La grande paura per l’euro «Così si può disintegrare»

BRUXELLES — «Eurogeddon», apocalisse dell’euro, è solo una battuta coniata dagli euroscettici inglesi. Ma gli americani la trasformano ora in qualcosa di più: diverse fra le maggiori banche e società  finanziarie del mondo, sostiene il «New York Times», si preparano alla disintegrazione della moneta unica, al suo default, e hanno già  messo a punto dei piani di emergenza, riducendo la loro esposizione nella valuta europea. In altre parole: non sperano più che l’euro ce la faccia; con l’eccezione delle banche italiane e francesi, che sarebbero più tranquille perché escludono l’eventualità  peggiore. Si va da previsioni molto caute al vero e proprio epitaffio firmato dagli analisti del colosso Nomura: «La crisi finanziaria della Eurozona è entrata nella fase più rischiosa», e «ora un crollo dell’euro appare probabile più che possibile».
L’articolo poggia su informazioni raccolte dai corrispondenti a New York, Parigi, Londra, Roma, Hong Kong. E cita decine di rapporti pubblicati nell’ultima settimana da Merrill Lynch, Barclays Capital, Nomura, Citigroup, Royal Bank of Scotland e altri istituti: «Una cascata» di rapporti, dice per la precisione il giornale. Documenti, cifre e simulazioni che certo avranno una qualche eco alla riapertura dei mercati, fra poche ore.
Il tono complessivo del testo è drammatico, anche se ovviamente improntato alla visione «anglo» delle cose europee: alcune di quelle banche americane, o anche la Royal Bank of Scotland, che oggi additano il palazzo oscillante dell’euro recitando il suo de profundis e traendone la conseguente morale, sono eredi dei baracconi finanziari inghiottiti negli ultimi anni dalle voragini dei subprime. Ma questo toglie poco allo spessore delle loro analisi, E all’accelerazione oggettiva degli eventi: «Per il coro sempre più forte degli osservatori — esordisce l’articolo — di coloro che temono una prossima disintegrazione dell’euro, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha una piccata risposta: “Non avverrà  mai”. Ma alcune banche non sono più così sicure, specie da quando la crisi del debito sovrano ha minacciato di ingolfare la stessa Germania in questa settimana, e proprio quando gli investitori hanno cominciato a mettere in dubbio il ruolo della nazione come pilastro principale della stabilità  europea».
Seguono gli esempi, molti e dettagliati. Negli Usa le autorità  di regolamentazione avrebbero già  spinto le banche, fra le quali Citigroup, a liberarsi dei titoli in euro. Lo stesso starebbero facendo a Hong Kong e su altre piazze finanziarie asiatiche le autorità  locali. E Tui, la compagnia primaria del turismo tedesco, avrebbe fatto — sempre secondo il giornale americano — qualcosa di incredibile: avrebbe cioè spedito una circolare alle principali catene alberghiere greche per chiedere che i contratti vengano rinegoziati anche in dracme, l’antica moneta nazionale, così da evitare confusioni e perdite nel caso del «ribaltone». Barclays Capital non ha spedito invece lettere ma ha commissionato un sondaggio, e il risultato è ugualmente inquietante: su 1000 clienti dell’istituto, 500 credono fermamente che almeno un Paese lascerà  l’Eurozona, il 35% pensa che quel Paese sarà  solo la Grecia, e un cliente su 20 ritiene che tutti i Paesi “periferici” a cominciare da Grecia e Portogallo se ne andranno.
Quanto all’Italia e alla Francia, le acque del mondo finanziario sembrerebbero molto più placide: «Anche se banche come Bnp Paribas, Société Générale, Unicredit e altre hanno scaricato di recente decine di miliardi di debito sovrano, si è certi che vi siano poche ragioni per fare di più”. Per l’Italia, parla nell’articolo il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Andrea Beltratti: «Sicuramente mi sentivo più fiducioso qualche mese fa, ma resto ottimista tuttora».
Fra poche ore, con la riapertura dei mercati, arriverà  il prossimo esame. E intanto, in Europa continuano le consultazioni garbate e lucide: ieri il vicecancelliere tedesco Philipp Roesler ha bollato come «irresponsabili” le proposte sugli eurobond fatte poche ore prime dal presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso.


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