«Tasse sui ricchi per il welfare»

Dopo l’annuncio, dieci giorni fa, della ricandidatura alle presidenziali del 2012, la nuova avventura inizia, infatti, proprio stasera con la prima cena di «fund raising» nella sua Chicago. Punto sul vivo dagli analisti che lo accusano di essersi fatto scavalcare dal piano di Paul Ryan (il repubblicano che guida la Commissione Bilancio della Camera), ma anche dalle critiche rancorose della sinistra «liberal» per la quale la Casa Bianca ha tradito tutti gli impegni per il progresso sociale, il presidente ha cercato ieri di riprendere in mano il timone. Un’operazione in puro stile Obama: assai complessa, articolata. E anche un po’ sfuggente visto che, per evitare di prestare il fianco a duri attacchi elettorali, il presidente ha indicato metodi e aree di intervento, ma non ha detto cosa vuole tagliare. Ha lasciato l’incarico a una commissione bipartisan presieduta dal suo vice, Joe Biden, che si insedierà  all’inizio di maggio. Un organismo che, nei piani della Casa Bianca, dovrebbe raggiungere un accordo sul bilancio 2012 e il ridimensionamento delle spese di medio lungo periodo entro fine giugno: un’impresa titanica, considerato che stavolta si parla di migliaia di miliardi di dollari, mentre il «mini-accordo» da 38 miliardi sul bilancio 2011 siglato venerdì scorso ha richiesto sei settimane di negoziati intensi e tesissimi. Molto dure («una lezioncina di storia, abbiamo capito solo che vuole aumentare le tasse» ) ma senza chiusure le prime repliche a caldo dei repubblicani: reazioni speculari a un discorso di Obama che da un lato prende di petto il piano Ryan giudicato squilibrato e iniquo («Altri regali ai ricchi? No, non passerà  mai, almeno finché sono presidente io» ), dall’altro riconosce che le dimensioni del problema sono quelle indicate nel documento repubblicano. Obama ieri sera ha anche voluto aggiungere che non sarà  sorpreso se il risultato finale al quale si arriverà  sarà  molto diverso dalla sua impostazione: «E’ l’essenza della democrazia. Si negozia per trovare un accordo sopra le parti nell’interesse del Paese» . Interesse nazionale e campagna elettorale: due cose difficili da mettere insieme. Anche perché Obama, oltre a scongiurare rotture coi repubblicani (ormai in maggioranza alla Camera), deve anche evitare di essere abbandonato da una sinistra «liberal» delusa che non andrà , certo, a votare per un repubblicano, ma che potrebbe non votare affatto e non offrire il suo prezioso volontariato al presidente. Quanto alle proposte formulate ieri, quattro sono i punti da sottolineare: 1) per la prima volta Obama indica un obiettivo imponente di ridimensionamento della spesa, 4.000 miliardi di dollari. In questo modo imbocca una via senza ritorno: in futuro non potrà  più minimizzare il problema. 2) Più tasse per i ricchi. A Natale Obama ha accettato di prorogare per due anni gli sgravi fiscali dell’era Bush perché sotto ricatto e per evitare un aumento dei tributi anche per il ceto medio. Ma adesso dice che, alla scadenza, si opporrà  a ulteriori proroghe: chi guadagna oltre 250 mila dollari l’anno dovrà  tornare a pagare aliquote più elevate. E il gettito fiscale dovrà  crescere anche con l’eliminazione di esenzioni e detrazioni come quelle concesse per le spese filantropiche dei ricchi. 3) Obama respinge lo smantellamento del «welfare» proposto da Ryan, ma ammette che la spesa sanitaria pubblica (i sistemi Medicare e Medicaid per anziani e poveri) è fuori controllo, anche se sottolinea che la crisi attuale è stata innescata dalle scelte della presidenza Bush che ha dilatato i benefici sanitari e concesso massicci sgravi fiscali senza preoccuparsi di trovare una copertura finanziaria di bilancio. 4) Il presidente afferma che, oltre al «welfare» , andrà  tagliata la spesa militare. Citando le parole dell’ammiraglio Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti («il debito è la più grossa minaccia alla sicurezza nazionale Usa» ), Obama annuncia l’intenzione di avviare una «revisione fondamentale delle missioni che l’America si è assunta, delle sue capacità  d’intervento, del nostro ruolo in un mondo che sta cambiando» .


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