Nelle galere per stranieri psicofarmaci à gogo per risparmiare sul cibo

Nelle galere per stranieri psicofarmaci à gogo per risparmiare sul cibo

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Inchiesta di «AltraEconomia» sui Centri per il rimpatrio. «Abuso di medicine arbitrario quotidiano che permette all’ente gestore maggiori guadagni»

 

Antiepilettici, antipsicotici, antidepressivi e metadone: sono gli psicofarmaci lo strumento principale di gestione delle persone recluse nei Centri di permanenza per il rimpatrio dei migranti. «Servono per stordire donne e uomini in modo che mangino di meno, restino più tranquilli e resistano di più al sovraffollamento, nelle gabbie in cui vengono stipati. All’ente gestore gli psicofarmaci costano meno del cibo e permettono di riempire maggiormente i Cpr e allungare il tempo di permanenza di ciascun migrante nella struttura, in modo da aumentare i guadagni».

È una fotografia agghiacciante, indegna di un Paese civile, quella scattata dai giornalisti Luca Rondi e Lorenzo Figoni nell’inchiesta pubblicata nell’ultimo numero del mensile Altraeconomia, diretta da Duccio Facchini, e presentata ieri alla Camera dei deputati in una conferenza organizzata dal deputato Riccardo Magi (+Europa) e della senatrice Ilaria Cucchi (Avs). Proprio mentre nella legge di Bilancio sono stati previsti più di 42,5 milioni di euro per l’ampliamento entro il 2025 della rete dei Cpr al fine di costruirne uno per regione, con le procedure di costruzione semplificate dal nuovo decreto sull’immigrazione.

Mesi di lavoro, per i due giornalisti, dati reperiti tra estreme difficoltà, risposte parziali, rimpalli tra prefetture (che hanno compiti di vigilanza sui Cpr e conferiscono l’appalto agli enti gestori) e Asl di competenza, per raccontare l’abuso di psicofarmaci cui vengono sottoposti cittadini inermi reclusi nelle galere per stranieri, da Torino a Trapani, da Milano a Roma, Brindisi e Gorizia. Nei nove Cpr italiani attivi, a fronte di 744 posti totali disponibili, nel 2021 sono transitate quasi 6 mila persone con una permanenza media di 36 giorni (da 15 giorni a 3 mesi). Lo scopo di questi centri sarebbe il rimpatrio ma avviene in meno del 50% dei casi. Mentre a conti fatti gli psicofarmaci hanno inciso per il 31% sulla spesa totale dei farmaci.

È tanto? È poco? Per capirlo Rondi e Figoni, in collaborazione con l’associazione Naga e l’Asgi, hanno lavorato sui dati forniti dal Ssn e controllato migliaia di fatture e scontrini perché «in alcuni casi le amministrazioni non hanno questo tipo di dati, in altri casi non li elaborano». E siccome «da ottobre 2021 a dicembre 2022 sono state effettuate solo otto visite psichiatriche nei Cpr», Altraeconomia ha deciso di confrontare la spesa in psicofarmaci nei Cpr con quella effettuata al « Centro salute immigrati (Isi) di Vercelli, il servizio delle Asl che in Piemonte prende in carico le persone senza regolare permesso di soggiorno (non iscrivili quindi al sistema sanitario nazionale) e segue una popolazione simile a quella dei trattenuti del Cpr anche per età (15-45 anni), provenienza e condizione di “irregolarità”». Ebbene, «a Vercelli la spesa in psicofarmaci rappresenta lo 0,6% del totale: al Cpr di via Corelli a Milano, invece, questa cifra è 160 volte più alta (il 64%), al “Brunelleschi” di Torino 110 (44%), a Roma 127,5 (51%), a Caltanissetta Pian del Lago 30 (12%) e a Macomer 25 (10%)», scrivono i cronisti nell’inchiesta.

Benzodiazepine come il Tavor, antiepilettici come il Rivotril, antidepressivi come il Zoloft e perfino metadone vengono somministrati in grandi quantità e, secondo le testimonianze raccolte anche tra gli operatori, in modo «troppo spesso arbitrario, eccessivo e non focalizzato sulla presa in carico e sulla cura degli individui trattenuti». «A Roma in tre anni (dal 2019 al 2021) sono state acquistate 3.480 compresse di Tavor su un totale di 2.812 trattenuti, cui si aggiungono,tra gli altri, 270 flaconi di Tranquirit da 20 millilitri e 185 fiale intramuscolo di Valium». E poi, una volta usciti, dopo essere stati sedati per settimane, a volte per mesi, questi migranti vengono abbandonati a loro stessi. «Spesso – concludono i due giornalisti – devono continuare a prendere psicofarmaci, perché ne sono ormai dipendenti, e diventano insicuri per se stessi e per gli altri».

* Fonte/autore: Eleonora Martini, il manifesto



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