Morire di carcere nell’epoca del coronavirus

Il rischio che si sta correndo nelle carceri in questo tempo malato è l’ecatombe. Va detto ad alta voce, perché troppi non vogliono vedere e sapere. E soprattutto, chi ne ha il potere e il dovere, non sembra voler provvedere

Franco Corleone * • 19/3/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina • 307 Viste

Il rischio che si sta correndo nelle carceri in questo tempo malato è l’ecatombe. Va detto a chiare lettere e ad alta voce, perché troppi non vogliono vedere e sapere. E soprattutto, chi ne ha il potere e il dovere, non sembra voler provvedere. Ciò accade per la situazione obiettivamente drammatica e difficile che questo maledetto virus ha creato nel mondo e – in modo almeno per il momento più tragico e accentuato – in Italia, ferita da oltre 30mila contati e 2500 decessi. Anche e assieme, per non dire soprattutto, le carceri si trovano a rischio tracollo per gli errori catastrofici sin qui commessi dal ministro della Giustizia e dal vertice del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Mancata prevenzione, scarsa lungimiranza, incompetenze, comunicazione imprecisa, disattenta o sbagliata. L’ultima lunedì 17 marzo sera, con una nota del DAP che, confermando la notizia del primo caso di positività al Covid-19 di un detenuto nella Casa circondariale di Voghera, ha aggiunto un inciso esplosivo, dagli effetti imprevedibili, come ben immagina chiunque capisca qualcosa di carcere e della contagiosità della paura, specie se costretti in luoghi chiusi e affollati: «Si tratta di uno dei rari casi, dieci fin qui, di positività che sono stati riscontrati fra i detenuti sull’intero territorio nazionale in oltre venti giorni», ha comunicato il DAP.
Una nuova proverbiale scintilla lasciata distrattamente cadere in una polveriera. Si tratta di una reiterazione diabolica, dopo i disordini degli scorsi giorni.
Per confermare il caso di Voghera, insomma, il DAP comunica per la prima volta l’esistenza di altri nove detenuti colpiti dal virus, senza premurarsi contestualmente di fornire dettagli e rassicurazioni, sui luoghi, le ipotesi sulle origini ed eventuali rischi di estensione del contagio, sulle modalità di isolamento e trattamento dei reclusi risultati positivi. Magari lo farà in seguito, ma intanto la miccia è stata accesa, con la diffusione della notizia nei telegiornali della sera.
Lo stesso era accaduto nei giorni scorsi con la relazione al Parlamento da parte del ministro Bonafede: approssimata, lacunosa, reticente. E dunque pericolosa. Senza che, peraltro, alcun parlamentare abbia ritenuto di eccepire, di esigere le informazioni e i dettagli che il ministro aveva colpevolmente e incredibilmente omesso.
I vertici politici e amministrativi delle carceri sono così riusciti in una impresa straordinaria: siamo tornati ai detenuti sui tetti, alle rivolte che avevamo visto quaranta o cinquanta anni fa, alla disperazione, alla violenza e alla repressione. E al silenzio di Stato.
La morte di tredicipersone (9 detenute a Modena, di cui 4 dopo il trasferimento; 3 a Rieti; 1 a Bologna) è stata archiviata come un dettaglio irrilevante, forse perché “stranieri” e “tossicodipendenti”, almeno secondo le parzialissime, e altrettanto lacunose e omissive, informazioni di stampa. Di quelle 13 persone per molti giorni non sono stati neppure diffusi i nomi. Trattati come morti anonime, simili alle tante migliaia lasciate altrettanto colpevolmente morire nel cimitero marino del Mediterraneo.
Intanto, un altro detenuto si è suicidato a Porto Azzurro, uno è morto a Udine: corpi a perdere.
Garanti delle persone private della libertà, magistrati di sorveglianza, operatori, associazioni e volontari, chiunque abbia buon senso e non sia accecato dal populismo penale (come purtroppo parte non piccola e anzi crescente delle forze politiche e dei loro rappresentanti in Parlamento) chiedono da tempo, e con più urgenza in questi giorni, provvedimenti seri e tempestivi per consentire l’uscita dal carcere in affidamento sociale o in detenzione domiciliare a quelle migliaia di persone attualmente recluse con pene, o residue di pene, brevi da scontare.
Il governo invece ha disposto misure ridicole, palliativi, che rischiano di alimentare in chi è chiuso in una cella – per giunta sovraffollata –paura e disperazione, e dunque poi facilmente anche rabbia, con grandi rischi per la salute e per la convivenza in un momento delicatissimo.
Bisogna pure necessariamente ricordare che il sovraffollamento è in buona parte determinato dalla legge antidroga in vigore, decennale parto insano e criminogeno di una visione ideologica, proibizionistae a-scientifica promossa o sposata da diversi partiti e governi succedutisi nel tempo.
Certo è difficile che rivedere quella normativa diventi una scelta di questo governo che, per bocca della ministra Lamorgese, solo un mese fa annunciava un decreto per mandare in galera anche i responsabili di fatti di lieve entità. Ricalcando così le orme e l’impostazione in materia del governo e ministro precedenti, quel Salvini che evidentemente ha fatto scuola.
Tutto ciò ha prodotto la situazione disastrosa di oggi. Anche perché nessun responsabile si dimette o viene rimosso. Se mai, prima o poi, viene promosso (do you remember Genova 2001?)
Il diritto alla vita e alla salute è maggiormente in pericolo nel luogo proprio dove le persone sono affidate allo Stato; quei diritti costituzionali sono attribuiti al servizio sanitario nazionale, ma le Regioni sono distratte e poco sensibili.
Da qui, da queste consapevolezze, dobbiamo partire. Anzi, ripartire. Dalla Costituzione e da una visione del carcere e della pena centrata sul reinserimento sociale.
Anche per rinverdire questa cultura, quella del “liberarsi dalla necessità del carcere”, sta nascendo – e speriamo che, con il concorso di molti riesca presto a decollare e a produrre risultati – questo Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere.
Perché non c’è riforma e cambiamento possibili se la prigione continua a essere non solo una discarica sociale, ma anche un antro buio e opaco, dove i suoi responsabili non sono chiamati alla chiarezza, alla responsabilità, alla legalità.
Verità e giustizia, dunque. Il Parlamento faccia il suo mestiere e chieda conto. Chi ne ha l’obbligo istituzionale risponda, non gli sia più consentito di balbettare o di omettere come ha fatto sinora.
Noi, come associazioni, come Garanti, come cittadini impegnati, continueremo a fare il nostro dovere e tutto ciò che ci sembra necessario per sollecitare, denunciare, approfondire.

 

*editoriale del primo numero della Newsletter del Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere.

Qui la Newsletter: https://mailchi.mp/25e4e63742b9/oltre-500-adesioni-per-la-verit-e-la-giustizia-sulle-morti-nelle-carceri-newsletter-1-18-marzo-2020?e=a4b82adc55

Per ricevere i prossimi numeri via mail è sufficiente aderire all’appello:

Morti nelle carceri. Appello per un Comitato di verità e giustizia

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