponenti del governo – che comporterebbe una perdita per il lavoratore che può arrivare al 31% dell’assegno, secondo le stime della fondazione Di Vittorio della Cgil: «Il ricalcolo ha un impatto più alto per le persone che hanno un’anzianità contributiva più alta al 1995. Un lavoratore con un reddito di 23.000 euro lordi ad esempio – si legge nella ricerca – con 36 anni di contributi (dei quali 16 alla fine del 1995) e una carriera lineare vedrebbe la sua pensione passare da 1.145 euro lordi a 801 euro lordi (732 netti) e una perdita di 344 euro (30%). Calcolando la perdita sull’attesa di vita media, lo Stato “guadagnerebbe” 51.480 euro», sottolinea la Cgil.
Intanto sta per partire la prima delle commissioni tecniche già previste dal governo Gentiloni, ma poi bloccate. Entro la metà di marzo dovrebbe essere insediata quella sui lavori gravosi e usuranti per definire criteri e mansioni.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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