I diritti dell’umanità nella tempesta

I diritti dell’umanità nella tempesta

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Il 5 dicembre 2023 Luciana Castellina ha ricevuto all’Università di Palermo il dottorato honoris causa in diritti umani. E’ qui disponibile il testo del suo discorso che, ha precisato, è un’esposizione basata sulla memoria personale, più che una lectio magistralis

 

Poiché mi è stato chiesto di intrecciare questa esposizione – che non oso chiamare Lectio – con l’esperienza della mia stagionata vita di militante – non indiscussa, anzi! – parto proprio da una memoria personale, un ricordo che non solo mi ha molto segnato ma che ha molto a che vedere con quanto in questi giorni ci lacera tutti: Gaza.

Era da poco terminata con un cessate il fuoco la guerra dei 6 giorni fra Israele e i paesi arabi, 1967, che fui inviata dalla rivista del PCI “Rinascita” ad Amman per seguire il primo fra i tanti convegni (inutili) sul futuro di Gerusalemme. Non sapevo niente di quel conflitto, se non di quando, nel 1948, nacque lo stato di Israele, l’Unione Sovietica fra i primissimi paesi a riconoscerlo, e, infatti, la prima sua ministra degli esteri, Golda Meyer, è Mosca che sceglie come suo primo viaggio diplomatico. Viene accolta da una grande folla festante nel Palazzo dei sindacati, e tutti cantano insieme l’Internazionale.

Era naturale: gli arabi erano cittadini di piccoli reazionari stati feudali dipendenti dall’Impero britannico, gli ebrei quasi tutti intellettuali europei di sinistra (fra loro il Kommunistisches Bund di Berlino). Volevano che il loro nuovo stato diventasse uno stato di sinistra. E forse anche per questo, arrivati nella terra di Palestina decisero che bisognava superare la divisione sociale del lavoro e che loro, dunque, dovevano nei nuovi Kibbuz lavorare la terra. Il risultato fu che cominciò così la cacciata dei palestinesi di cui allora non sospettavano l’appartenenza al genere umano. In questo perfettamente simili a tutti gli altri occidentali dell’epoca.

Al convegno di Amman venimmo avvicinate, io e una giornalista inglese, da alcuni palestinesi che ci chiesero se volevamo visitare un campo profughi non lontano dalla capitale giordana. Scoprii così il primo (già, peraltro, vecchio di vent’anni) dei tantissimi che nei 70 anni successivi avrei frequentato ed è lì che mi regalarono una grande foto della loro scuola, tanti bambini a sedere per terra nella sabbia. L’ho ancora attaccata alla parete della mia stanza.

E però la gita non si fermò lì. Le nostre guide ci proposero di visitare un altro campo, nei pressi di una cittadina più a nord, proprio al confine con Israele. Ma quando arriviamo, improvvisamente, nel cielo, e nonostante il cessate il fuoco, appare una squadriglia aerea israeliana che comincia a bombardare. Ci gridano di gettarci sotto le automobili parcheggiate per ripararci e, per fortuna incolumi, dopo 20 minuti, finito l’imprevisto raid, corriamo verso l’ospedale per capire cosa sia successo: stavano già portando con tutti i mezzi i feriti, molti, purtroppo, già cadaveri. Sulla porta un giovane medico palestinese, con una bambina morta fra le braccia. Appena mi vede mi mette il cadavere della piccola in grembo, quindi, quando ho superato lo choc, mi trascina dentro l’ospedale per mostrarmi i feriti già arrivati, stesi per terra nei corridoi, assistiti alla meglio. Poi mi guarda in faccia, e, senza simpatia, mi dice: “così imparerete cosa è la questione palestinese.”

Credo di aver imparato perché da allora ho fatto molti su e giù con quel pezzo di Medio Oriente, dove da parecchio non posso più andare perché l’ultima volta mi hanno preso per i piedi all’aeroporto di Tel Aviv e cacciato dal paese come persona “non grata”.

Nel ricordare questo episodio non posso far altro che dire: “W l’ONU”. La brutale aggressione verbale, pochi giorni fa, al suo segretario generale da parte dell’ambasciatore di Israele che ne ha chiesto le immediate dimissioni, era motivata dal fatto che Gutierrez aveva detto: “Hamas va condannata, ma Hamas non è caduta dal cielo, è il frutto della storia che ha reso vittima la Palestina.” Cioè, una verità.

Fosse anche solo per questo vorrei preservare l’Onu ma non posso non essere allarmata per il fatto che la sua impotenza è sempre più evidente, in quest’ultima vicenda così totale da imporci di rivederne totalmente l’assetto. Continuare a parlare di tutela dei diritti umani sarebbe altrimenti ridicolo e non ce lo possiamo permettere.

Vorrei ora spiegare perché ho scelto di usare nel titolo che ho dato a questa mia lezione la dizione “diritti dell’umanità” anziché “diritti umani”. Innanzitutto, perché non sono la stessa cosa e poi perché in questi ultimi decenni la definizione “diritti umani” ha finito, sia pure inconsapevolmente, per essere intesa come diritto per sé, per sé come individuo; e in una fase storica in cui a tal punto si è accentuato l’individualismo e sempre meno vive l’attenzione per l’altro – il noi (non solo il me) – ha oggettivamente finito per significare che quei diritti sono più importanti di quelli collettivi. Questi vengono in genere chiamati “diritti sociali” e non a caso nel sistema giudiziario dell’Unione Europea sono finiti per avere una collocazione di grado inferiore, appaiono insomma come un’aggiunta, certo anche perché quelli individuali hanno in questo tempo ricevuto assai più sostegno nell’opinione pubblica. È, questo, io credo, uno degli aspetti della crisi della democrazia che stiamo soffrendo e che è anche crisi della politica. È crisi del “Noi”, prevale ormai sempre l’io, l’”io da solo forse me la cavo

SCARICA QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI LUCIANA CASTELLINA

 

Luciana-Castellina-lectio-università-palermo-12-2023

 



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