Dopo sette anni di regime al-Sisi, l’Egitto sempre più schiavo dell’esercito

Nelle celebrazioni governative mancano i reali risultati del golpe: povertà e repressione, Covid in crescita e carceri sovraffollate. Il 60% degli egiziani vive in miseria, mentre i militari sono oggi l’élite economica e politica del paese

Chiara Cruciati * • 4/7/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 283 Viste

I sette anni dal golpe dell’allora generale Abdel Fattah al-Sisi sono stati segnati dalle prime riaperture: l’aeroporto del Cairo giovedì ha visto partire e atterrare 113 voli, interni e internazionali, e cinque musei e otto siti archeologici, tra cui le piramidi di Giza, hanno accolto i turisti.

Eppure l’epidemia di Covid-19 balza in avanti: ieri +1.485 casi, che portano il totale ufficiale a oltre 71mila, e 86 decessi in più che si sommano alle 3mila vittime finora registrate. Il sistema sanitario, lo hanno denunciato medici e infermieri pagando con licenziamenti e detenzioni, è al collasso, vittima di anni di tagli e noncuranza.

DI TUTTO QUESTO le celebrazioni del governo per quella che chiama «la rivoluzione del 30 giugno» non tengono conto. Il riferimento è alle proteste dell’estate 2013 che vide protagonisti gli stessi egiziani che due anni e mezzo prima avevano riempito piazza Tahrir e fatto cadere il trentennale regime di Hosni Mubarak.

Qualche giorno dopo, il 3 luglio, l’allora ministro della Difesa al-Sisi assumeva il potere destituendo il primo presidente democraticamente eletto d’Egitto, Mohammed Morsi. All’epoca si festeggiò, lo fece anche la sinistra egiziana: Morsi e la sua Fratellanza Musulmana avevano tradito la rivoluzione del 2011 con leggi liberticide.

I festeggiamenti durarono poco, un mese dopo il massacro di sostenitori dei Fratelli musulmani in piazza Rabaa svelava i tratti del nuovo regime.

Le celebrazioni mediatiche di questi giorni non tengono conto nemmeno – com’è ovvio – dell’ultimo schiaffo in faccia a Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna incarcerato dal 7 febbraio scorso.

Il 28 giugno sarebbe dovuto comparire davanti alla Corte penale per i reati minori perché un giudice decidesse dell’ormai lunghissima detenzione cautelare a cui è sottoposto: «L’udienza doveva essere tenuta davanti a un giudice per la prima volta – riporta la pagina Facebook “Patrick Libero” – La sessione è stata rinviata, ancora una volta, al 12 luglio». Senza avvocati presenti.

Intanto le tv e i giornali, filo-governativi (al-Sisi ha imbavagliato la stampa e messo al bando circa 60 siti di informazione indipendente), celebravano i mega progetti infrastrutturali, dall’allargamento di Suez a New Cairo, e le vittorie sul terrorismo, categoria i cui confini sono stati allargati a dismisura con leggi apposite che puniscono chiunque critichi il regime.

In televisione e in radio scorrono senza soluzione di continuità i messaggi di esaltazione della «gloriosa rivoluzione», mentre i talk show invitano estimatori del regime a incensarne l’operato.

DAL QUADRO SCOMPAIONO le reali «missions accomplished» del più brutale governo che gli egiziani abbiano mai sperimentato: 19 nuove prigioni costruite dal 2013; 60mila prigionieri politici su una popolazione carceraria di 140mila unità con istituiti di pena sovraffollati, tra il 160% e il 300% in più della loro capacità (13 i detenuti morti a giugno per mancanza di cure mediche, secondo il centro Al-Nadim); tre egiziani su dieci sotto la soglia di povertà e altrettanti appena sopra; spese folli per progetti infrastrutturali e armi (ne scrivevamo su queste pagine lo scorso 13 giugno) coperte con i prestiti del Fmi, condizionati a riforme lacrime e sangue che hanno fatto scomparire la classe media; un debito pubblico triplicato, da 112 miliardi di dollari del 2014 agli attuali 321.

Ci si impoverisce, con aumenti di tasse e tagli dei sussidi per i più poveri, mentre l’élite si arricchisce. Un’élite che coincide con la galassia di potere che tiene al suo posto il presidente al-Sisi: l’esercito e i servizi segreti.

Da esponente delle forze armate e privo di un partito proprio, al-Sisi lavora alacremente da sette anni, e con successo, alla creazione di un sistema militare in senso sia politico che economico: l’Egitto è oggi uno Stato al servizio del suo esercito.

SE LA FETTA DI ECONOMIA interna controllata dalle forze armate è costantemente cresciuta – attestandosi, secondo stime, a un 40% di Pil – si moltiplicano gli appalti affidati direttamente alle ditte dell’esercito, senza che un controllo indipendente ne freni l’avanzata a tutela dei privati.

E mentre vedono crescere, grazie allo shopping di armi, la loro potenza di fuoco, i militari godono di un sistema giuridico che permette un controllo sociale pressoché totale, un groviglio di leggi anti-sciopero e anti-dissenso che fa il paio con la tradizionale macchina dello spionaggio interno. E che tiene l’Egitto in prigione.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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