Nelle celle vuote di quei CPR, fuori dal tempo e dalle leggi

Nelle celle vuote di quei CPR, fuori dal tempo e dalle leggi

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Il trattenimento dei migranti irregolari – ha affermato la Corte costituzionale nel 2001 – trova giustificazione esclusivamente nella finalità del rimpatrio. Finalità non raggiunta in oltre la metà dei casi

 

Il suicidio di Ousmane Sylla, il giovane guineano che si è tolto la vita nel Centro di Ponte Galeria alle porte di Roma addolorama non stupisce; come non stupisce la rabbia dei suoi compagni di detenzione.

Anche loro nelle stesse condizioni, anche loro in attesa di un volo che li riporti indietro, anche loro chiusi in una «gabbia senza anima», per usare le parole dell’attivista iraniano Behrouz Boochani, scritte dal centro australiano di detenzione per migranti irregolari di Manus Island dove è rimasto per anni.

I Cpr nel nostro paese sono dieci, da Gradisca d’Isonzo a Caltanissetta passando per Macomer: uno chiuso per lavori, due sotto inchiesta della magistratura, uno dei quali commissariato. Un totale di oltre seicento posti disponibili e un numero complessivo di 6.383 persone transitate nel 2022, secondo gli ultimi dati disponibili.

Di queste, tuttavia, solo 3.154 sono state effettivamente rimpatriate. Meno della metà. In linea con gli anni precedenti, se si pensa che dal 2011 a oggi la percentuale di persone transitate nei Cpr (e prima ancora nei Cie) che è stata effettivamente rimpatriata è variata da un minimo del 44% del 2018 a un massimo del 59% nel 2017. Per tutti gli altri, quella detenzione di carattere amministrativo e non penale, finalizzata ad assicurare il loro rinvio coatto nel paese di origine, di fatto si risolve solo in una inutile privazione della libertà.

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Inutile certamente rispetto alla finalità dichiarata, cioè il rimpatrio, e forse anche per questo illegittima. Perché il trattenimento dei migranti irregolari – ha affermato la Corte costituzionale nel 2001 – trova giustificazione esclusivamente nella finalità del rimpatrio. Finalità non raggiunta in oltre la metà dei casi. Forse anche Ousmane avrebbe lasciato prima o poi il Cpr, uscendo da solo dalla porta d’ingresso. Perché il suo paese, la Guinea, non ha siglato un accordo con l’Italia in materia di rimpatri.

Nelle sue ultime parole, lasciate scritte su un muro sporco, un pensiero alla madre e ai fratelli. Non li vedeva da anni, da quando, ancora minorenne, era arrivato in Italia circa sei anni fa. Poi, forte dei suoi 18 anni compiuti, era finito in una struttura per adulti e da lì al Cpr di Trapani Milo. Entrato a ottobre scorso, sarebbe dovuto uscire il 13 gennaio per scadenza dei termini di trattenimento. Ma nel frattempo la legge è cambiata e il termine massimo previsto è sestuplicato, passando da tre a diciotto mesi.

Difficile credere che questo aumento possa determinare una maggiore efficacia dei Centri in termini di rimpatri, dato che nel 2011 quando la durata massima di trattenimento era, anche allora, di diciotto mesi la percentuale di rimpatri è stata pari al 50%.
In spregio alla sua finalità normativamente definita, la detenzione amministrativa appare di fatto un mero meccanismo di marginalità sociale, esclusione e allontanamento temporaneo dalla collettività di persone. Persone che non si vuole includere, ma che al tempo non si riesce ad allontanare.

Diciotto mesi da trascorrere in Centri vuoti perché privi di tutto, dagli arredi, spesso delle semplici sporgenze in muratura; vuoti perché anche il tempo scorre senza avere e potere fare nulla, dove anche carta e penna non sono consentiti; vuoti di relazione perché isolati anche dal mondo esterno, dalla società civile che da tempo chiede di poter accedere.

E vuoto, o per lo meno estremamente labile, è anche il contesto normativo. Manca infatti una legge organica che regoli la vita dentro. L’unico brandello presente è dato dal Regolamento dei Cpr del 2022, pensato per un trattenimento di massimo novanta giorni e non per una permanenza di diciotto mesi. I Cpr continuano così a essere delle strutture di mero contenimento, inadeguate alla complessità delle dinamiche che una permanenza prolungata determina. È qui che Ousmane ha scelto di porre fine alla sua giovane vita. Ha lasciato una sola richiesta: che il suo corpo sia portato in Africa.

*L’autrice è stata fino a pochi giorni fa componente del collegio del Garante per le persone private della libertà personale.

* Fonte/autore: Daniela De Robert, il manifesto



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