Corona-crisi. Quali sono i veri problemi economico-sociali strutturali

Corona-crisi. Quali sono i veri problemi economico-sociali strutturali

Si è già notato (sul manifesto del 17.4) che il dibattito Mes/ Eurobond – che sembra mettere in crisi l’Ue e il governo italiano – sta distraendo da problemi economico-sociali più strutturali, originati da squilibri preesistenti alla corona-crisi, ma che quest’ultima sta accentuando e accelerando su scala globale. Ferma rimanendo questa premessa, ulteriore confusione continua a venire dalla controversia sulle condizionalità del Mes. Se suoi prestiti al nostro paese fino a 36 miliardi non implicassero nessuna condizione oltre quella lasca e un po’ vaga stabilita nella prima parte del punto 16 del comunicato dell’Eurogruppo del 9 aprile (dovrebbero essere spesi solo «per sostenere il finanziamento interno dei costi diretti e indiretti dell’assistenza sanitaria, delle cure e della prevenzione dovuti alla crisi Covid-19»), non accettarli sarebbe uno sciocco puntiglio.

Ma nella seconda parte dello stesso punto 16 del comunicato si legge anche che «in seguito (quando sarà finita la temporanea sospensione del Fiscal compact, ndr) gli Stati membri dell’area euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, in linea con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’Ue, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle istituzioni Ue competenti». Dunque, in base agli accordi vigenti, prendere oggi soldi dal Mes – e aumentare corrispondentemente il nostro debito pubblico – implica l’impegno a «rafforzare» gli obblighi del rigore di bilancio che saranno ripristinati coerentemente alla visione di politica economica ancora dominante nell’Ue che, dal 2008, non si è limitata a schiacciare le condizioni economico-sociali greche, ma ha frenato la crescita dell’intera Eurozona.

Gli Eurobond, invece, non avrebbero le stesse conseguenze sui bilanci pubblici nazionali. Se, ad esempio, fossero emessi dalla Banca europea degli investimenti – impiegando i fondi raccolti per interventi nei sistemi economici dei vari paesi membri, magari in base alle loro necessità specifiche – i bilanci pubblici nazionali non sarebbero corrispondentemente appesantiti a detrimento delle possibili misure economico-sociali espansive. Il punto è che, a differenza degli Eurobond, il Mes è uno strumento creato dalla visione nazional-rigorista che ha frenato il superamento della crisi del 2008 nell’Ue e il suo processo unitario. Non è banale riconvertirlo prontamente, spogliandolo della sua natura rovinosa senza metterne in discussione le origini concettuali. Ma non è nemmeno escluso che la corona-crisi spinga a praticare il contrario dei Gattopardi: cambiare fingendo che nulla cambi. Anche il varo del Recovery Fund – in sostituzione degli Eurobond – potrebbe andare in questa direzione ipocrita ma utile.

Per la verità, il coronavirus ci sta introducendo a diversi altri paradossi più o meno apparenti. La logica del «divorzio» tra governi e banche centrali affermatasi nei passati anni ’80 precluse uno dei normali (fino ad allora) canali di finanziamento della spesa pubblica, quello monetario, rendendo più oneroso il debito pubblico per l’aumento dei tassi d’interesse, che gravò anche sugli investimenti privati e sulla crescita complessiva. L’autonomizzazione della banca centrale limitò non solo i deleteri opportunismi della politica, ma anche le possibilità espansive della politica fiscale che fu costretta a contenere anche le spese sociali e il contrasto alle diseguaglianze generate dai mercati globalizzati a danno dei lavoratori messi in concorrenza su scala mondiale.

Oggi, nell’Ue, l’autonomia della Bce – che in assenza di uno stato europeo non ha nemmeno formalmente un governo di riferimento (altro paradosso) – ha potuto dilatare le potenzialità del «divorzio», ma facendone un uso sorprendente. Sotto la presidenza Draghi, la Bce è diventata l’istituzione più «europeista» ed espansiva (per quanto possa la politica monetaria), anche se, per statuto, a differenza di altre grandi banche centrali, non ha obiettivi di crescita e occupazione. La Bce sta utilizzando la sua autonomia scavalcando le idiosincrasie nazionali e le controproducenti politiche rigoriste imposte dalla Germania e i suoi alleati. I suoi ingenti acquisti di titoli pubblici (oggi non condizionati dalle quote nazionali al capitale della Bce) sul mercato secondario – sempre più «comunicante» con quello primario – aiutano i governi a sostenere le condizioni d’offerta e di domanda dell’economia reale; sono misure ben più efficaci dei prestiti finanziati dal Mes o con gli Eurobond, la cui natura finanziaria è più limitata rispetto alle esigenze strutturali create dalla corona-crisi. L’inadeguatezza di molti governi europei, di tanti politici che li rappresentano e di numerosi commentatori che sguazzano nella confusione hanno reso paradossalmente apprezzabile l’autonomia dei banchieri centrali (non senza preoccupazioni per la democrazia rappresentativa).

* Fonte: Felice Roberto Pizzuti,  il manifesto



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