Cina, la sfida di Bo Xilai “Costretto a confessare ma io sono innocente”

JINAN — Il “principe rosso” arrestato per aver conteso il potere alla nuova leadership di Pechino respinge ogni addebito e da imputato si trasforma nel grande accusatore del partito-Stato. Il colpo di scena che scuote la Cina ha per teatro la corte intermedia del popolo di Jinan, nello Shandong, dove si è aperto ieri il processo politico più delicato da oltre trent’anni. Bo Xilai, 64 anni, ex astro nascente del comunismo neomaoista, sceglie a sorpresa di ripercorrere proprio la strada di Jiang Qing, ultima moglie di Mao, che preferì morire piuttosto che dichiararsi colpevole. Di primo mattino, fuori dal tribunale assediato dall’esercito, un gruppo di sostenitori viene disperso mentre inneggia all’imputato e al Grande Timoniere. L’intera città, roccaforte del neo-presidente Xi Jinping, è pattugliata dalla polizia.
Caso senza precedenti per l’autoritarismo cinese: un processo ufficialmente pubblico ma blindato, che improvvisamente sfugge di mano a giudici e avvocati scelti dalle autorità. Bo Xilai, inghiottito nel nulla da diciassette mesi, si presenta in aula dimagrito ed invecchiato e pare nuotare dentro la camicia bianca e i pantaloni neri. Occhi socchiusi, lo sguardo lontano, sulla bocca una piega che anticipa il disprezzo per chi lo ha fatto cadere. Attorno a lui poco più di cento persone: sei parenti, i suoi legali, i giornalisti dei media di Stato e una schiera di funzionari vestiti da spettatori comuni.
Subito smentito chi, dentro il politburo, si era premurato di anticipare che Bo avrebbe ammesso corruzione, abuso di potere e appropriazione indebita, porgendo addirittura scuse pubbliche al Paese.
Il copione viene stravolto. «Ho confessato davanti alla commissione disciplinare del partito — sibila l’imputato — contro la mia volontà, perché la mia mente era totalmente bloccata». Sull’aula cala il gelo, sospesa la diretta tv, mentre la censura interrompe le trasmissioni sul web. Il processosimbolo che doveva servire ai leader vincenti per dimostrare alle masse che il partito ha la forza di auto-depurarsi, sfuggendo al declino delle democrazie occidentali, in pochi istanti si trasforma nella miccia capace di far riesplodere lo scontro tra i riformisti e sinistra ortodossa, forte del sostegno di parte dell’esercito. Dirompente il messaggio lanciato dal leader “all’americana” che aveva compreso la potenza dei media anche nella nazione della repressione, caduto per aver tentato di riportare la Cina nelle mani di un dittatore, sottraendola all’egemonia collegiale del partito: il processo è una farsa, come quello che un anno fa ha condannato a morte (penna commutata in ergastolo) la moglie Gu Kailai, e il potere di Pechino può estorcere confessioni solo con la tortura e la violenza psicologica. Bo nega di aver preteso milioni di euro in tangenti, nega di possedere una villa a Cannes, di aver finanziato i capricci milionari del figlio Bo Guagua e di aver cercato di coprire l’omicidio della spia britannica Neil Heywood, confessato dalla moglie. Contro-interroga gli accusatori e le testimonianze che lo incastrano, compresa una memoria scritta attribuita dei giudici alla consorte, vengono definite «esibizioni ridicole di imbroglioni che si stanno vendendo l’anima».
La liturgia che doveva risultare esemplare, consegnando alla vergogna gli eccessi del “decennio d’oro” di Hu Jintao e Wen Jiabao, viene sconvolta anche da un giallo. Il social network di Stato Weibo zooma sulla mano sinistra di Bo e milioni di cinesi vedono spuntare solo le tre dita esterne. Gli internauti si scatenano assicurando che abbia fatto il segno “ok” per rassicurare i sostenitori e il figlio, mai rientrato dagli Usa. L’immagine viene subito censurata, ma risulta evidente che il partito, deciso a celebrare davanti al mondo la forza della sua unità, si scopre fragile. Da una parte la sentenza già scritta dal potere, che non assolve mai chi mette sotto accusa, dall’altra la verità del leader-icona sacrificato per scaricare la rabbia popolare contro i compagni funzionari miliardari.
Oggi il secondo round, in settembre il verdetto, per accuse che valgono la pena capitale. Nessuno in Cina crede possibile l’accertamento della realtà: ma il processo destinato a chiudere ed ad aprire un’epoca a Pechino, come nel 1976, suggerisce già che, per la nuova dinastia rossa, la strada verso il controllo totale della seconda potenza del mondo rimane in salita.


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