La Consulta aumenta il misero assegno per gli invalidi totali

La legge prevedeva un assegno mensile di aiuto di soli 285,66 euro al mese. Ora la Corte ha affermato che l’incremento a 516,46 euro “debba essere assicurato agli invalidi civili totali”

Riccardo Chiari * • 25/6/2020 • Welfare & Politiche sociali • 368 Viste

Per una persona invalida e totalmente non autosufficiente, nel caso in questione affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace delle più elementari azioni quotidiane e anche di comunicare con l’esterno, fino ad oggi la legge prevedeva un assegno mensile di aiuto di appena 285,66 euro al mese. Meno di 10 euro al giorno. In altre parole tutto il peso dell’assistenza era lasciato alla famiglia. Ora la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi dalla Corte di appello di Torino che aveva sollevato il caso di legittimità, ha ritenuto “violato il diritto al mantenimento, che la Costituzione all’articolo 38 garantisce agli inabili”.

La Consulta ha affermato così che almeno il cosiddetto “incremento al milione” (in vecchie lire), pari a 516,46 euro, da tempo riconosciuto per vari trattamenti pensionistici dalla legge 448 del 2011, “debba essere assicurato agli invalidi civili totali” di cui parla la legge 118 del 1971. Questo “senza attendere il raggiungimento del sessantesimo anno di età, attualmente previsto dalla legge”. Un, pur minimo, aiuto in più.
Nell’articolo 38 richiamato dalla Consulta, da ricordare per la sua lungimiranza, “Ogni cittadino inabile al lavoro, e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera”. Da questi assunti, la constatazione che l’attuale assegno di aiuto non è sufficiente “a soddisfare i bisogni primari della vita”.
La decisione – spiega l’ufficio stampa della Consulta in attesa del deposito della sentenza, previsto per le prossime settimane – porta dunque a dover assicurare l’incremento a 516,46 euro a tutti gli invalidi civili totali che abbiano compiuto i 18 anni. E che non godano – attenzione – di redditi su base annua pari o superiori a 6.713,98 euro. La Corte ha inoltre stabilito che la pronuncia non avrà effetto retroattivo, e che dunque dovrà applicarsi soltanto per il futuro, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale.
Resta comunque ferma “la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti – annota ancora la Corte – purché idonee a garantire agli invalidi civili totali l’effettività dei diritti loro riconosciuti dalla Costituzione”.
In sostanza si ha quindi l’equiparazione dell’assegno anche, ad esempio, alla cosiddetta “indennità di accompagnamento”, di 516 euro e spiccioli, erogata dall’Inps e corrisposta soltanto agli invalidi al 100% che hanno bisogno di un supporto continuo. Un aiuto che viene concesso ai malati di demenza senile dopo una specifica visita, durante la quale vengono accertate le condizioni che determinano l’impossibilità di compiere le azioni più elementari.
Sull’argomento, i giudici di Torino avevano segnalato anche una una violazione del principio di uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione. Questo perché non appariva corretta la differenza fra l’assegno da 285 euro per gli invalidi completamente non autosufficienti, e l’assegno sociale per chi ha più di 66 anni e un reddito molto basso. In entrambi i casi peraltro si parla di somme davvero misere.
Fra i primi a commentare la decisione della Corte Costituzionale c’è stata l’associazione Luca Coscioni: “Bene l’intervento della Consulta a favore della lotta alle discriminazioni che ostacolano ulteriormente la vita delle persone con disabilita – hanno osservato Filomena Gallo e Rocco Berardo – ma c’è la necessità di non fermarsi a sovvenzionare i tanti casi che certamente hanno bisogno di un aiuto dello Stato, e avere una visione più ampia del problema, prevedendo gli investimenti promessi a villa Pamphili agli Stati generali. Questo è tanto più urgente e necessario, anche in ragione dell’avanzamento della vita media delle persone”.

* Fonte: Riccardo Chiari,  il manifesto

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