Europa, cambiare i trattati o preparare l’uscita dall’euro

Fino a poco fa, qui in Portogallo ma non solo, erano considerate radicali le posizioni di coloro che si opponevano all’intervento e alle ricette della troika (Ue, Bce, Fmi) per ragioni di sovranità , di democrazia e per il sospetto che la crisi fosse presa a pretesto dalla destra per applicare nel nostro paese «la politica di shock» delle privatizzazioni, sanità  e istruzioni incluse. Queste posizioni proponevano, davanti al disastro greco, la disobbedienza al memorandum della troika o chiedevano un’approfondita verifica del debito per scontare da esso le sue fette illegittime o addirittura illegali. Erano considerate radicali perché mettevano in causa la sopravvivenza dell’euro, perché screditavano ancor di più il Portogallo nel contesto europeo e internazionale, perché, se messe in pratica, avrebbero prodotto un disastro sociale, esattamente quello che si diceva di voler evitare con il memorandum.
L’aggravamento della crisi sta offrendo l’occasione per una nuova radicalità  che, paradossalmente e al contrario della radicalità  anteriore, parte dall’osservanza stretta della logica che presiede la troika e il memorandum. Commentatori del Financial Times e politici di paesi del nord Europa appoggiano la fine dell’euro, perché in definitiva «l’euro è il problema», propongono un euro per i paesi più sviluppati e un altro per i meno sviluppati, sostengono che l’uscita dall’euro da parte della Grecia (o, è sottinteso, di altri paesi) potrebbe non essere una cattiva idea purché attuata sotto controllo, e sostengono in ultimo la permanenza dell’euro (attraverso gli eurobond o qualche altro meccanismo) a condizione che i paesi indebitati si arrendano senza condizioni al controllo finanziario della Germania (una sorta di federalizzazione senza democrazia).
In altre parole, la radicalità  ha oggi due facce e questo forse ci consente una nuova trasparenza rispetto alla posta in gioco o a ciò che conviene a noi paesi indebitati.
La trasparenza di ciò che si omette è altrettanto imporante della trasparenza di ciò che si dice. Questo capita perché in entrambi i casi gli interessi sottotraccia sono visibilissimi in superficie.
La trasparenza di quel che si omette. Primo: nell’attuale quadro istituzionale europeo non è possibile tornare alla «normalità ». In questo quadro, l’Unione europea cammina inevitabilmente verso la disgregazione. Dopo l’Italia, seguiranno la Spagna e la Francia. Secondo: le politiche di austerità , oltre che socialmente inique, sono non solo inefficaci ma anche controproducenti. Nessuno può pagare i suoi debiti producendo di meno e, quindi, queste misure dovranno essere seguite da altre ancor più gravose, fin quando il popolo (nessuna paura di usare questa parola), il popolo fustigato, oppresso, disperato dirà : basta! Terzo: i mercati finanziari, dominati come sono dalla speculazione, non compenseranno mai i portoghesi o i greci o gli irlandesi o gli italiani per i sacrifici fatti, dal momento che è proprio sostenendo che i sacrifici non bastano mai che essi alimentano i profitti degli investimenti speculativi. Se le dinamiche della speculazione non vengono domate e sempre nell’attesa che il mondo faccia quel che può e deve cominciare a fare a livello intanto europeo, il disastro sociale sarà  in ogni caso inevitabile sia che si obbedisca o no ai mercati.
La trasparenza di quel che conviene ai paesi fortemente indebitati e all’Europa nel suo insieme, ossia al 99% di cittadini più la totalità  degli immigrati del sud Europa, e anche a tutti gli europei per i quali un’Europa dei nazionalismi è un’Europa in guerra e per cui la democrazia è un bene così prezioso che ha un senso solo a patto che esso venga distribuito democraticamente. Qualsiasi soluzione diretta a minimizzare il disastro che si approssima deve essere una soluzione europea, ossia, una soluzione che deve essere articolata almeno fra qualche paese dell’euro.
Io vedo due soluzioni possibili. La prima, lo scenario A, consiste nel fare pressione, insieme ad altri paesi «in difficoltà », per cambiare in tempi brevi il quadro istituzionale della Ue in modo tale che il debito possa essere mutualizzato e la democrazia federalizzata. Questo implica, fra le altre cose, dare potere all’euro-parlamento, rendere la Commissione responsabile davanti a esso ed eleggere direttamente la sua presidenza. Implica anche una politica industriale europea e la ricerca di un equilibrio commerciale all’interno dell’Europa. Per esempio, non dovrebbe la Germania, che tanto esporta nel resto d’Europa, importare di più dal resto d’Europa, abbandonando il mercantilismo insito nella sua incessante ricerca di surplus? Perché ciò sia possibile è necessaria una politica doganale e di preferenze commerciali inter-europea, così come una rifondazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, già  oggi un cadavere, nel senso di cominciare a costruire un modello di cooperazione internazionale per il futuro: accordi globali e regionali che, ogni volta di più e nella misura del possibile, facciano coincidere i luoghi di produzione con quelli di consumo. Implica anche, a livello europeo, una regolamentazione finanziaria prudente che includa un mandato post-neoliberista per la Banca centrale europea (più poteri d’intervento basati su un controllo più democratico delle sue strutture e del suo funzionamento). Questa soluzione si contrappone frontalmente alla soluzione autoritaria sostenuta dalla Germania, che consiste nell’imporre a tutti gli altri paesi la tutela tedesca in cambio degli eurobond o degli altri meccanismi di europeizzazione del debito. Questa resa all’imperialismo tedesco significherebbe che, in Europa, ha diritto alla democrazia solo chi ha i soldi.
Lo scenario A è esigente ed esigerebbe, in via immediata e nonostante i limiti del mandato in corso, che le Bce assumesse un ruolo molto più attivo per garantire i tempi della transizione. La prudenza suggerisce però che l’ipotesi del fallimento di un tale scenario sia seriamente prevista e considerata.
Dovremmo quindi cominciare da subito a preperare lo scenario B: un’uscita da questo euro, da soli o insieme ad altri paesi, sulla base del fatto, comprovato dalla realtà , che, con l’euro, le diseguaglianze fra i paesi europei non cesseranno di aumentare. La verifica del debito mostrerebbe la serità  dei nostri propositi. I costi sociali della soluzione B non sono più alti dei costi del fallimento della soluzione A, e lasciano almeno intravvedere una luce alla fine del tunnel.
*Sociologo portoghese, insegna all’università  di Coimbra e in quella di Wisconsin-Madison negli Usa


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