Ascanio Celestini, storie di casa mia

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Poi, da grande, inciampò nell’antropologia: “E da lì al teatro e al cinema il passo è stato breve” Ho letto molto sulla Repubblica Romana. Uno dei momenti più alti del Risorgimento, con protagonisti giovanissimi Come a un raduno a Woodstock Roma – Con Ascanio Celestini ci si vede in un laboratorio-magazzino con tanto di vecchio bancone da lavoro di robusto legnaccio, con pareti su cui spiccano raspe, scalpelli, pialle («Un tempo si chiamavano sponnarole»), lime («Dette anche code di sorcio»), seghe («Ribattezzate saracchi») e taglierini di precisione («Soprannominati sgorbie»). Sugli scaffali abbondano barattoli per la colla, e spuntano anche bizzarre, nasute maschere in cuoio. Qua e là  campeggiano un tamburello, una chitarra, un tamburo bianco che sembra un water, una montagna di dischi in vinile, mobili della nonna, un banco di scuola biposto dell’Ottocento, un calco con un’incisione rupestre («Me l’ha fatto scoprire un amico della Val Camonica, è di due-tremila anni fa, a riprova che l’arte era in simbiosi con la natura»). «Un tempo questo luogo era il regno di mio padre, che restaurava mobili. Aveva messo su quest’officina-garage a pochi metri dalla casa di due piani che negli anni Sessanta aveva contribuito lui stesso a costruire, partecipando al cantiere. Tutto era cominciato acquistando un lotto di terreno di 1200 metri». Siamo a Morena, in una traversa di via Anagnina, a pochi metri dal Grande Raccordo Anulare, all’altezza dell’uscita 21, quella dell’Ikea, e Celestini, in attesa di trasferirsi in un’abitazione da ristrutturare non molto lontana da qui, è ancora un inquilino di questa palazzina dove su altri piani abitano la madre e la sorella, mentre gli affittuari sono tre: una famiglia e due negozianti («Uno è un barbiere napoletano che sta nella sua bottega da quarant’anni, si chiama Antonio Posillipo»). Insomma questo attore-raccontatore-scrittore, che da anni alimenta una cultura popolare e umana di immediata comunicazione, abita in una specie di borgo attrezzato fatto di un solo caseggiato alla periferia di Roma, accatastando in un piccolo locale le frugali e quasi inesistenti scenografie dei suoi spettacoli, collezionando libricini e moleskine su cui prende appunti di idee per la scrittura, frasi da rielaborare, progetti scenici. Da un album di foto di gioventù si apprende che già  al liceo Celestini aveva i capelli lunghi, un retaggio adesso molto ridimensionato. «Lotta di classe l’ho scritto qui». Mi mostra anche un archivio povero (ma ricco di sentimenti) a base di reperti di conversazione. «Sono le ore e ore di racconti degli anziani di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, storie che ho raccolto dal 2000 al 2004. A forza di sentire le vicende, le disavventure, le emozioni e i matrimoni di quella gente di paese, nel 2003 mi ci sposai anch’io, lì. Con mia moglie, Sara, vivevo già  insieme dall’89, pure lei è di Morena. E abbiamo un figlio, Ettore, che ha quattro anni». Parliamo di famiglia, di radici, e di tradizioni domestiche, con Ascanio, perché il suo destino di artista e di autore narrante prende corpo in modo indelebile, come ricorda lui stesso, nel corso di pratiche verbali casalinghe metabolizzate poco a poco in gioventù. «Tutto cominciò con un ampio repertorio di storie di streghe sul quale mia nonna faceva affidamento d’istinto. Non erano fiabe di magia. Lei raccontava cose risalenti a un passato remoto, e diceva che erano cose vere, ma io ebbi presto la certezza che di reale c’era soprattutto il suo bisogno di esporsi, di dire, di rendere partecipi. Notai che nonna si intratteneva soltanto con un pubblico formato da altre signore e ragazze, o da bambini. Riferiva di accadimenti ascritti a donne che avevano prerogative o poteri superiori ad altre donne, all’insaputa degli uomini cui erano legate. E suscitava stupore descrivendo milioni di aghi in un uovo, dando magari anche la ricetta di pozioni magiche… Rammento una faccenda curiosa: chi c’era partecipava molto, perché si trattava di un rito, con soggetti che ricorrevano spesso, al punto che le storie erano straconosciute, eppure ogni volta, a sentirle, scattava una specie d’attrazione automatica. È lì che ho assorbito i primi germi del raccontare, della voglia di raccontare. E devo anche molto a mio padre, che però era portavoce di una realtà  drammatica di tempi più vicini a noi, della guerra, incline com’era a rispolverare le vicissitudini che gli erano capitate». Fedele all’idea di una staffetta di testimonianze, Ascanio Celestini è riuscito a farci sentire la voce registrata del padre in un suo spettacolo (ispirato alle epopee del genitore), Scemo di guerra, producendo sensazioni che hanno parlato al cuore. Come attore di teatro (da Radio clandestina a Fabbrica, fino ad Appunti per una lotta di classe), di televisione (a RaiTre con Serena Dandini) e di cinema (nel suo La pecora nera), come autore di libri (Storia di uno scemo di guerra, La pecora nera, Lotta di classe, e l’appena pubblicato Io cammino in fila indiana), come cantantautore-strumentista con all’attivo tournée di concerti, e come artista impegnato in campagne sociali e politiche, Ascanio è una macchina inarrestabile di parole. Sempre così?… «In famiglia non tanto. Di questi tempi a cena parlo magari della Repubblica Romana, come in altri casi facevo cenno ai minatori, agli operai, ai pazienti dei manicomi. A mio figlio che ha un carattere contemplativo la sera riservo, per farlo addormentare, una storia al buio, e di recente utilizzo favole di Gianni Rodari, ma può capitare che gli dica (a volte al telefono, da lontano) fiabe mie come Santa Minanta Buffanta o Il galletto, o può anche capitare che ripassi con lui il libro illustrato su Giufà . I bambini si trovano benissimo coi volumi da sfogliare». Ammette che la dimensione intima della paternità  gli toglie un po’ delle sicurezze di lui artista pubblico. «Confesso d’avere un sentimento di paura, un timore che a mio figlio succeda qualcosa, ma questo è nell’ordine delle incertezze che sento gravare oggi su tutti noi adulti. In compenso condivido con Ettore una specie di teatro realistico della cucina. Ad esempio facciamo insieme la pasta con acqua e farina (le uova no, perché ci sporchiamo troppo le mani), e la pizza. Se s’escludono le spade di legno che mi costruivo nell’infanzia avendo un padre restauratore (spade che Ettore ha trovato e con cui, essendo affascinato dall’invisibile, fa battaglie immaginarie), io da piccolo giocavo poco, e allora mi diverto molto di più, adesso, da grande, con questi riti del mangiare». Poi c’è, ci sarebbe, il capitolo dei sentimenti, degli affetti dell’Ascanio uomo che è l’altra (schiva) faccia dell’Ascanio artista. «Io, che compio trentanove anni a giugno, da ventidue sto assieme a Sara che fa trentanove anni a maggio. Non siamo mai stati persone da colpi di testa. È successo tutto lentamente, da quando eravamo entrambi diciassettenni. Siamo cambiati, è cambiato il rapporto, abbiamo affrontato l’odissea della casa, lei ha lasciato il posto all’Ibm e ora lavora con me occupandosi delle faccende concrete del mio lavoro. Io non so quanti soldi ho in tasca. Non mi capita di spendere, salvo che per i libri. Ho un furgone anziché una macchina, e un motorino nuovo che è una sòla». Pochi forse sanno che Ascanio avrebbe anche potuto fare il pennivendolo, come l’avrebbe definito Carmelo Bene, sulla carta stampata. «Dopo il liceo classico a Frascati, mi iscrissi a Lettere, e sono arrivato a dare quindici esami su venti. Volevo fare al più presto il giornalista, e ho cominciato a firmare articoli sulla cronaca romana del Momento Sera, poi mi sono fatto prendere da studi e da letture di antropologia, e dall’antropologia al teatro il passo è stato breve. Un amico, Nico, mi convinse a fare un laboratorio teatrale, e intanto all’università  frequentavamo il teatro Ateneo dove mettevano piede il Teatro Settimo di Gabriele Vacis, Giorgio Barberio Corsetti, i Teatri Uniti, Enzo Moscato. All’epoca io vendevo la rivista Sipario e ottenevo i biglietti gratis per il teatro. Riuscii a frequentare la scuola di Perla Peragallo, un’esperienza grande, scioccante, appassionante. E dopo vennero i primi soldi, guadagnati in Toscana col Teatro Agricolo, imparando a fare la commedia dell’arte, il teatro di strada, le giullarate in maschera». Nacque di lì a poco il primo vero spettacolo, Cicoria, ispirato a Pasolini, e Baccalà , e Vita, morte e miracoli, e Fine del mondo che nel 2000, grazie a Mario Martone, conobbe niente meno che un insediamento con regole a norma Cee al teatro Argentina. Adesso ha in mano il nuovo libro Io cammino in fila indiana edito da Einaudi. «È una raccolta di quaranta racconti, un terzo circa di materiali di teatro, e due terzi di testi battezzati in tv». Apologhi, denunce, grotteschi manifesti, monitoraggi di infamie, ritratti da paura, comicità  alla deriva. A metà  aprile la Feltrinelli annuncia un dvd del film La pecora nera con l’allegato cartaceo di un diario di lavorazione e di testi antipsichiatrici. E Mario Martone torna a essere un suo committente. Dopo Pasqua, il 28-29 aprile, è atteso alla Cavallerizza di Torino, ospite dello Stabile, con uno studio dal titolo Senza prigioni, senza processi che condurrà  al futuro lavoro Pro Patria. «L’impegno nasce da un suggerimento dello stesso Mario: approfondire la Repubblica Romana. Ho letto molte cose, è uno dei momenti più alti del Risorgimento, con protagonisti giovanissimi, con una corrente collettiva di adolescenti come per un raduno epocale a Woodstock, con scontri tra ragazzi e vecchi, e io impersonerò uno che sta preparando un discorso, per dire fatti e motivi, come se avesse un dialogo diretto con Mazzini e con la lotta armata di allora». Gli brillano gli occhi, ad Ascanio. Sempre lì con quella sua voce calma, con quella sua posa compunta, con quella sua coscienza sorridente.


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