L’infame dottrina Netanyahu: un massacro per salvarsi

L’infame dottrina Netanyahu: un massacro per salvarsi

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L’infamia è insita nel mettere in conto decine di migliaia di morti per miserevoli scopi personali. Decisivo quel fattore di caparbietà, di ottuso narcisistico culto della forza che non risponde più ad alcuna razionalità politica

 

Da marxisti, da interpreti materialisti della storia siamo stati abituati a considerare i grandi conglomerati di interessi, i fattori di lunga durata, le strutture sociali e le costellazioni culturali come elementi determinanti il corso degli eventi e dello sviluppo storico. Senza indulgenza alcuna per le interpretazioni psicopatologiche per esempio del nazismo o della figura di Adolf Hitler.

PRECISE circostanze geopolitiche e una determinata fase della lotta di classe e del ciclo capitalistico costituirono il brodo di cultura del nazionalsocialismo e le condizioni per la sua conquista del potere in Germania.

Questa indispensabile attenzione per il contesto storico porta però a trascurare quegli elementi particolari, contingenti e ferocemente meschini che in determinate occasioni curvano il succedersi degli eventi, che determinano situazioni irreparabili e possono condizionare a lungo termine rapporti sociali e prospettive politiche.

L’odio, l’inimicizia assoluta, traggono spesso la loro origine da esperienze immediate e interessi particolari che, seppure scaturiscano da un contesto che la storiografia saprebbe ricostruire nelle sue linee strutturali di sviluppo, prendono forma in maniera diretta, irrazionale e imprevedibile.

Che i destini del pianeta potessero essere determinati da un militare paranoico come quello indimenticabile creato da Stanley Kubrik nel Dottor Stranamore e da una serie di banali contrattempi o dalla passione per le ghiande dello scoiattolo dell’Era glaciale sono eventualità non contemplate dalla nostra razionalità causale.

EPPURE Benjamin Netanyahu sembra rientrare pienamente in questa categoria dell’arbitrio catastrofico. Perfino il presidente statunitense Biden ha dovuto alla fine ammettere quel che era sotto gli occhi di tutti e soprattutto dei cittadini d’Israele e cioè che il sempre meno sopportato premier israeliano punta al prolungamento della guerra «per ragioni politiche», ovverosia per un attaccamento al potere che equivale ormai alla sua sopravvivenza politica e alla salvaguardia giudiziaria della sua persona.

In ostaggio di una estrema destra suprematista e fanatica che predica la guerra santa contro i palestinesi e strepita per l’invasione del Libano, Bibi ha un margine di manovra quasi inesistente ed è costretto, per conservarsi in sella, a portare avanti la strategia del massacro.

Quel che però la diplomazia americana deve trattenersi dall’esplicitare fino in fondo è l’infamia insita nel mettere in conto decine di migliaia di morti, centinaia dei quali soldati e ostaggi israeliani, e immani distruzioni per questo miserevole scopo personale.

Ed è ormai evidente che fino a quando questo governo avrà in mano le sorti di Israele, nessuna tregua duratura, per non parlare di un processo di pace, sarà neanche lontanamente pensabile.

La sicurezza dello stato di Israele, trascinato in una condizione di isolamento internazionale senza precedenti e alle prese con un cumulo spaventoso e presumibilmente perenne e ingestibile di odi e di rancori, c’entra ormai poco o niente.

QUESTO NON significa naturalmente che quanto sta accadendo a Gaza non abbia a che fare con la «grande storia» e la sua complessità. Quella della persecuzione degli ebrei in Europa, della Palestina, della politica britannica in Medio Oriente e della nascita dello stato di Israele circondato da forze ostili, quella dell’oppressione subita dal popolo palestinese.

Ma c’è un di più, forse decisivo, se non nel precludere per sempre qualunque soluzione pacifica, nel rinviarla sine die e nel dilatare il tempo dell’orrore. Ed è quel fattore di caparbietà, di ferocia individuata, di ottuso narcisistico culto della forza che non risponde più ad alcuna razionalità politica o preoccupazione umanitaria. Che solo eliminando il soggetto o i soggetti che se ne nutrono può essere rimosso.

Non è un problema che riguardi solo Israele e la Palestina, anche se in quel contesto emerge nella forma più nitida e diretta. Ma il disgregarsi e riarticolarsi dei blocchi e degli equilibri globali rimette in gioco fattori imponderabili e vede particolarismi fuori controllo insediarsi nel pieno di situazioni critiche nel contesto globale.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto



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