Le lacrime a Santa Chiara

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Dicono che non verranno, io non posso farci nulla…». È il segnale che i 60 parlamentari riuniti nel teatro di Santa Chiara aspettavano per rompere gli indugi.

Arriva quando manca poco alle otto di sera l’ultima parola di Silvio Berlusconi, quella che sancisce la fine di una storia, di un rapporto, di un legame che era parso indissolubile e che trascina, con sé, vent’anni di storia. «Mi dispiace davvero — comunica il Cavaliere al telefono a Gaetano Quagliariello — ma gli altri hanno bocciato la vostra proposta di documento, e anche l’idea stessa di fare un nuovo ufficio di presidenza. Dicono che non verranno, io non posso farci nulla…». È il segnale che i 60 parlamentari riuniti nel teatro di Santa Chiara — lo storico palcoscenico dal quale don Sturzo lanciò il suo «Appello ai Liberi e forti» — si aspettavano per rompere gli indugi. Quello che molti auspicavano, quello che altri fino all’ultimo hanno tentato di scongiurare.
Seduti sulle poltroncine rosse, consci che il momento delle decisioni irrevocabili era arrivato, i 30 senatori e 27 deputati che da domani formeranno i gruppi autonomi del «Nuovo centrodestra» e che avevano già raccolto le firme nel pomeriggio per tenersi pronti a ogni evenienza, hanno aspettato solo che arrivasse il loro leader, quell’Angelino Alfano impegnato in un ultimo colloquio con Renato Schifani, capogruppo al Senato dimissionario ieri sera e disponibile a unirsi agli scissionisti nei prossimi giorni.
Provato, commosso, sinceramente turbato, il vicepremier ha dunque pronunciato le parole che tutti aspettavano e che nelle ultime ore si era preparato, sperando fino all’ultimo di non doverle pronunciare: «Non aderiremo a Forza Italia». Ha denunciato la «vittoria degli estremisti», ha giurato eterna fedeltà al Cavaliere, quello che era stato per lui un padre politico a volte generoso a volte spietato, che l’aveva umiliato e premiato, innalzato e schiacciato: «Continueremo a sostenerlo e a difenderlo dal governo, nelle sue battaglie su giustizia e tasse». E ha concluso con voce tremante: «Dio ci accompagni in questa marcia speriamo lunga e vittoriosa, la Provvidenza illumini le nostre scelte».
Nel tono biblico si sono sciolti lacrime, commozione, applausi, abbracci di chi se ne va dopo una vita — dai ministri Lupi, Quagliariello, Lorenzin, De Girolamo a Cicchitto, Formigoni e gli altri che tentano l’avventura —, in tono guerresco i falchi hanno accolto quella che, per molti, è una liberazione: «Fatto gravissimo, ne risponderà agli elettori», tuona Fitto, «Attaccati alle poltrone» li definisce Capezzone, «traditori» li bolla Miccichè. Il resto arriverà oggi in un Consiglio nazionale che doveva essere «una festa», diceva Alfano, e che si trasforma in una specie di funerale di quello che fu e che non sarà più. Un esito che Berlusconi — ieri sera addolorato per «la ferita che mi hanno inferto», amareggiato per lo strappo con l’uomo al quale «avevo dato tutto, tutto», arrabbiato per chi lo ha abbandonato «proprio adesso, che avevo bisogno di tutti» — ha provato a scongiurare la rottura fino all’ultimo, ma con troppa indecisione e ambiguità. Lo hanno capito subito i lealisti quando, ieri pomeriggio, li ha chiamati al termine dell’incontro con i ministri e in viva voce ha presentato l’ultima, impossibile mediazione: «Forse sarebbe giusto che facessi un passo indietro su questa vicenda della decadenza. Non voglio fare del male a nessuno, non voglio essere la causa della rottura. Forse dovremmo davvero scindere la questione da quella del governo, come mi stanno chiedendo Alfano e gli altri, e convocare un nuovo ufficio di presidenza stasera. Loro hanno già pronti i gruppi… Voi che ne dite?».
Da Fitto a Gelmini, da Verdini a Capezzone a Brunetta hanno avuto la sensazione che quello che Berlusconi si aspettava fosse un loro no. Che è arrivato ad urla: «Ma siamo pazzi?!», è esploso Fitto, e gli altri in coro a dirgli che sarebbe stato un micidiale errore, che «non permetteremo che questo passaggio si trasformi nella tua morte politica», «non è una soluzione, è una debacle». Inaccettabile, nonostante fosse questa la via d’uscita preferita dagli uomini di azienda dell’ex premier, in parte anche dai suoi famigliari, ma nessuno saprà mai se lo era davvero — in fondo — anche da lui. Che ha continuato per settimane a ripetere che «se votano la mia decadenza, il partito non potrà restare accanto ai miei carnefici». E che ieri sera ha dovuto confrontarsi con un drammatico fallimento. Comunque vada, comunque finisca la storia.


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