Moni Ovadia: non so chi siano i 36 Giusti, ma so che Gino è uno di loro

Moni Ovadia: non so chi siano i 36 Giusti, ma so che Gino è uno di loro

Gino Strada. Quel che dava più senso alla sua attività era la sala operatoria. Mi confidò che i suoi momenti migliori li trascorreva operando, anche fino a sedici ore in un giorno

Tutti noi che crediamo nel valore integro, sacrale della vita umana, tutti noi che ripudiamo radicalmente la guerra e suoi osceni travestimenti, tutti noi che crediamo con la forza di una fede nella dignità di ogni essere umano, nei suoi inviolabili diritti civili e sociali, che sosteniamo il bene comune come priorità assoluta e riteniamo pertanto che il finanziamento pubblico debba essere destinato ad esso a partire dalla sanità pubblica. La sua voce, quando parlava di questi temi era unica per autorevolezza, per verità.

Le sue parole asciutte, semplici, logiche erano inopponibili per la forza tragica di chi ha visto le carni maciullate di folle di vittime innocenti e non, per opera delle guerre, di quelle umanitarie, delle armi intelligenti, degli effetti collaterali, di giocattoli perfidamente esplosivi.

Parlava a muso duro il dottor Strada, chirurgo di guerra, con quella sua straordinaria faccia pesta segno inequivocabile della dedizione ai suoi pazienti e al suo magistero. Anche in televisione resisteva all’allisciamento patinato che fa, anche dei migliori, figurette lustre di talk show pletorici, monotoni e mediocri. Lui con quella faccia per niente “simpatica” e men che meno corriva e con quella sua espressione da Sestese/Milanese incazzato risultava come una pietra lanciata contro lo schermo e svegliava le coscienze assopite dei teleutenti in coma sui sofà. Gino Strada era radicato nella grande cultura antifascista della “Stalingrado” operaia, la Sesto san Giovani alle porte di quella Milano medaglia d’oro della Resistenza che ha nutrito le migliori intelligenze del dopoguerra.

La classe operaia è stata l’unica classe in quanto tale che sia stata portatrice di valori universali. Di questa eredità Strada si è fatto portatore ed interprete come fondatore di Emergency e come chirurgo di guerra. Si perché Gino era prima di tutto un medico. Certo svolgeva un’intensa attività come front man dell’associazione a cui aveva dato vita insieme alla moglie Teresa, ma ciò che dava più senso alla sua attività era il lavoro di sala operatoria. Un giorno mi confidò che i suoi momenti migliori erano quelli che trascorreva operando, fino a sedici ore in un solo giorno. E i momenti di gioia li viveva quando, dopo avere operato al cuore un fantolino e dopo avergli abbassato la temperatura per rallentare il battito cardiaco al fine di fare l’intervento, lo riportava alla sua temperatura naturale e assisteva alla ripresa del battito regolare in quel cuoricino riportato alla vita in salute. Questo era l’uomo di cui migliaia e migliaia di donne e uomini oggi piangono la prematura scomparsa, prematura, si, perché avrebbe dovuto vivere in eterno.

Così pensavo anch’io, eravamo amici, lo eravamo diventati dal primo incontro, dopo un recital al PalaVobis a Milano a cui lui aveva assistito insieme a sua moglie Teresa. Casualmente mia moglie Elisa si era seduta al loro stesso tavolino, fu lei che me li presentò. Ci raccontarono del loro progetto di Emergency chiedendo il nostro sostegno. Fu un colpo di fulmine. Non ci siamo più lasciati. Neppure ora che la morte fisica ce lo ha portato via, lui vive in noi e con noi e non è una formula retorica. È impossibile dimenticare Gino Strada!

Quando ci incontravamo con amici si rivolgeva a me con l’epiteto affettuoso “vecchio giudio” al quale io rispondevo altrettanto affettuosamente chiamandolo “segaossa”. Il suo amico, vecchio giudio, vuole dedicargli una riflessione che proviene rapsodicamente dal mio retroterra dell’esilio ebraico. Una tradizione khassidica afferma che il mondo si sostiene su 36 giusti, si chiamano lamedvavnik, dalle lettere ebraiche lamed e vav che formano insieme il numero trentasei.

Non si sa chi siano, a quale ceto appartengano, se siano semplici o con una alta formazione culturale, ma hanno una caratteristica comune. Sanno che la relazione sociale e umana muovono a partire dall’altro da sé, che il riconoscimento e l’accoglimento dell’alterità è valore primo. Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine. L’altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato. Gino percepiva immediatamente la sofferenza e accorreva a costo di qualsiasi rischio per lenire il dolore, per curarlo. E c’era chi trovava il modo di calunniarlo.

* Fonte: Moni Ovadia, il manifesto



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