Lotta di classe in Cina


Il tabù è rotto. A Wukan, nel sudest della Cina, migliaia di persone hanno protestato in piazza contro le requisizioni di terre forzate e la corruzione, indicando nel sistema politico della Repubblica popolare la radice ultima del fenomeno. Le immagini comparse su Weibo, piattaforma Internet per i microblog cinesi (surrogato locale di Twitter) mostrano cartelli con la scritta: «Abbasso la dittatura». Era già  accaduto nel recente passato che i dimostranti se la prendessero con i dirigenti comunisti cittadini o distrettuali. Evitando però di chiamare in causa il governo centrale. Il che anzi aveva spesso consentito a Pechino di sostenere, almeno a parole, le ragioni dei promotori di singole contestazioni, visto che la lotta alla corruzione è un obiettivo spesso enunciato dai massimi leader, presidente Hu Jintao incluso.
Il messaggio che arriva da Wukan è inequivocabile: quello che avviene in questo angolo del Paese non è ascrivibile a semplici malfattori periferici, ma la manifestazione del marciume generale. A Wukan è arrivato il contagio della febbre speculativa che da alcuni anni infuria da Pechino a Shanghai a Canton. Case e terreni di singoli cittadini vengono espropriati per fare posto a progetti immobiliari promossi dalle autorità  della cittadina: condomini, alberghi, centri commerciali. Nel nome dell’interesse collettivo. Solo che il più delle volte i beni requisiti vengono rivenduti a imprenditori amici dei dirigenti dell’amministrazione pubblica. Un gioco in famiglia all’interno della nomenklatura del posto.
Wukan si trova nel Guangdong, una delle province meridionali che guidano la straordinaria crescita economica nazionale di questi anni. Insieme all’effervescenza produttiva e consumistica il capitalismo comunista ha innescato tensioni sociali esplosive. Solo pochi giorni fa a Dongguan, nella stessa provincia, migliaia di operai sono scesi in sciopero contro licenziamenti e riduzioni di salario. Scontri con la polizia, dieci feriti.
I protagonisti dell’agitazione sono dipendenti della Yu Cheng, un’azienda che riunisce in sé due elementi caratteristici del nuovo corso cinese: i migliorati rapporti con quella che ufficialmente viene ancora talvolta definita «provincia ribelle», cioè Taiwan, e i sempre più stretti legami con l’Occidente. La Yu Cheng ha infatti padroni taiwanesi, e per acquirenti alcuni colossi euro-americani dell’industria calzaturiera: da Nike a Adidas a Balance. A Dongguan la Yu Cheng ha trovato l’Eldorado: inesauribili riserve di manodopera, salari bassi, e inesistenti norme per la tutela dei lavoratori. Ma c’è sempre un Paradiso più dorato di quello in cui si gode. E i proprietari taiwanesi ne hanno scovato uno in una provincia limitrofa, lo Jiangxi, con paghe ancora più striminzite. Da qui la decisione di ridimensionare le attività  a Dongguan e trasferirsi altrove.
Dongguan, paradigma delle contraddizioni in cui si dibatte il boom economico cinese. Basta visitare la perla cittadina, il South China Mall. Un complesso commerciale in cui spicca la ricostruzione di un’artificiale Venezia, con tanto di Canal Grande e Basilica di S. Marco in miniatura. Il giro in simil-gondola attrae folle di bambini in gita scolastica. Ma è l’unica spesa che la maggior parte dei visitatori si può permettere, a giudicare dallo squallore desertico che domina nel resto della struttura. Negozi vuoti, alcuni senza merci, altri senza clienti. Ascensori fermi al piano. Pavimenti coperti da immondizia che nessuno raccoglie.
Il miracolo economico della Cina segna il passo. Si profila lo spettro dello stesso fenomeno che ha devastato le economie di alcuni paesi occidentali. La bolla edilizia è prossima a scoppiare. Dall’inizio del 2011 mille agenzie immobiliari hanno chiuso i battenti a Pechino (177 nel solo mese di ottobre). Per fronteggiare la minaccia il governo ha alzato i tassi ipotecari, ma la mossa rischia di rivelarsi tardiva.


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