Riconquistare reddito e condizioni dignitose di esistenza. Intervista a Giacomo Pisani

Intervista a Giacomo Pisani, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Massimo Franchi * • 25/5/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 505 Viste

Come adeguarsi agli epocali cambiamenti nel mondo del lavoro? Come reggere alla crisi dello Stato sociale? Una possibile strada la individua Giacomo Pisani, giovane studioso italiano, autore del libro Welfare e trasformazioni del lavoro. Una via che parte dall’unione di chi ha subito la crisi economica e ne paga gli effetti nella vita quotidiana e le sue prospettive future. Come accaduto agli inizi del Novecento, in un ripetersi virtuoso, l’unione di queste persone e la solidarietà fra loro crea una speranza nel futuro. “Forme di resistenza” alla gig economy che devono però essere accompagnate da scelte politiche nette e totalmente discontinue rispetto all’austerità verso un “Reddito di esistenza” che possa garantire a tutte le persone una condizione dignitosa.

 

Rapporto Diritti Globali: Lei nel suo libro Welfare e trasformazioni del lavoro fa un excursus storico sui mutamenti dei rapporti di lavoro in parallelo con gli strumenti di Stato sociale. Nel tracciare un bilancio possiamo dire che il Welfare State è stato il vero sconfitto dalla crisi del 2009?

Giacomo Pisani: Certamente negli ultimi anni abbiamo assistito a un paradosso. Da un lato, i vecchi sistemi di protezione sociale ereditati dal cosiddetto Trentennio Glorioso (corrispondente ai trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale) si sono rivelati sempre più insufficienti a far fronte alla moltiplicazione e all’eterogeneità dei bisogni emersi con le trasformazioni sociali e produttive degli ultimi decenni. D’altro canto, le politiche europee, a seguito della crisi del 2008, hanno inseguito, nell’ambito di una filosofia tecnocratica ed economicista, le ragioni dell’efficienza e della competitività. In questo quadro, il paradigma dell’austerity ha gravato sulle politiche sociali di quei Paesi, come l’Italia, la Spagna e la Grecia, in perenne stato di “inadeguatezza” e “incapacità”, per i quali il debito si è trasformato in un dispositivo di colpevolizzazione.

In questi Paesi, il settore che, negli ultimi anni, più ha risentito dei tagli a opera delle politiche di austerity è stato proprio quello del welfare. Le misure più bersagliate sono state, come ha ben messo in evidenza la sociologa Chiara Saraceno, quelle di sostegno al reddito, con la restrizione dei soggetti beneficiari e l’acuirsi di una retorica centrata sul demerito e sull’incapacità di chi resta escluso dal mercato e non è in grado di provvedere ai propri bisogni fondamentali.

 

RDG: Analizzando le nuove forme di lavoro della cosiddetta sharing economy e delle economie di piattaforma si scopre che esistono nuove forme di solidarietà dal basso fra i lavoratori. Possiamo considerarle le mutue e le cooperative del terzo millennio?

GP: Mi sembra un paragone interessante. La pervasività del mercato, oggi, tende a ridurre ogni margine di autonomia da parte dei soggetti, la cui libertà è iscritta entro i parametri dell’interesse economico. Eppure, si assiste sempre più spesso alla nascita di esperienze che, sfruttando codici, regole e ambiti presidiati dal mercato, si appropriano di spazi di decisione, ridisegnando in molti casi la produzione nel senso della condivisione, della cooperazione, della solidarietà, della partecipazione, dell’autogestione. Più che costruire isole incontaminate al di fuori del mercato, queste esperienze si collocano immediatamente nel solco della tensione coi rapporti di produzione, eccedendoli nella materialità delle forze produttive e delle strategie di gestione che mettono in campo. Sicuramente si tratta di forme di resistenza da cui possono scaturire esiti interessanti.

 

RDG: Il quadro è però molto complicato per i nuovi lavoratori. E per questo lei arriva a tratteggiare la necessità di un “reddito di esistenza”. In giro per il mondo esistono strumenti simili con nomi diversi: come distinguerli e soppesarne l’efficacia?

GP: In generale, le forme di reddito presenti in Europa hanno tutte carattere “lavorista”, essendo dirette a includere socialmente e professionalmente il beneficiario. Non si tratta di misure universali, su cui tutti possano contare. Si tratta di misure dirette a particolari categorie di persone – disoccupati, minori, poveri assoluti, eccetera – che a causa della situazione economica in cui si trovano sono scivolate al di fuori delle possibilità che il mercato mette a disposizione. Tali dispositivi prevedono forme di condizionalità diverse, finalizzate alla “riattivazione” del beneficiario.

Tuttavia, negli ultimi anni si sta assistendo alla sperimentazione di forme di reddito di base incondizionato – che io chiamo, appunto, “reddito di esistenza” – in più parti del mondo. Il reddito di esistenza universale è innanzitutto il riconoscimento della possibilità della persona di esistere dignitosamente indipendentemente dal posto che ciascuno occupa all’interno del mercato. Perché se persino la sopravvivenza è costretta all’interno del mercato, quest’ultimo, piuttosto che configurarsi nei termini di un campo di possibilità attraversabile e modificabile, costituisce l’articolazione assoluta e inespugnabile della realtà. Diversamente, esso non può essere considerato come un dispositivo immodificabile, ma va declinato nei contesti sociali a seconda dei rapporti di forza che si creano e dalla forza politica che riescono a esercitare i soggetti che lo rivendicano. Nei contesti in cui si rende necessario ridimensionare il dispositivo, è sempre importante considerare l’ambivalenza che lo caratterizza sul piano della condizionalità, il cui tasso più o meno alto può determinare il suo rovesciamento da strumento di libertà ad arma di ricatto.

 

RDG: In Italia è arrivato il “reddito di cittadinanza” da molti considerato un semplice “sussidio condizionato”, tra l’altro a livello familiare e non individuale. Qual è il suo giudizio sullo strumento? La sua implementazione sta funzionando? Non era meglio allargare l’applicazione del precedente Reddito di inclusione?

GP: Il reddito di cittadinanza, pur prevedendo una disponibilità di risorse di gran lunga maggiore rispetto al ReI (Reddito di inclusione), ne condivide l’impianto «abilitante» al lavoro, considerato l’unico fattore di realizzazione della persona. Esso aggiunge la possibilità da parte del beneficiario di rifiutare fino a due offerte di lavoro «congrue», laddove la congruità è definita anche in relazione alle esperienze e alle competenze maturate, oltre che alla distanza dal domicilio, alla durata della disoccupazione e alla retribuzione. Il beneficiario è inoltre tenuto a offrire, nell’ambito di un «patto per il lavoro e per l’inclusione sociale», una serie di servizi utili alla collettività, e a svolgere ricerca attiva del lavoro. Il reddito di cittadinanza, inoltre, circoscrive le possibilità di spesa al soddisfacimento delle esigenze previste dalla «carta acquisti», attraverso la quale è erogato il beneficio.

Per quanto sia ancora da verificare il modo in cui si andranno strutturando i percorsi di inclusione, sembra che tale dispositivo non faccia i conti con l’attuale insufficienza dello Stato nella regolazione di un mercato che ha sempre più carattere transnazionale. Ciò renderà estremamente difficile la creazione di lavoro “congruo”, che non può che passare attraverso un progetto politico di trasformazione radicale.

 

RDG: Il sindacato – sia in Italia che in Europa e più in generale nel mondo – in questi anni ha faticato a rapportarsi su questi temi e a dialogare e rappresentare le giovani generazioni alle prese con la gig economy. È un gap che si sta colmando?

GP: Credo che la gig economy ci metta di fronte a sfide totalmente inedite, rispetto alle quali gli strumenti propri della mediazione sindacale classica risultano totalmente inadeguati. Assistiamo, ad esempio, alla valorizzazione degli scambi su piattaforme digitali, attraverso forme di re-intermediazione favorite da algoritmi informatici spesso opachi. Inoltre, ad essere messe a valore sono sempre più anche le funzioni che eccedono i rapporti contrattuali, nell’ambito di un’estensione dell’accumulazione privata alla sfera sociale in generale. È forse necessario, in questo quadro, provare a cambiare le proprie categorie rispetto a una realtà in trasformazione, cercando di dar forza alla decisione dei soggetti in carne e ossa oltre un mercato che rischia di vincolare a sé ogni decisione. Su questo fronte i sindacati si sono mossi per lungo tempo in maniera impacciata, anche se ultimamente qualcuno inizia a riaffacciarsi al mondo reale.

 

RGB: L’ultima parte del suo libro affronta un binomio di condizioni dei lavoratori delle piattaforme – servitù e autonomia – che mette i brividi. È questo il futuro del lavoro? Saremo sempre più indipendenti ma allo stesso tempo soggiogati dai datori di lavoro e dalla società?

GP: Effettivamente lo scenario che ci si presenta dinanzi agli occhi sembra lasciare poche speranze. Eppure, è al contempo vero che il mercato è sempre più “dipendente” dall’iniziativa e dalla creatività dei soggetti. Allora c’è forse da mettere a frutto questo potenziale, indirizzando questa effervescenza verso la costruzione di un orizzonte in cui le persone non siano schiave, ma protagoniste della loro storia. Per questo, però, è necessario portare il conflitto al fondo delle contraddizioni che oggi investono il mercato, rifuggendo il ripiegamento in isole felici e conquistando spazi di decisione e di progettazione democratica e condivisa della realtà. Le esperienze che vanno in questa direzione, del resto, sono già tante in tutto il mondo. Non c’è sicuramente da sottovalutare la situazione, ma è anche il caso di non perdere il coraggio e la gioia di trasformare le cose.

 

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Giacomo Pisani: nato a Molfetta nel 1989, si è laureato in Filosofia presso l’Università di Bari. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università di Torino. Nei suoi interessi di ricerca rientrano Marx e il marxismo, la filosofia contemporanea, il rapporto fra lavoro e welfare, il reddito di base e le nuove forme di produzione e di cooperazione. Giornalista pubblicista, collabora con numerose riviste e cura un blog dal titolo Il surfista di Malibù per “L’Espresso”. Tra le sue pubblicazioni: Welfare e trasformazioni del lavoro (Ediesse, 2019); Le ragioni del reddito di esistenza universale (ombre corte, Verona, 2014); Il gergo della postmodernità (Unicopli, Milano, 2012), oltre a numerosi saggi e articoli scientifici.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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