IL RITORNO DI PUTIN

La fine della guerra cecena, il ripristino della sicurezza e dell’ordine interno dopo il caos dei tempi eltsiniani, la fortunosa ripresa del rublo grazie all’impennata del petrolio avevano in certo senso messo in ombra le repressioni e gli oscuri assassinii, lo stretto controllo dei media, dei partiti e della Duma, gli oligarchi “amici” inquadrati in un sistema controllato dal Cremlino e quelli troppo ambiziosi incarcerati o esuli, i diritti umani negati, la politica estera del nazionalismo muscolare esaltato a Monaco di Baviera, il duro contrasto sul sistema antimissile americano e sulla candidatura di Ucraina e Georgia alla Nato. Poi, l’apparente diarchia dove Medvedev parlava con l’America e l’Europa auspicando lo Stato di diritto, gli accordi strategici e la collaborazione politica, l’attivazione dell’esangue Consiglio Nato-Russia.
Finita l’illusione di influenzarne l’evoluzione, ci si chiese come trattare “questa” Russia: il quesito si pone di nuovo. Gli oltranzisti avevano proposto di escluderla dalla concertazione politica per relegarla al ruolo di fornitore di materie prime, come gli sceiccati del Golfo; i moderati puntavano sul medio periodo per associare Mosca a un ruolo responsabile nello scenario della crescente globalizzazione.
Con Obama è cominciata l’alterna politica del reset. Soprattutto, la grande crisi finanziaria e la recessione mettevano in risalto i nuovi rapporti di forza tra i protagonisti, mentre la perdurante guerra afghana e pakistana e le rivolte arabe nel Mediterraneo e nel Golfo spostavano l’arco di crisi dalle pianure centro-europee al Medio Oriente e all’Asia Mediana. Putin o Medvedev che ne fosse l’ispiratore – sempre che non si tratti di due facce della stessa medaglia – Mosca mostrava cautela e disponibilità  alla collaborazione politico-diplomatica: alle Nazioni Unite non si opponeva (coperta dall’astensione tedesca) all’intervento della Nato in Libia, rallentava la centrale nucleare di Bushehr in Iran, nelle riunioni finanziarie internazionali giocava di rimessa senza cercare di inserirsi politicamente nelle crepe che apparivano nella comunità  occidentale, come avrebbe fatto in passato sfruttando l’indebolimento della Casa Bianca e le esitazioni dell’Europa.
Ogni periodo ha la propria visione geopolitica. La pressione della Cina, sicura di sé e popolosa, ambiziosa e sorniona cassaforte del mondo, alle frontiere della ricca e disabitata Siberia, il “grande gioco” asiatico che esorbita oggi dall’Afghanistan di sempre verso l’Asia Centrale, la tradizionale preoccupazione russa per l’islamismo militante condivisa con gli Stati Uniti, la stessa fluidità  politica delle alleanze nell’area Asia-Pacifico sono dati che dovrebbero indurre Mosca a una presa di coscienza dei propri interessi.
La dimensione internazionale relativa della Russia è lontana da quella dell’Unione Sovietica: la sua potenza nucleare, pur se la seconda del mondo, è in piena obsolescenza, l’economia è asimmetrica, basata solo sulle materie prime e necessita di investimenti, capitali e tecnologia per non decadere definitivamente, la situazione sociale è precaria e le enormi disparità  sono visibili: alla storica pazienza del popolo russo non basta più la narcosi del nazionalismo.
Al Cremlino non sfugge che l’obiettivo della restaurazione del bipolarismo con Washington, a lungo vagheggiata dopo la fine dell’Urss, è fuori dalla sua portata, né interessa più gli americani: lo scenario policentrico richiede una diplomazia articolata e flessibile in cui il rientro nella concertazione internazionale sia segnato dalla collaborazione. La storia personale di Vladimir Putin è nota, ma val la pena di ricordare che nel suo passato professionale – a differenza del partito – la disinvoltura nell’uso degli strumenti, anche dei più spregiudicati e deplorevoli, era funzione del realismo e dell’interesse, categorie che la politica estera sa valutare con il giusto peso.


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