Libia. Strage di migranti, 20 morti di sete nel deserto

Libia. Strage di migranti, 20 morti di sete nel deserto

Mentre il rapporto Onu denuncia: «Crimini contro l’umanità, riduzione in schiavitù»

 

Venti cadaveri rinchiusi dentro sacchi neri, allineati ordinatamente uno a fianco all’altro nel rosso del deserto libico: è un fermo immagine del video diffuso dall’ambulanza giunta a recuperarli dopo la segnalazione di un uomo di passaggio a bordo del suo pick up, che ieri ha fatto la scoperta. Per loro infatti non c’era più nulla da fare: erano già tutti morti da almeno 14 giorni, come ha spiegato ad Al Jazeera il capo del servizio di ambulanza del distretto di Cufra Ibrahim Belhasan: «L’ultima chiamata su uno dei loro cellulari risaliva al 13 giugno».

VENTI PERSONE, uccise probabilmente dalla sete nel caldo torrido del deserto, non lontano dal confine tra Libia e Ciad – la meta da cui provenivano 18 dei migranti (le altre due vittime sono libiche) che cercavano proprio di fare la traversata passando per la Libia. Finché il loro autista, secondo la testimonianza di Belhasan, non si è perso fra le dune del deserto con un clima che in questa stagione supera i 40 gradi.
La notizia – orribilmente simile a quella del ritrovamento di martedì a San Antonio, in Texas, dei cadaveri di 50 migranti stipati nel camion di un trafficante e uccisi dal caldo -, arriva proprio nel giorno in cui un report della Commissione d’inchiesta indipendente sulla Libia del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni unite parla di «crimini contro l’umanità» commessi ai danni dei migranti nel Paese.

«LA MISSIONE – si legge sul report – ha ragionevoli motivi di credere che nei confronti dei migranti in Libia vengano commessi crimini contro l’umanità. I migranti sono soggetti a una diffusa e sistematica detenzione arbitraria». E in relazione a essa vengono commessi «omicidi, sparizioni forzate, torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri e altri atti disumani». «La natura continuativa, sistematica e diffusa di queste pratiche da parte del Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale e degli altri attori coinvolti riflette la partecipazione di ufficiali (dello stato libico, ndr) di medio e alto grado al ciclo di violenza» contro i migranti.

«Crimini contro l’umanità» è un’espressione che ricorre spesso nel report, il terzo prodotto dalla missione Onu in Libia, che indaga non solo la condizione dei migranti ma in generale quella dei diritti umani nel Paese da anni in preda al caos istituzionale e a una guerra civile a intermittenza. 103 interviste con vittime e testimoni delle «violazioni delle leggi internazionali» in corso sono alla base del documento redatto dalla Commissione. In cui si parla di attacchi contro i civili nel corso delle ostilità armate, persecuzioni di giornalisti, attivisti per i diritti umani, minoranze, sfollati interni, violazione dei diritti fondamentali di donne e bambini. E ancora una volta di stupri, torture e omicidi resi possibili dalla pratica delle detenzioni arbitrarie, uno dei principali focus del report in cui i funzionari dell’Onu continuano a chiedere che gli venga consentito l’accesso, sinora negato, alle carceri del Paese. Specialmente i 27 luoghi di detenzione segreti e extra legali di cui la missione ha scoperto l’esistenza grazie a ben 90 testimonianze.

UN DOCUMENTO successivo si concentrerà sulle scoperte della Commissione sulla strage di civili nella città nordoccidentale di Tarhuna nel 2020, «crimini contro l’umanità commessi dalla milizia Al Kaniyat prevalentemente contro la popolazione civile». Grazie alle tecnologie messe a disposizione dall’Onu la missione «ha ragionevole motivo di credere di aver scoperto nuove fosse comuni. È fondamentale ritrovare le centinaia di vittime di cui ancora non si sa nulla e scoprire la verità».

* Fonte/autore: Ester Nemo, il manifesto



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