L’Assemblea mondiale della sanità sul trattato pandemico

L’Assemblea mondiale della sanità sul trattato pandemico

Pandemia. La posta in gioco è la possibilità di rispondere a due anni di emergenza sanitaria con la messa a punto di un nuovo strumento vincolante

Si è conclusa con una decisione all’unanimità la sessione speciale della assemblea mondiale della sanità, iniziata il 29 novembre: aveva come unico punto all’ordine del giorno la deliberazione di un negoziato per un nuovo trattato pandemico per la preparazione e risposta alle pandemie future.

LA POSTA IN GIOCO non banale, in un tempo di così bassa marea dell’azione multilaterale, è la possibilità di rispondere a due anni di emergenza sanitaria con la messa a punto di nuovo strumento vincolante, ai sensi della funzione normativa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per adeguare la governance globale della salute alla gestione delle nuove inevitabili pandemie.

L’idea originaria nasce dalla fantasia del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel, il quale ha lavorato sodo nell’ultimo anno per incardinare la proposta a Ginevra con l’appoggio di Francia e Germania e per conseguire in poche battute il sostegno incondizionato del direttore generale dell’Oms, Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus, e di 25 paesi spiluccati in giro per il mondo (The Friends of the Treaty) per conferire alla proposta un senso di adesione che – sia chiaro – è rimasta piuttosto sfumata fino a questi ultimi giorni della assemblea dedicata al tema.

SOTTO L’IMPALCATURA RETORICA del consenso diplomatico – in molti interventi si è ribadito che l’esito della assemblea speciale dell’Oms segna una pagina storica dell’organizzazione, alla ricerca di nuova legittimazione dopo due anni vissuti pericolosamente – si sono ravvisate nei giorni scorsi crepe assai meno accomodanti. Le crepe di realismo dei governi che hanno denunciato lo scandaloso stato di difficoltà in cui si dimenano ogni giorno, nella lotta contro Covid-19, a causa della diseguaglianza organizzata che impedisce l’accesso ai vaccini per immunizzare la loro popolazione.

Le fessure di indignazione dei ministri che hanno ricordato il fallimento della comunità internazionale nel far funzionare il dispositivo di cooperazione sanitaria Covax, la incapacità di mantenere la promessa (di ripiego) sulle donazioni dei vaccini, e la caparbia resistenza contro la adozione della moratoria dei diritti di proprietà intellettuale, ferma da un anno all’Organizzazione Mondiale del Commercio. La comparsa della variante Omicron riflette, ha detto in apertura di assemblea Dr Tedros, questo scenario scoraggiante: occorre ricordare che solo 1 su 4 persone dei servizi sanitari in Africa ha ricevuto la prima dose di vaccino.

NEL CORSO DELL’ASSEMBLEA si sono alzate molte voci governative con la richiesta di sospendere immediatamente il blocco dei voli nei confronti del Sudafrica. La decisione repentina di isolare una parte consistente del continente africano non ha alcuna evidenza scientifica, corrisponde a un esercizio di palese discriminazione da parte delle nazioni occidentali (che hanno bandito i voli con il Sudafrica, ma non con Israele e il Belgio dove sono stati identificati i primi pazienti), e una chiara violazione dei Regolamenti Sanitari Internazionali del 2005, l’accordo che già vincola 196 paesi della comunità internazionale a precisi comportamenti in situazioni di emergenza sanitaria.

SÌ, PERCHÉ LA STRANA STORIA di questo trattato pandemico voluto dall’Europea è che uno strumento vincolante l’Oms già ce l’ha, anche se naturalmente la sua implementazione è stata a dire poco carente dall’inizio di Covid-19, e lo è evidentemente anche mentre gli stati membri si trastullano con parole altisonanti come equità, trasparenza, inclusività, efficacia, solidarietà, accountability.

L’iniziativa europea, in nuce già nell’estate 2020, si è imposta per motivi geopolitici legati alla necessità di occupare lo spazio lasciato dal ruvido ritiro di Trump dall’Oms nel maggio 2020. La demarche però rimanda anche all’aspirazione di rafforzare un presidio europeo della salute globale, tra intraprendenza cinese e nuovo attivismo multilaterale americano della amministrazione Biden, non particolarmente entusiasta all’idea di un nuovo trattato.

C’è poi la necessità di salvaguardare il mandato e la legittimità dell’Oms nel momento in diverse commissioni indipendenti dell’Oms e del G20 hanno estratto dal cilindro una pletora di nuove istituzioni sanitarie da insediare al Palazzo di Vetro, sottraendo autorità dunque alla agenzia tecnica dell’Onu. È il caso del Global Health Threat Council che tanto piace al G2o e a Biden, ovvero della Global Finance and Health Taskforce partorita ultimamente dal G20 a presidenza italiana, su spinta di Mario Monti – una storia questa che merita una trattazione a parte.

In questa contingenza di competizione geopolitica e di troppi galli nel pollaio della salute globale, in molti respirano un’aria di forced multilateralism, di costrizione a seguire il vento dei più forti. Lo conferma una ricerca svolta da Geneva Global Health Hub (G2H2), una piattaforma indipendente della società civile che dopo aver intervistato 23 delegati, esperti di salute del nord e sud del mondo si chiede se sia necessario un nuovo trattato pandemico in questo mondo disincantato. Il 1 marzo 2022 parte il processo formale intergovernativo. Ne vedremo delle belle.

* Fonte: Nicoletta Dentico, il manifesto

 

Foto di iqbal nuril anwar da Pixabay



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