Dopo l’azione omicida israeliana a Beirut, il Libano trattiene il respiro

Dopo l’azione omicida israeliana a Beirut, il Libano trattiene il respiro

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Superate le linee rosse del movimento sciita, preso di mira il quartiere-roccaforte di Hezbollah. Ma Dahieh è anche casa alla classe operaia. Il governo libanese presenterà un reclamo all’Onu: «Violata ancora la nostra sovranità»

 

Sono almeno sette le vittime dell’attacco di ieri sera alle 18 locali a Mshrafieh, nella Dahieh, roccaforte sciita a sud di Beirut, nel quale hanno perso la vita il numero due di Hamas, Saleh Aruri; i due leader delle brigate al Qassam Samir Fedni e Azam al-Aqraa; Ahmed Hammoud, Mahmoud Shahin, Mohammed Bsharat e Mohammad al-Reis.

A essere colpito da un drone è stato l’ufficio di Hamas nella capitale. Non sono state registrate vittime civili al momento. L’esercito libanese accorso subito dopo l’esplosione ha subito circondato il punto interessato e limitato l’accesso ai luoghi.

LA DAHIEH, a forte presenza Hezbollah e Amal, i due partiti sciiti più importanti e influenti nel paese, se da un lato accoglie le rappresentanze e la militanza dei partiti stessi, dall’altro è un quartiere popolato da lavoratori e piccola borghesia non necessariamente affiliati politicamente.

Si tratta della prima volta che Beirut viene colpita dall’inizio del conflitto tra le forze armate israeliane e Hezbollah, limitato al sud del Libano e al nord di Israele e cominciato l’8 ottobre, il giorno seguente il lancio dell’operazione Diluvio di al-Aqsa da parte di Hamas. E si tratta certamente di un nuovo e più pericoloso stadio del conflitto nella regione e in Libano.

«Un nuovo crimine israeliano che vuole trascinare il Libano in una nuova fase del conflitto, dopo i continui attacchi giornalieri a sud, che hanno fatto riportare un alto numero di martiri e di feriti», è stata la condanna a caldo del premier libanese uscente Najib Miqati.

Il primo ministro ha anche ricordato che il governo è impegnato perché venga rispettata la risoluzione 1701 che segna la fine della guerra del Tammus del 2006 tra Hezbollah e Israele e che dovrebbe assicurare un ruolo centrale all’esercito libanese nel sud del paese sotto la supervisione dell’agenzia dell’Onu Unifil, ruolo che nei fatti non è stato mai implementato.

Miqati ha contattato ieri il ministro degli esteri libanese Abdallah Bou Habib chiedendogli di presentare un reclamo al Consiglio di sicurezza Onu contro «l’aggressione israeliana flagrante della sovranità libanese, assieme a tutte le violazioni di Israele».

NASSER KANAANI, ministro degli esteri iraniano, ha condannato l’azione e ha messo in guardia Israele: «Il sangue dei martiri senza dubbio inietterà nelle vene della resistenza nuova forza e motivazione per combattere contro l’occupazione sionista, non solo in Palestina, ma in tutta la regione e tra quelli che vogliono la libertà in tutto il mondo».

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, aveva già ammonito che colpire obiettivi di Hamas in territorio libanese sarebbe stato accolto come una dichiarazione di guerra. Il discorso del capo sciita per la commemorazione dell’uccisione del generale Soleimani, capo delle Forze Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana da parte degli Stati uniti il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad, è atteso per oggi alle 18. Ce ne sarà un altro venerdì pomeriggio.

Si vivono ore di attesa e di paura in Libano: le parole di Nasrallah possono spostare gli equilibri del conflitto in maniera sostanziale e certamente non saranno dedicate solo alla memoria del generale. Nelle ore successive all’attacco, nella capitale si è diffuso il panico.

IL RISCHIO di un’escalation diventa concreto. Se Israele dovesse colpire e mettere fuori uso l’aeroporto Rafiq Hariri – l’unico del paese – sarebbe quasi impossibile lasciare il Libano, considerando che il porto della capitale è ancora inagibile dopo la terribile esplosione del 4 agosto 2020. Oltre che con il mare e con Israele, l’unico altro stato confinante è la Siria, dal 2011 in una lacerante guerra civile e bersaglio delle forze israeliane.

Uno scenario ancor più complesso della guerra del 2006, viva nella memoria collettiva e più volte evocata in questi mesi, quando le forze di terra israeliane arrivarono fino a Beirut. L’attacco di ieri al cuore della capitale libanese in un luogo simbolo di Hezbollah rappresenta un aumento del livello di tensione nel paese e nell’intera area facendo della tanto evocata «guerra totale» un rischio di ora in ora più reale.

* Fonte/autore: Pasquale Porciello, il manifesto



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