Tunisia. La protesta contro il presidente Saied ha il suo «martire»

Tunisia. La protesta contro il presidente Saied ha il suo «martire»

Dopo la prova di forza del 14 gennaio. Il partito Ennahda accusa «le autorità del golpe» per la morte di un suo militante in ospedale. Rabbia contro il presidente della repubblica anche tra le famiglie delle vittime del 2011. «Ha tradito i valori della Rivoluzione e ha cambiato la data dell’anniversario senza neanche consultarci»

 

TUNISI. L’importante manifestazione di venerdì 14 gennaio nel centro di Tunisi si è chiusa con la dura risposta da parte delle forze dell’ordine e diversi arresti. Adesso si è aperta una seconda partita che promette di aumentare lo scontro non solo retorico tra il presidente della Repubblica Kais Saied e il partito Ennahda.

RIDHA BOUZIANE, 57 ANNI, originario di Siliana e militante del movimento di ispirazione islamica guidato da Rached Ghannouchi, è la prima vittima legata alle proteste contro il reset istituzionale imposto da Saied il 25 luglio scorso. Il tribunale di prima istanza della capitale ha aperto un fascicolo e disposto un’autopsia per verificare possibili legami tra la morte di Bouziane e i comportamenti della polizia.

Nel frattempo sul caso circolano tre versioni. Secondo Jamel Msellem, presidente della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (Ltdh), l’uomo soffriva di ipertensione e sarebbe morto per un ictus. L’ufficio di comunicazione presso il tribunale di Tunisi ha precisato che sul corpo non sono state riscontrate tracce visibili di violenza; Bouziane sarebbe stato trovato esanime vicino al palazzo dei congressi e trasportato all’ospedale Habib Thameur da un veicolo della protezione civile. Infine, Ennahda ha tenuto una conferenza stampa nella sede centrale del partito affermando che la causa della morte sia stata un’emorragia cerebrale dovuta alle aggressioni poliziesche.

«LE AUTORITÀ DEL COLPO di stato – ha dichiarato il portavoce Imed Khemiri – non hanno fornito informazioni sullo stato di salute alla famiglia per cinque giorni, né hanno indicato dove si trovasse l’uomo nonostante fossero in possesso dei suoi documenti d’identità». Bouziane è già stato definito «martire» in diversi comunicati del partito. Si tratta di una morte che fin da subito ha assunto connotati politici evidenti. Ennahda è la formazione che più di tutte è uscita sconfitta dal colpo di forza con cui Saied ha sciolto il governo e congelato il parlamento. Protagonista assoluto della scena politica e istituzionale della Tunisia post 2011, il movimento di Rached Ghannouchi non ha trovato armi con cui controbattere ai pieni poteri presidenziali. Almeno fino a oggi.

Tra le pieghe della repressione delle forze dell’ordine si nasconde intanto un altro tipo di opposizione a Kais Saied che arriva direttamente dal 14 gennaio 2011, anno della Rivoluzione della dignità e della libertà. Almeno secondo le famiglie dei martiri e dei feriti della repressione del regime di Ben Ali. «Noi c’eravamo quando Ben Ali è scappato. Saied non ci ha neanche consultato una volta deciso di cambiare la data dell’anniversario», commenta Wrida Boukadouss con lo sguardo fiero mentre tiene in mano il ritratto di suo figlio Raouf, morto il 9 gennaio 2011 a Sidi Bouzid colpito in pieno petto dai proiettili della polizia. Le parole si riferiscono alla decisione del presidente di spostare la Rivoluzione dal 14 gennaio al 17 dicembre, giorno dell’immolazione di Mohamed Bouazizi.

IL 14 GENNAIO 2022 le famiglie dei martiri e dei feriti sono tornate in piazza per manifestare contro Saied, «colpevole» di avere tradito i valori rivoluzionari del 2011. Per questo motivo hanno tenuto ieri una conferenza stampa affiancate dall’avvocata Lamia Farhani.

«Ho un figlio che ha pagato con la vita per avere preso posizione contro il regime – prosegue Wrida Boukadouss – Oggi ne ho un altro in carcere da venerdì scorso per avere deciso di scendere in strada contro Saied. Hanno dato la detenzione provvisoria ad Ahmed, mentre mio nipote di 11 anni è stato colpito dagli idranti e ora è malato a Sidi Bouzid. Non è un dolore solo fisico, è anche morale».

* Fonte: Matteo Garavoglia, il manifesto



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