Lagarde al Fmi, via libera russo Obama aspetta e gela Sarkozy

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DEAUVILLE – Dopo aver promesso 40 miliardi di aiuti e prestiti ai paesi arabi che imboccano la strada della democrazia, il G8 riconosce che le nubi sulla crescita sono sulla “nostra” sponda del Mediterraneo. «La ripresa c’è ma restano dei rischi», ammoniscono i leader nel comunicato finale del summit. Pudicamente non nominano la Grecia, ma è al centro degli schermi radar. Tanto più urgente diventa la nomina del successore di Dominique Strauss-Kahn al vertice del Fondo monetario, l’istituzione più attrezzata nell’intervenire sui rischi di bancarotte sovrane dell’eurozona. E qui il G8 di Deauville si chiude su un “giallo”: l’appoggio accennato e poi ritirato degli Stati Uniti alla candidata europea, il ministro dell’Economia francese Christine Lagarde. Per Nicolas Sarkozy la doccia fredda arriva ieri mattina nell’incontro bilaterale con Obama. Il giorno prima il presidente francese aveva esultato di fronte alla dichiarazione di Hillary Clinton. Sia pure «a titolo ufficioso e personale», il segretario di Stato Usa si era detta «sostenitrice di donne qualificate ai vertici delle istituzioni internazionali, e Christine Lagarde è una di queste».

Il voto americano è decisivo, gli Usa sono il maggiore azionista del Fondo. Sarkozy si sbilancia: «Vista l’eccellente dichiarazione della Clinton avrei difficoltà  a immaginare che Obama non sia d’accordo». Ma il presidente americano non gli dà  soddisfazione. «E’ il segretario al Tesoro, Tim Geithner, ad avere espresso la nostra posizione – spiega Obama – , c’è una procedura ed è importante seguirla». à‰ un garbato rimbrotto dalla Casa Bianca al segretario di Stato, la Clinton si è allargata su un terreno che non è di sua competenza. Affiora una divergenza tra una Clinton più filo-europea, e un Geithner impegnato nel dialogo con la Cina.
Le varie uscite del segretario al Tesoro Usa da quando è scoppiata la “bomba Dsk”, con l’appello a una selezione «aperta, trasparente, professionale», riecheggiano quasi testualmente le dichiarazioni venute da Pechino. E così il G8 che poteva quasi incoronare la Lagarde – anche il premier britannico David Cameron l’ha definita “candidato eccezionale” e Putin “molto seria” – si chiude con un nulla di fatto, pur non essendo la sede competente. Lei reagisce partendo in “tournée elettorale” tra gli emergenti: prima tappa l’India. Nel frattempo i mass media francesi hanno portato all’attenzione della delegazione Usa i guai giudiziari della Lagarde, non così insignificanti come li descrive Sarkozy. Accusata di avere indebitamente favorito il finanziere Bernard Tapie, sarà  giudicata per abuso di potere dal tribunale dei ministri il 10 giugno: proprio la data finale per depositare le candidature alla direzione generale del Fmi. La cautela di Obama non significa che l’America voglia umiliare gli europei, cancellando di colpo la tradizione che assegna quella poltrona a uno di loro. Se la Cina, insieme con Brasile, India, Sudafrica e altre potenze emergenti chiedono che il Fmi «rappresenti i nuovi equilibri dell’economia globale», l’America è d’accordo: ma nessuno di loro ha lanciato ufficialmente una candidatura alternativa. L’unica è quella del banchiere centrale messicano Agustin Carstens, cui manca l’appoggio dei Brics. Il presidente russo Dmitri Medvedev al G8 indica un possibile compromesso: «A uno dei Brics può andare una vicedirezione generale». Il direttore generale del Fondo è affiancato da un vicario (l’americano John Lipsky), due vice (un giapponese e un’egiziana), più il “consigliere speciale” Zhu Min, ex banchiere centrale cinese. Obama vuole aspettare il 10 giugno, vedere le mosse di Cina e India, e poi giocare il ruolo di arbitro. Con una quasi certezza: salvo sorprese giudiziarie la Lagarde ce la farà , ma sarà  l’ultima volta di un europeo al vertice del Fmi.

 


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