Sfratti in vista: sono decine di migliaia le famiglie a rischio

Sfratti in vista: sono decine di migliaia le famiglie a rischio

Casa. Per la Corte costituzionale il blocco era legittimo, ma deve avere un termine

Il blocco degli sfratti causa pandemia era legittimo, ma deve avere un termine. A meno che il legislatore non decide che ci troviamo ancora in condizioni di emergenza e operi di conseguenza. Questo è il succo delle motivazioni con le quali la Corte costituzionale ha rigettato le censure al provvedimento che fermava gli sfratti per morosità ma ha spiegato che questa destinata ad esaurirsi entro il 31 dicembre 2021, «senza possibilità di ulteriore proroga, avendo la compressione del diritto di proprietà raggiunto il limite massimo di tollerabilità, pur considerando la sua funzione sociale (articolo 42, secondo comma, della Costituzione)».

In realtà, gli sfratti sono già ricominciati. Il rinvio fino alla fine dell’anno cui fa riferimento la Consulta vale per i provvedimenti degli ultimi scaglioni. Quelli emessi mesi fa sono già esecutivi. Per questo, di fronte a uno stillicidio di nuclei familiari messi per strada, i sindacati degli inquilini e i movimenti per il diritto all’abitare da settimane tentano di bloccare gli ufficiali giudiziari con picchetti e manifestazioni. Soltanto ieri e soltanto a Roma dove pendono ben 4500 mila sfratti, nella periferia sudorientale di viale Don Bosco è stata sfrattata una donna con un neonato e tre figlie. Nelle stesse ore attivisti di Asia Usb e dei movimenti di lotta per la casa riuscivano a ottenere un tavolo di confronto sul diritto all’abitare con la Regione Lazio, dopo essersi incatenati all’ingresso degli uffici per protesta.

Negli ultimi giorni, peraltro, assieme alla moratoria per legge è saltato anche un ulteriore elemento di mediazione. Fino a qualche settimana fa, infatti, il prefetto Matteo Piantedosi aveva garantito una specie di filtro: avrebbe distinto di caso in caso e che le situazioni a rischio e individuate come problematiche sarebbero prima state segnalate all’amministrazione comunale che avrebbe provveduto a trovare una sistemazione alternativa. «Era un metodo che poteva funzionare – spiegano da Unione inquilini – Non si penalizzavano i proprietari ma si cercavano soluzione adeguate ai nuclei familiari che non trovano casa sul libero mercato».

Per far fronte a questa emergenza, tenuta sotto traccia nei giorni della diffusione massiccia del Covid, la manovra finanziaria non prevede voci di spesa. In Italia vivono 3 milioni di famiglie in affitto e circa la metà di queste si trova sotto il tasso di povertà. Il governo si limita a incentivare il ricorso all’acquisto tramite mutuo, per chi può permettersi di indebitarsi, quando va bene, per un paio di decenni.

Un rapporto di Nomisma relativo alla città di Milano dello scorso mese di febbraio considera che il costo per l’affitto, affinché sia concretamente sostenibile, non deve essere superiore al 30% del reddito del nucleo familiare. Dallo studio emerge una domanda potenziale di 146500 nuclei, quasi il 20% del totale dei nuclei milanesi, che negli ultimi anni non ha trovato nuova offerta adeguata. SMa di fronte al paese che ancora insegue il mito della casa di proprietà come bene rifugio, questi soggetti e il bisogno di edilizia popolare non vengono presi in considerazione. «Un’alternativa esiste – ha suggerito Unione inquilini in occasione della giornata mondiale della povertà – Serve un nuovo intervento pubblico per incrementare di 500 mila abitazioni l’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica a canone sociale, senza consumo di suolo, con il recupero e il riuso dell’enorme patrimonio pubblico e privato vuoto e inutilizzato».

Anche il Pnrr rischia di incoraggiare la rendita immobiliare invece di modernizzare l’offerta di case e servizi. Il Piano dedica almeno la metà delle proprie ingenti risorse all’edilizia e al settore delle costruzioni, lascia poche briciole per la costruzione di abitazioni di edilizia popolare, che mancano all’appello delle voci di spesa ormai da almeno vent’anni. Degli oltre 220 miliardi di euro totali circa 7 sono destinati a voci quali la rigenerazione urbana e l’housing sociale (abitazioni che restano private ma che i costruttori si impegnano ad affittare per qualche anno a canoni poco inferiori a quelli di mercati). Dunque, se si va a controllare sono meno di un miliardo le risorse assegnate alle nuove case popolari.

* Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto



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