Intervenire. Le note di Rossana Rossanda

(il manifesto, 30 marzo 2007) Rossana Rossanda L’Unione festeggia lo scampato pericolo, la Casa della libertà si divide dopo la gaffe colossale del cavaliere, l’Udc si vanta della sua prima sortita, la grande stampa esulta per il delinearsi di una maggioranza variabile che prefigura quella che vorrebbe invariabile. Il solo che non nasconde il malumore [&hellip

redazione • 30/3/2007 • Movimenti • 197 Viste

(il manifesto, 30 marzo 2007)
Rossana Rossanda

L’Unione festeggia lo scampato pericolo, la Casa della libertà si divide dopo la gaffe colossale del cavaliere, l’Udc si vanta della sua prima sortita, la grande stampa esulta per il delinearsi di una maggioranza variabile che prefigura quella che vorrebbe invariabile. Il solo che non nasconde il malumore è il Capo dello stato che suggeriva sottovoce una bella unità nazionale. Prodi ha sperimentato per la prima volta una maggioranza diversa da quella in cui era nato senza rompere la medesima. La Margherita ha sperimentato che i fili tessuti col centro tengono. I Ds, che perseguono lo stesso disegno magari con una loro propria egemonia, hanno sperimentato che il 75% degli iscritti li segue. Il correntone ha sperimenato che resta più o meno allo stesso punto in un partito che non è più quello di dieci o venti anni fa, salvo il compulsivo votare di Emilia e Toscana ogni proposta del segretario, quale che essa sia. Bertinotti ha sperimentato la contestazione di un po’ di giovani politicamente approssimativi per lungo tempo accarezzati.
E’ un percorso a direzione unica nel quale le due coalizioni ancora in campo si stanno accorgendo che uno spostamento al centro, con tagli delle ali di destra e sinistra, si può realizzare meglio per scivolamenti ed erosioni successive che tornando alle urne. Berlusconi è più debole di quando non fosse all’indomani del voto. Ma è più debole anche quel 13% della coalizione vincente che era fuori dall’Ulivo e non sarà rappresentato dal futuro partito democratico. E che finora ha preferito tessere con il presidente del consiglio, Rifondazione per prima, accordi, per così dire, ragionevoli e privati, invece che cercar di diventare una forza del 13%, e non una sommatoria di sigle che non si parlano. Ma non si regge a lungo su una condizione puramente, oltre che stentatamente, numerica – della serie «senza di noi non ce la fanno». Tentano di farcela «senza di noi» tutti, salvo forse Prodi, più per una sua onestà di carattere e per qualche diffidenza sia verso Rutelli sia verso Fassino, che per amore di unità a sinistra. Da martedì dunque la sinistra della sinistra è costretta a parlarsi. E si mandano più o meno vaghi segni di apertura. Il più disponibile a ridiscutere sembra Bertinotti, per quanto la funzione di presidente della Camera glielo consenta, e avendo dovuto dismettere la speranza che attorno a Rifondazione si formasse un coordinamento vero e di qualche spessore, invece che una somma di gruppi e frammenti parlamentari ciascuno forzato a convivere. Non che le altre sigle si siano invece appassionate a darsi una piattaforma comune. Adesso che il ricatto «se cade questa maggioranza arriva Berlusconi» sta venendo meno, nessuno è protetto più dalle impossibilità. Bisogna scoprire le carte.
Quali carte? L’Unione si è basata su un programma prolisso che eludeva molti scogli. La necessità di raccogliere tutti i voti in giro pur di metter fuori Berlusconi ha indotto a rilevare i punti comuni e trascurare le discriminanti, invece che affrontarle e cercare un punto alto di mediazione. I punti comuni, o forse il punto comune, era metter fine a una manomissione personale e di gruppo delle leggi e delle leve di decisione, che è stato il collante delcentrodestra, al perseguimento di interessi privati, al disprezzo per la divisione dei poteri. E, buon ultimo, esprimere l’intenzione di rendere meno iniquo, senza altre precisioni, il rapporto fra poteri economici e lavoratori. Nonché una politica estera che esprimesse un rifiuto della guerra, simbolizzato dal ritiro del nostro contingente dall’Iraq. Su questi due ultimi punti, il programma è stato particolarmente reticente, perché assai moderate sono le posizioni della Margherita e della maggioranza dei Ds, ed esitanti i sindacati, eccezion fatta per la Fiom. L’approfondimento è stato nullo.
In tema di situazione internazionale, quando si è formata l’Unione, nessuno sembra aver pensato che Bush avrebbe tirato dritto, anzi sarebbe andato a un’escalation della guerra in Medioriente, contro le posizioni del Congresso, e ora anche del Senato. In queste settimane, l’escalation è diventata un rischiatutto. Se un anno fa era in fibrillazione soprattutto l’Iraq, ora è altissima la tensione anche in Afganistan e non si può escludere che Bush punti a un incendio anche in Iran. Negli Usa parlano i democratici, che non sono certo estremisti, lo denuncia Brzesinski, ma l’Unione è muta. E quando D’Alema tenta una mossa, certo non eccessiva, ne è impedito e non solo dal Dipartimento di stato.
Più grave, nella perpetua dicussione sui numeri al Senato e le manovre delle parti per tenere in piedi o per battere il governo, non c’è alcuna discussione nel merito. Né al parlamento né, che si sappia, nelle sinistre alla sinistra dell’Ulivo. Il massimo dell’assurdo s’è raggiunto sull’Afghanistan dove quella italiana continua a definirsi missione di pace anche se l’infittirsi degli scontri rende qualsiasi missione di pace sempre meno praticabile. Con il pretesto, non del tutto infondato, di proteggere «i nostri ragazzi» se la loro diventa zona di guerra, sono state affacciate nuove «regole di ingaggio» – in parole povere, combattere – e la necessità di fornire i mezzi relativi. La sommarietà è da tutte le parti: forse che per essere stata avallata l’impresa di Bush dall’Onu e per stare sotto il comando Nato, si è obbligati a seguirla? Com’è che la Francia non la segue, non ha un solo uomo in Afghanistan, e non succede niente di catastrofico? Né il governo né i pacifisti dicono tutta la verità su quello cui ci obbliga o non ci obbliga il far parte della Nato, dentro alla quale l’art. 5 permetterebbe assai più libertà che non si creda.
Una politica estera di relativa autonomia si potrebbe avere, e un intervento pubblico simile a quello che regge da solo Gino Strada, sarebbe moralmente urgente quanto il ritiro delle truppe. Che pensa la sinistra della sinistra sul punto in cui siamo? Che dirà, che direbbe alla conferenza di pace, se ci sarà? Lo stesso vale per il conflitto israelo-palestinese, dove non si profila un passo avanti rispetto a Condoleezza Rice, che punta manifestamente a riaccendere il conflitto fra Hamas e Al Fatah. E per il voto del Consiglio di sicurezza sull’Iran, stupidissima prova di forza che riunifica un Iran che in atto di dividersi sulle follie di Ahmadinejad? Non è detto che passerebbe, ma un’analisi, una previsione e una proposta di intervento serio la dovremmo avere.
Ieri Prodi ha detto che se sulla politica estera la maggioranza conosce dei conflitti, «sul sociale è unita». Ma davvero? Precarietà, pensioni e sviluppo sostenibile dipendono strettamente dal movimento dei capitali, protetto fino ad ora dai trattati dell’Unione europea, sui quali sicuramente non c’è accordo nella maggioranza di governo. C’è qualcuno che intende mettere sul tavolo il dossier nella sua interezza, e non solo davanti alla Confindustria ma davanti a noi stessi? Il silenzio della sinistra della sinistra nei vuoti festeggiamenti del cinquantenario europeo è stato impressionante. Siamo di fronte a una crisi sociale neanche tanto strisciante, ma né le regole della Banca centrale né il trattato di Maastricht né il patto di stabilità sono stati esaminati nella loro effettività, nelle loro difficoltà, negli spiragli che si aprono davanti alle turbolenze dell’occupazione.
E’ un terreno sul quale il silenzio o le misure parziali e abborracciate hanno finora prevalso, e sulle quali l’«antagonismo» sembra soltanto ridursi agli slogan. Una continua concessione alle manifestazioni ultime e inefficaci di protesta accompagna una sostanziale indifferenza o rassegnazione. Quando sento dire: a me parole come anticapitalismo non interessano, mi vengono in mente i diciottenni italiani del 1939: ma a me la guerra non interessa. Come se fosse un optional.
Una piattaforma che contrasti la deriva centrista va formata. Senza questa non prenderà corpo nessuna alternativa. E senza qualche forma di organizzazione non avrà gambe. Non basterà a definire il che cosa e il come l’incontro di stati maggiori, che finora hanno difeso un patriottismo di sigla e si sono separati uno dall’altro. Quanto alla partecipazione di chi è estraneo agli stati maggiori è tutta da inventare. Ma c’è una cogenza delle relazioni internazionali e del rapporto di forze sociali, come sono venuti strutturandosi negli ultimi due decenni, cui non si sfugge. E la cui dimensione non viene intaccata neanche dalla più grande manifestazione di protesta. Occorre un programma e, come si diceva una volta, una strategia. Parola fastidiosa e bellicosa, ma il conflitto è il conflitto. Questa è la mia persuasione.
Non è quella di tutti coloro che non sopportavano Berlusconi né di tutti quelli che il partito democratico non incanta. Ci sono due posizioni rilevanti che considerano finita ogni potenzialità di una forma politica, più o meno collettiva e organizzata.
La prima è quella di Marco Revelli, che ritiene inutile qualsiasi coordinamento politico in qualche modo organizzato perché, per quante correzioni e distacchi si proponga, deriverebbe dalla tradizione dei partiti del secolo scorso, interamente da rigettare. E non solo per la rigidità del metodo o dell’errore delle scelte concrete compiute: il farsi «corpo politico» dell’espressione diretta dei bisogni, materiali e immateriali, della gente non può che portare a ipostasi burocratico-produttiviste-belliche. E’ anche l’opinione di quella parte dei movimenti, che aveva sperato di trovare qualche cinghia di trasmissione diretta in questo o quel partito, e delusa, li considera tutti ceto politico che mira solo alla propria riproduzione. In verità Revelli punta più alto, non si illude su una spontaneità della società civile come sembra in alcune sue recenti polemiche: punta a quella che una volta ha chiamato una «cristianizzazione» delle relazioni, un lento e profondo rivolgimento delle culture della modernità basate sull’homo faber, da cui sarebbero derivati tutti gli erramenti del ‘900.
L’altra posizione viene dal pensiero di Antonio Negri e riflette di Marx la persuasione della creatività del capitale che nel crescere forma i suoi soggetti «antagonisti», oggi non più un proletariato reso desueto dalle tecnologie ma, nei suoi punti più avanzati, figure sociali alte, entrate in possesso della tecnica, accanto a moltitudini che portano in sé un bisogno di eversione o sovversione, se non rivoluzione, che ogni rappresentanza falsifica e azzera. Per ambedue le posizioni, la globalizzazione liberista non può essere né elusa né affrontata da una «politica», essa produce da sé e al suo interno i suoi puntuali, interessanti e plurali anticorpi.
In questo quadro politico e culturale in mutazione, dove si colloca il manifesto? Assiste o interviene? Nel suo ennesimo e difficile passaggio finanziario e nell’obbligo di riconoscere, ogni narcisismo messo da parte, che non è riuscito a superare in 35 anni la barriera delle 30.000 copie, a un costo impossibile e in un progressivo perdere di peso sulla scena politica, a chi parlare e che cosa proporre è una decisione che il giornale deve prendere.Non fra un paio di anni, ma oggi.

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