L’Alba a Durban

Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Saint Vincent e Grenadine, Dominica, Antigua e Barbuda hanno concordato una piattaforma comune durante un incontro preliminare ospitato dalla Bolivia. Ed è una strategia chiara: i paesi dell’Alba respingono il pannicello caldo delle «riduzioni volontarie delle emissioni» proposte dalle nazioni ricche (è la linea portata avanti dagli Stati uniti e altre nazioni occidentali: non fissare limiti vincolanti alla quantità  di gas di serra che ciascun paese può emettere, ma ripiegare sugli impegni volontari). Propongono invece di «far proseguire e rafforzare» il Protocollo di Kyoto in quanto «unico accordo internazionale legalmente vincolante». A Durban occorre agire in modo «ambizioso, equilibrato, scientifico, equo», dicono, rispettando i principi della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, approvata nel 1992 a Rio de Janeiro: in particolare i principi di eguaglianza e di responsabilità  comune ma differenziata. Le nazioni ricche sono le principali responsabili delle emissioni di gas di serra finora accumulate, e devono assumere il peso maggiore. Hanno anche più mezzi per la doppia opera di «mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento agli stessi». La Bolivia ha anche proposto che alle azioni di mitigazione e adattamento da parte delle nazioni del Sud globale si destinino i proventi di una tassa sulle transazioni finanziarie che frutterebbe fino a 400 miliardi di dollari all’anno. E per lo stesso fine, sottolineano quelli dell’Alba, le nazioni ricche devono rispettare l’impegno di versare a un fondo apposito almeno 100 miliardi di dollari all’anno, interamente destinati alle nazioni non ricche (nel 2011 ben poco è stato sborsato).
L’Alba chiederà  anche alle nazioni ricche di destinare almeno l’1,5% del proprio Prodotto interno lordo al sostegno a progetti nei paesi poveri. Una restituzione parziale del maltolto – il debito ecologico e sociale del Nord globale – più che un aiuto. Rifiutata dall’Alba, su proposta della Bolivia, l’idea-scappatoia che va per la maggiore: considerare l’aiuto alla protezione delle foreste come una compensazione (off-set) da far valere sul mercato del carbonio. Meglio un meccanismo che potrebbe chiamarsi «vita sostenibile della foresta», nel quale tener conto di questi «soggetti viventi» non solo come entità  che assorbono carbonio ma anche fornitori di cibo, acqua, biodiversità . A Panama in ottobre il blocco dei paesi dell’Alba si è incontrato sul tema del clima con l’Unione Africana e il Gruppo dei paesi meno avanzati (Pma). In tutto cento paesi che daranno battaglia ai paesi sviluppati.
Le «responsabilità  comuni e differenziate» sono anche il cavallo di battaglia della Cina e del gruppo dei 77. Pechino ha pubblicato il libro bianco Politiche e azioni della Cina per rispondere al cambiamento climatico. Il paese è ormai il primo emettitore mondiale di gas serra. Ma non lo è certo a livello pro capite e inoltre, essendo la Cina la principale «fabbrica del mondo», essa si fa carico formalmente anche delle emissioni collegate a quanto serve ai consumi dei paesi ricchi (si potrebbe chiamarle «emissioni per procura»). A Durban la Cina avanzerà  una proposta in cinque punti. Su un altro fronte saranno schierati i paesi occidentali, la Russia, il Giappone e i paesi arabi del Golfo, grandi produttori di petrolio (le petromonarchie). Intanto l’Organizzazione meterologica mondiale (Wmo) nel suo bollettino The State of Greenhouse Gases in the Atmosphere dichiara che la concentrazione di gas serra nell’atmosfera ha raggiunto nuovi picchi nel 2010. Anche se riuscissimo a bloccare oggi le emissioni di gas serra (impossibile) i gas già  presenti sussisterebbero ancora per decine di anni. A far danni infiniti.


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