Myanmar. Il golpe logora chi lo fa

Myanmar. Il golpe logora chi lo fa

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Trentamila morti, milioni di profughi, migliaia di arresti: oggi sono tre anni dal colpo di Stato in Myanmar. Ma il generalissimo Hlaing ormai accumula solo disfatte dagli eserciti ribelli riuniti

 

“Al fine di preservare e promuovere i caratteri e le identità uniche delle diverse comunità che formano la nostra nazione, immaginiamo la creazione di un’Unione democratica federale che sostiene nei suoi principi la democrazia, l’uguaglianza nazionale e l’autodeterminazione degli Stati costituenti”. È la “posizione congiunta” del Governo clandestino (Nug) e degli alleati delle Ethnic Revolutionary Organization (Eao-Ero) resa nota ieri, alla vigilia del terzo anniversario del golpe militare birmano che nel 2021 ha rovesciato l’esecutivo civile e imprigionato i suoi capi a cominciare da Aung San Suu Kyi, tutt’ora in carcere.

QUANTO il documento sia rappresentativo delle forze della Resistenza è difficile da determinare ma, a giudicare dagli ultimi avvenimenti e dalla cosiddetta Operazione 1027 (O1027), è cresciuta l’alleanza tra il governo clandestino e le Eao-Ero con un folto gruppo di milizie ormai solidali e schierate – pur se a diverso titolo – contro la giunta. Con una forza militare che supererebbe comodamente – secondo fonti della Resistenza – le 150mila unità.

È un documento che parla chiaro ai golpisti con l’abrogazione “della Costituzione del 2008 e la promulgazione di una nuova per un’Unione democratica federale” e un Piano d’azione che prevede la “continua pressione politica e militare contro i militari della giunta (e) la fine dei negoziati con la leadership responsabile dell’esercito birmano (Tatmadaw ndr) e del governo militare”. Si auspica la “formazione di un governo di transizione di unità nazionale (T-Nug) nel periodo post-rivoluzionario, guidato collettivamente con i gruppi rivoluzionari alleati” mentre le diverse unità federali potranno “costituire liberamente i rispettivi governi locali a livello di Stato/unità federale”.

MA ANCORA prima del documento di ieri, parlano i fatti degli ultimi mesi cui si aggiungono una serie di illazioni, rumor e speranze che indicano cambiamenti che potrebbero verificarsi già oggi – durante le celebrazioni ufficiali – o nelle prossime settimane.

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Dopo mesi di stallo militare, oltre trentamila morti, milioni di profughi, 36 mesi di stato di emergenza e migliaia di arresti, Tatmadaw ha messo a bilancio – dall’inizio dell’O1027 nell’ottobre scorso – una serie di disfatte militari senza precedenti. Attaccato dalla Brotherhood Alliance, formata da tre gruppi rivoluzionari appoggiati da altre forze tra cui le People’s Defense Force del Nug, l’esercito dei golpisti ha subìto pesanti perdite, defezioni e diserzioni oltre alla resa di interi battaglioni: iniziato con la presa di Chinshwehaw, sul confine cinese, l’operativo è proseguito con la conquista di centinaia di avamposti di Tatmadaw grandi e piccoli nello Shan (sempre nella zona di confine) e nell’Arakan.

MA È SOPRATTUTTO la conquista delle città di Laukkai (Kokang) e Paletwa (Chin) che ha colpito i soldati anche sul piano psicologico e ha portato alla condanna a morte e all’ergastolo per sei generali – colpevoli di essersi arresi – ma anche alla critica pubblica e formale di Min Aung Hlaing, il capo della giunta. Il noto monaco ultranazionalista Pauk Ko Taw lo ha additato come esempio di lassismo e ha proposto Soe Win, il suo vice, come nuovo leader. Mentre si consumava il dramma interno alla giunta con malumori sempre più evidenti, Tatmadaw doveva intanto registrare anche la perdita di alcune aree controllate dalle Brigate di frontiera (Bgf), formazioni alleate alla giunta e fuoriuscite dalle Eao-Ero. Il capo delle Bgf Karen, Saw Chittu, ha fatto un’esplicita dichiarazione di neutralità.

MIN AUNG HLAING sarebbe dunque in una posizione sempre più difficile tanto da alimentare voci di una sua destituzione da capo militare per farne il premier “civile” di un possibile governo di coalizione con partitelli vicini alla giunta che ha appena semplificato le procedure per una possibile tornata elettorale. Sarebbe – a detta di molti – un’operazione di pura cosmesi guidata in realtà dai falchi con in testa Soe Win. Altro indizio che qualcosa si prepara, è la partecipazione di un’alta burocrate del ministero degli esteri al summit Asean in Laos. Un modo per presentarsi puliti in abiti civili dopo che la giunta ha sempre rifiutato di partecipare all’Asean con esponenti che non fossero militari. Quanto alla Lady, Aung San Suu Kyi, non se ne parla e i militari le hanno messo all’asta pure la casa.

MOLTI si chiedono intanto cosa pensano a Pechino dopo che la Cina ha mediato una tregua, rapidamente saltata, e dopo che il dossier birmano sarebbe finito anche nell’incontro dei giorni scorsi a Bangkok tra il ministro cinese Wang Yi e il National security advisor statunitense Jake Sullivan. Molti ritengono che Pechino stia alla finestra in un difficile esercizio di equilibrismo, pronta a saltare sul cavallo vincente. Quale che sia il fantino che lo monta.

* Fonte/autore: Theo Guzman, il manifesto



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