Il colore dei soldi Da Goldman Sachs al re di Las Vegas

NEW YORK — «Fattore Adelson». «Fattore Goldman». O, forse, soltanto «fattore Calimero». La sentenza della Corte Suprema Usa che un anno fa ha eliminato i limiti al finanziamento delle campagne elettorali da parte di singoli individui e anche delle imprese, sta trasformando quella per la conquista della Casa Bianca in una battaglia tra miliardari, almeno in campo repubblicano.
Il «tycoon» dei casinò Sheldon Adelson, ottavo uomo più ricco d’America e proprietario della maggiore flotta di jet privati del mondo (c’è anche un «Jumbo») coi quali «scarrozza» i clienti migliori delle sue case da gioco cinesi e di Las Vegas, è diventato all’improvviso la bestia nera del partito repubblicano: quando ormai le cose si erano messe bene per l’uomo dell’«establishment» conservatore, Mitt Romney, Sheldon è sceso in campo per rivitalizzare con un’iniezione di cinque milioni di dollari l’amico Newt Gingrich, la cui candidatura era agonizzante dopo il crollo dei consenti a dicembre e la sconfitta al «caucus» dell’Iowa, dove l’ex speaker della Camera era arrivato solo quarto.
In South Carolina gli amici di Newt hanno messo in piedi, coi soldi di Adelson, una campagna anti Romney tanto farcita di falsità  quanto efficace nel metterlo in cattiva luce. Alla fine la netta vittoria del candidato mormone che era stata prevista dai sondaggi si è trasformata in una bruciante sconfitta. Dopo la quale il padrone del «Venetian» e di altri grandi casinò ha elargito altri 5 milioni a un Newt che, altrimenti, non avrebbe potuto nemmeno iniziare a fare campagna per le primarie in uno Stato vasto e popoloso come la Florida, dove si vota domani per la «nomination» repubblicana.
Per gli avversari di Romney, però, in questa campagna elettorale c’è anche un «fattore Goldman», visto che Goldman Sachs, la più prestigiosa e redditizia tra le banche d’affari di Wall Street, non solo è il primo finanziatore della campagna dell’ex governatore del Massachusetts, ma ha anche con lui e col fondo da lui creato, Bain Capital, una storia di stretta collaborazione durata decenni: circa 40 milioni di dollari del patrimonio di Romney sono stati investiti attraverso strumenti finanziari della Goldman che dieci anni fa, quando Mitt divenne governatore, ottenne in gestione dal suo «blind trust» gran parte del suo patrimonio, allora stimato in 250 milioni di dollari.
Gli affari di qualche anno fa tra la banca newyorchese e Bain Capital sono serviti agli amici di Gingrich per costruire anche in Florida una campagna che accusa Romney di essere un «avvoltoio»: un capitalista spietato che, pur di far soldi, ha messo sul lastrico, in combutta con Goldman e alcune banche locali, molta gente non più in grado di rimborsare il mutuo che aveva sottoscritto.
«Attento Adelson: chi investe nel tuo gruppo si ricorderà  degli attacchi al mercato finanziario che stai foraggiando», gli ha ringhiato contro il «mastino» John Sununu, l’ex capo di gabinetto della Casa Bianca che ora è al fianco di Romney. Ma Sheldon non si è per nulla spaventato. Anzi, per tutta risposta ha raddoppiato il sostegno a Gingrich.
Aiutando il quale, più che perseguire un raffinato disegno politico, il miliardario dei casinò pensa, da un lato, di aiutare la causa di Israele di cui lui, figlio di ebrei lituani, è un sostenitore accanito (al punto di gioire pubblicamente quando Newt definisce i palestinesi «un popolo inventato»). Dall’altro, infilandosi nella mischia, Adelson cerca di togliersi di dosso l’immagine di eterno «outsider» sbeffeggiato da tutti. E’ un’ossessione dell’irrilevanza, un «complesso di Calimero» descritto dallo stesso Sheldon: l’infanzia a South Boston dove «tutti i ragazzi irlandesi picchiavano noi, giovani ebrei» e poi Steve Winn, proprietario «modaiolo» di grandi casinò, che lo prende in giro, anche se lo scontroso Adelson ha più successo di lui: «E’ stato sempre così, ogni volta che entro in un nuovo settore, nessuno mi prende sul serio».
Così Sheldon punta tutte le sue carte su Gingrich, il Calimero del fronte repubblicano contro un Romney troppo perfetto. Per adesso Barack Obama può starsene in poltrona (come lo ritrae oggi la copertina del New Yorker) a godersi lo spettacolo dei repubblicani che si sbranano. Tra qualche settimana, però, finirà  nel tritacarne anche lui, visto che sta accumulando centinaia di milioni di dollari per la campagna e che, come gridano già  oggi i fan di Ron Paul, ha gli stessi tre grandi finanziatori bancari di Romney: Goldman, UBS e Morgan Stanley.


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