Tunisia, Di Maio blocca gli aiuti sino a che non verranno fermati i migranti

Sei milioni e mezzo di euro fermi finché Tunisi non fermerà le partenze dei migranti

Leo Lancari * • 1/8/2020 • Immigrati & Rifugiati • 376 Viste

Da un lato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese chiede alla Tunisia maggiore collaborazione nel fermare le partenze dei migranti in cambio di aiuti economici, sia italiani che europei. Dall’altro il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiede al Comitato per la cooperazione allo sviluppo di bloccare i fondi destinati sempre alla Tunisia per progetti che dovrebbero aiutare la ripresa economica del Paese, dando così la possibilità ai tunisini di non dover emigrare. Per la precisione 6,5 milioni di euro che andrebbero tenuti fermi fino a quando, ha spiegato Di Maio, non si vedrà la «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine in materia migratoria».

È a dir poco altalenante la politica assunta dal governo nei confronti della Tunisia. «Una babele in cui si dice tutto e il contrario di tutto», ha gioco facile nell’attaccarla la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini. Il fatto è che, terrorizzato di vedere Matteo Salvini salire nei sondaggi cavalcando un’inesistente emergenza sbarchi, il M5S fa di tutto per rassicurare l’opinione pubblica e, allo stesso tempo, quanti all’interno del Movimento sul tema si sentono più vicini al leader leghista. Così mentre Di Maio, oltre a bloccare i finanziamenti, in un’intervista al Corriere della sera spiega che vorrebbe che le autorità tunisine «sequestrino e mettano fuori uso barchini e gommoni utilizzati per le traversate», il capo politico Vito Crimi si affretta a rassicurare che da parte del Movimento non ci sarà nessun cedimento: «Dobbiamo dare il segnale che non ci saranno politiche più morbide – spiega – . Il primo messaggio riguarda i rimpatri: il ministro dell’Interno e il ministro degli Esteri stanno lavorando su questo». E poi, parlando dei tunisini che rappresentano un terzo degli arrivi in Italia: «Chi non ha diritto di rimanere, deve tornare nel proprio Paese».

La Tunisia è stata anche al centro del colloquio avuto ieri dalla Lamorgese con il collega francese Gérald Darmanin. «Faremo di tutto per portare in Europa posizioni comuni anche sui rimpatri» ha spiegato la ministra, aggiungendo di voler tornare nel Paese africano insieme alla commissaria europea gli Affari interni Yilva Johansson. La titolare del Viminale ha poi annunciato l’arrivo in Sicilia di una nave da 700 posti per la quarantena dei migranti.

Intanto il Pd si divide sull’accordo raggiunto dalla maggioranza sulle modifiche ai decreti sicurezza. In particolare a Matteo Orfini non è piaciuta la decisione di rimandare il nuovo provvedimento che dovrebbe archiviare definitivamente i decreti salviniani a dopo l’estate. «Se davvero c’è l’accordo perché rinviare tutto a settembre?», ha chiesto il parlamentare. «Chiedo a Conte e al governo di passare dagli annunci ai fatti e di approvare le modifiche al prossimi consiglio dei ministri. O, ancora una volta, stiamo solo facendo finta?».

Tra le novità del nuovo decreto c’è la cancellazione delle multe milionarie per le navi delle ong che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque nazionali. Le sanzioni non spariscono però completamente, come chiesto da più parti. Da amministrativo l’illecito torna penale, come previsto dal codice di navigazione, con pene fino a due anni di reclusione e una multa compresa tra i 10 mila e i 50 mila euro. Al contrario di quanto previsto dai decreti di Salvini, a comminarla non sarà un prefetto ma un giudice la termine di un eventuale processo. Scende inoltre da 4 a 3 anni il termine massimo per la conclusione dell’iter burocratico per la concessione della cittadinanza, mentre viene allargato il numero dei casi in cui è possibile vedersi riconosciuta la protezione umanitaria. Inoltre il permesso di soggiorno per protezione speciale potrà essere convertito in permesso di lavoro. Infine i richiedenti asilo potranno di nuovo iscriversi all’anagrafe e richiedere una carta di identità. Questa possibilità, cancellata dai decreti sicurezza, era stata giudicata incostituzionale dalla Consulta. «Negare l’iscrizione all’anagrafe a chi dimora abitualmente in Italia – è spiegato nelle motivazioni della sentenza depositate ieri – significa trattare in modo differenziato e indubbiamente peggiorativo, senza una ragionevole giustificazione, una particolare categoria di stranieri».

* Fonte: Leo Lancari, il manifesto

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