Francia. Il governo contro gli ecologisti, movimenti messi fuorilegge

Francia. Il governo contro gli ecologisti, movimenti messi fuorilegge

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Pugno duro del ministro Darmanin che accusa l’associazione di incitare alla violenza

 

PARIGI. Non sono bastate le più di centomila adesioni in tre mesi, le decine di lettere aperte e prese di posizione pubbliche di intellettuali e personalità, le manifestazioni attraverso la Francia e la creazione di 180 comitati locali: ieri, dopo mesi di minacce e arresti arbitrari, il governo francese ha sciolto per decreto il movimento ecologista Les Soulèvements de la Terre.

«Ciò che cresce ovunque non può essere sciolto», hanno risposto i portavoce del movimento, invitando a manifestare ieri sera e a proseguire e moltiplicare le azioni in queste settimane. Lo scioglimento di un’associazione o di «un gruppo di fatto» da parte del governo è una misura particolarmente repressiva, che in Francia, fino a poco tempo fa, era riservata soprattutto a gruppi neonazisti.

SE LO SCIOGLIMENTO dei Soulèvements diventasse effettivo (può ancora essere contestato davanti al Consiglio di Stato, la massima autorità della giustizia amministrativa), in teoria, i membri del movimento ecologista non potrebbero riunirsi per organizzare azioni simili a quelle contestate dal governo, e chiunque si richiamasse ancora ai Soulèvements, o utilizzasse i suoi slogan o loghi, potrebbe essere perseguito. Le pene vanno fino a tre anni di prigione con multe fino a 45.000 euro.

Numerose Ong, da Amensty International alla Ligue de Droits de l’Homme, hanno denunciato il «tentativo di far tacere la contestazione» da parte di Emmanuel Macron. «Un’escalation repressiva del governo», una «inquietante manipolazione del diritto da parte dell’esecutivo» volta a reprimere i movimenti ecologisti, secondo Greenpeace France. Anche la sinistra (Nupes) e i sindacati hanno espresso solidarietà: una decisione che mette «in pericolo la democrazia», secondo Mathilde Panot, presidentessa del gruppo parlamentare della France Insoumise, seguita dalla segretaria della Cgt Sophie Binet, per la quale l’attacco al movimento ecologista «è una repressione autoritaria» contro «tutti e tutte quelli che militano per la giustizia sociale e ambientale».

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LE MOTIVAZIONI dello scioglimento sono state rese pubbliche dal ministro degli Interni Gérald Darmanin. In cinque pagine di requisitoria, il governo accusa i Soulèvements di essere un gruppo «che con la scusa di difendere l’ambiente incita a compiere sabotaggi», «fondandosi su idee veicolate da teorici che incoraggiano all’azione diretta» (frase accompagnata da una nota nella quale si rinvia al libro di Andreas Malm, Come far saltare un oleodotto, Ponte alle Grazie, 2021).

Da un paragrafo all’altro, emerge un’ossessione poliziesca nei confronti dei movimenti ecologisti, che arriva fino a contestare ai Soulèvements «una modalità operativa direttamente ispirata dai black blocks (sic)», o il fatto di consigliare ai manifestanti di portare «occhialetti da piscina». È solo alla fine delle cinque pagine, che affiora la motivazione reale di tanto accanimento: i Soulèvements «giocano un ruolo importante nella concezione, diffusione e legittimazione di un modo di operare violento nel quadro della contestazione di alcuni progetti di pianificazione territoriale».

QUELLO UTILIZZATO dal governo è un eufemismo per descrivere le grandi opere dell’agribusiness contro i quali i Soulèvements lottano da ormai due anni a questa parte. È attorno a questo tema, che i suoi militanti sono riusciti ad aggregare esperienze diverse come i movimenti sorti attorno alla Zad di Notre-Dame-Des-Landes, la Conféderation Paysanne, Extinction Rebellion o Fridays for Future.

Ed è questo tipo di mobilitazione che ha creato le condizioni per l’iper-mediatizzazione dei Soulèvements, in particolare dopo la manifestazione a Sainte-Soline a fine marzo scorso. Lì, trentamila persone avevano manifestato contro i «mega-bacini», delle enormi piscine di plastica che danneggiano le falde acquifere a vantaggio dei grandi gruppi agricoli, scontrandosi col pugno di ferro che il ministro degli interni Darmanin aveva deciso d’impugnare. La repressione aveva assunto caratteri surreali, e tragici: 3.000 gendarmi armati fino ai denti, i quali avevano sommerso il corteo sotto 5.000 granate lacrimogene e stordenti, mandando in coma due manifestanti (poi entrambi sopravvissuti).

* Fonte/autore: Filippo Ortona, il manifesto



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