Abu Mazen: “L’Italia ci aiuterà  in questa battaglia senza armi”

NEW YORK – «Noi chiederemo che la Palestina diventi un membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, vogliamo uno Stato vero, non un giocattolo. Certo, ci vorrà  ancora tempo: ma ce la faremo, e siamo sicuri che anche l’Italia ci appoggerà  in questa battaglia che combattiamo con la politica e non con le armi». Poche parole al giornalista italiano, perché dopo Barack Obama il presidente palestinese Abu Mazen è l’uomo più scortato di New York all’assemblea Onu. Alle 9 del mattino scende dalla torre dell’hotel Millennium per iniziare una giornata di incontri e negoziati, una giornata che aggiunge altri pezzi a un disegno politico che per l’ennesima volta, in Medio Oriente, sembra sfuggire al controllo degli architetti americani.
Lo Stato di Palestina si avvicina, Abu Mazen domani consegnerà  nelle mani del segretario generale Ban Ki Moon la richiesta di adesione all’Onu. «Ma sappiamo che non possiamo ottenere tutto e subito», dice Nabil Shaat, il capo dei negoziatori dell’Anp, «e allora prima di chiedere il voto dell’Assemblea generale aspetteremo che il Consiglio di sicurezza faccia le sue valutazioni».
Il piano che emerge in queste ore ha un chiaro marchio francese: è, in sostanza, quello che proprio i francesi avevano proposto all’inizio dell’estate, quando il ministro degli Esteri Alain Juppè si era fermato a Roma alla vigilia del 2 giugno per incontrare Abu Mazen prima di un vertice con Netanyahu in Israele. E’ un piano che il presidente Sarkozy ha annunciato ieri in chiaro dal podio delle Nazioni Unite, dove ha parlato dopo Obama, molti più applausi e soprattutto maggiore consenso. La Palestina presenta la sua domanda, ma per un anno congeliamo tutto a patto che i negoziati inizino al più presto e terminino entro pochi mesi.
Nelle trattative di queste ore i palestinesi si sono accorti di non avere una maggioranza certa in Consiglio di sicurezza: con 9 voti a favore avrebbero potuto farsi approvare lo Stato, mettendo gli Usa di fronte all’alternativa di dover porre il veto. «Ma con che faccia Obama avrebbe usato il veto dopo aver lodato e benedetto le rivolte arabe? Forse i palestinesi non sono arabi?», dice Mohammed Istayed, uno dei consiglieri di Abu Mazen. Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni assieme ad Israele per garantirsi in Consiglio una maggioranza contro il riconoscimento immediato della Palestina. Russia, Cina, Sudafrica, Brasile, Libano, India, Gabon e Nigeria sono con Abu Mazen, nonostante il presidente israeliano Peres abbia telefonato in persona ai capi di stato di Gabon e Nigeria sentendosi garantire affetto e appoggio, ma non il voto all’Onu. Per ora, quindi, la Palestina si vedrebbe offrire lo status di “Stato non membro/osservatore”, qualcosa di simile alla condizione del Vaticano, in cambio di garanzie sul negoziato con Israele e su un tempo determinato per chiudere la trattativa.


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