Iran. Contro gli studenti arresti e lacrimogeni

Iran. Contro gli studenti arresti e lacrimogeni

La magistratura chiude i negozi di chi partecipa alla protesta. Il presidente Raisi all’università di Teheran condanna i «disturbi»

 

Arresti e scontri nel terzo giorno di sciopero in Iran con i negozianti che hanno tenuto le serrande abbassate. La magistratura ha però messo i sigilli ai negozi che hanno aderito alla serrata, estesa a 40 città tra cui la capitale, e la polizia ha lanciato lacrimogeni contro i manifestanti che marciavano in silenzio. Ieri ricorreva la giornata degli studenti, in cui gli iraniani commemorano la morte di tre universitari nel 1953, durante la monarchia.

IL SINDACO DI TEHERAN ha accusato gli studenti del Politecnico Sharif che manifestavano di essere «traditori». In visita all’università di Teheran, il presidente Ebrahim Raisi ha detto: «Non c’è nessun problema nel protestare. La protesta è però diversa dalla rivolta, porta alla riforma, non al disturbo e alla distruzione». Il presidente respinge le critiche che parlano di «dittatura» affermando che durante una recente visita in Kurdistan un negoziante gli ha regalato del cioccolato, un fatto che i media filogovernativi avevano amplificato. Dopo che le foto sono circolate, il negoziante ha dichiarato che la visita di Raisi lo aveva colto di sorpresa e lui sta dalla parte del popolo curdo.

Intanto, l’ex presidente riformatore Mohammad Khatami (1997-2005) ha definito lo slogan «Donna, vita, libertà» un «bel messaggio» e dichiarato che «sicurezza e libertà non sono in contrasto». In questi giorni le crepe nel sistema politico della Repubblica islamica sono sempre più evidenti. E, ovviamente, anche le dichiarazioni contrastanti: domenica, il capo della magistratura aveva parlato di «sospensione» della polizia morale, che non è però stata confermata dal ministero dell’Interno a essa preposta. Lunedì, la notizia del blocco dei conti correnti delle iraniane che osano sfidare l’obbligo del velo, annunciata dal membro della commissione Cultura del parlamento nell’ambito di una riforma da mettere in pratica nelle prossime settimane. Ieri, la smentita è giunta dal governatore della Banca centrale che ha ribadito: «La rete delle banche offrirà i nostri servizi a tutti i cittadini».

LE SPACCATURE si ritrovano nelle famiglie della leadership, com’era già successo con i nipoti dell’ayatollah Khomeini. Ora, dopo le invettive della nipote Farideh, anche Badri ha preso posizione contro il fratello Ali Khamenei, leader supremo. In una lettera diffusa su Twitter dal figlio esule in Francia e rilanciata dai media, Badri si augura «presto la vittoria del popolo e il rovesciamento di questa tirannia al potere». Nel suo messaggio, afferma: «Il regime della Repubblica islamica non ha portato altro che sofferenza e oppressione per l’Iran e gli iraniani. Il popolo dell’Iran merita libertà e prosperità e la loro insurrezione è legittima e necessaria per ottenere i loro diritti».

Le fratture ideologiche si ritrovano in tante famiglie normali. 43 anni, di etnia azerbaigiana e residente a Milano dal 2008, Rayhane Tabrizi racconta: «Porto avanti la mia battaglia contro il regime islamico, ma non ho il sostegno di mio padre che, a Teheran, è invece un sostenitore del leader supremo e del programma nucleare inteso come deterrente contro una possibile invasione straniera». Molto attiva sui social, Tabrizi si afferma sulle contraddizioni: «Mio padre ha insistito affinché mi laureassi e trovassi lavoro come manager in una società di informatica. Di fatto, mi ha spronata fin da bambina a essere indipendente, mi ha sempre dato la massima libertà nella scelta del partner e non si è messo di traverso quando ho abbandonato l’Islam sciita per diventare buddhista».

E AGGIUNGE: «Gli studenti iraniani devono fare la fila per giorni per ottenere un visto occidentale, mentre i figli del regime hanno visti a ingresso multiplo». «La questione più urgente», conclude, «è quella dei Mujaheddin-e Khalq, che per sfuggire all’etichetta di ‘terroristi’ si fanno chiamare Consiglio nazionale della resistenza iraniana e usano una bandiera simile a quella monarchica. Ieri sono stati ricevuti nel Senato italiano, ma noi attivisti non vogliamo che la Repubblica islamica sia sostituita dal partito di Maryam Rajavi che negli anni Ottanta ha ucciso i nostri ragazzi e messo in atto attentati contro i civili. Siamo contro ogni forma di estremismo e di violenza».

* Fonte/autore: Farian Sabahi, il manifesto



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