L’Europa ha il mal d’auto ma la Fiat resta a piedi

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Poco dopo che il governo argentino nazionalizzasse, ieri l’altro, la petrolifera Ypf, ai danni della madrilena Repsol, l’argomento più discusso sul Twitter spagnolo è stato #VendicarsiDegliArgentini. Allora, Paz & Rudy, vignettisti di un giornale di Buenos Aires, hanno improvvisato una striscia e l’hanno diffusa in rete. Un ragazzo guarda sorpreso il computer, chiama un amico e fa: «Gli spagnoli dicono che gli abbiamo rubato il nostro petrolio». Ride l’Argentina della rabbia dell’ex colonia, perché dietro alle proteste di Repsol, del governo Rajoy e dell’opinione pubblica, c’è qualcosa di più dello Stato che si impone sul capitalismo, c’è la giovane nazione contro il vecchio invasore o quella che Cristina Kirchner ha chiamato una volta «la seconda guerra di indipendenza».
Per alcuni è solo retorica. Colei che oggi guida il paese, nel ’92 compariva tra i senatori firmatari del decreto con cui Ypf veniva privatizzata e fino a meno di un anno fa, era anche una buona alleata della multinazionale appena scacciata. L’opposizione di destra parla di incoerenza, ma fatica poi a salvare l’operato di Repsol: in Argentina gas e benzina costano tre volte meno che all’estero, per una semplice regola del profitto, l’azienda preferiva quindi esportare quanto estratto, lasciando il paese senza il combustibile.
Cristina ha parlato chiaro: «Nella mancanza di investimenti e nella distribuzione dei dividendi (leggi ‘nella spartizione dei soldi tra gli azionisti’) stanno le ragioni che ci hanno trasformato in importatori di gas», quando per risorse l’Argentina sarebbe il terzo produttore al mondo. Davanti a queste accuse, il ceo di Repsol, Antonio Brufau, ha sostenuto ieri che dietro all’esproprio, ci sia in realtà  la volontà  di nascondere «la crisi sociale ed economica che affronta il paese».
L’Argentina è povera e le proteste sono all’ordine del giorno, ma il Fmi prevede che quest’anno crescerà  del 4,2%, mentre per la Spagna prospetta un -1,8%. Nessuna manifestazione argentina degli ultimi anni, poi, raggiunge le dimensioni dello sciopero visto in Spagna a fine marzo. Tant’è, che dal punto di vista sociale la nazionalizzazione ha ricevuto subito l’ok dei sindacati, molti dei quali poco o per nulla vicini a Cristina, ma comunque contenti di veder compiere ciò che chiedevano da tempo, con la garanzia che lo Stato manterrà  tutti i posti di lavoro.
Brufau però insiste nel voler svelare i retroscena e finisce per tradire un po’ d’ingenuità : «Si è voluto far crollare il prezzo di Ypf e permettere una nazionalizzazione a costo zero», A Repsol non resta che denunciare l’Argentina presso il tribunale della Banca Mondiale, Icsid, dove chiederà  un risarcimento da 8 miliardi di euro. Tra 5 o 10 anni, l’Icsid arriverà  probabilmente a una condanna. Ma chi obbligherà  poi Buenos Aires a pagare? Organismi del genere non hanno (quasi sempre per fortuna) gli strumenti per imporre le loro decisioni.
Nella sua crociata giuridica, Repsol avrà  l’appoggio dell’Ue, che ha già  disdetto la visita salva-Ypf che aveva programmato per domani a Buenos Aires, visto che la nazionalizzazione sarà  approvata entro 7 giorni; mentre il governo Rajoy, che accusa Bruxelles di essere «troppo tiepida», promette rappresaglie. «È un precedente pericoloso», ha tuonato ieri Rajoy dimenticando il caso delle Aerolineas Argentinas della spagnola Marsans. Anche gli Usa poi sarebbero troppo timidi. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, è stata una delle prime a parlare: «Vanno spiegate le ragioni di questo gesto», dimostrando che la Casa bianca non è contrari a priori. Parole dolci, se confrontate con quelle del presidente messicano Felipe Calderà³n, che giudica la decisione come «riprovevole e poco razionale». Dietro al suo disappunto, c’è il miliardo 990 milioni di euro in azioni di Repsol che possiede la messicana Pemex. Pemex fu nazionalizzata attraverso un esproprio, uguale a quello che inizia a discutere oggi il Senato argentino per Ypf.
BRUXELLES
L’Europa continua a soffrire il mal d’auto, ma la Fiat ormai passa più tempo a prenderia aria al finestrino che a vendere. I dati sul mese di marzo diffusi dall’Acea, l’associazione dei costruttori presenti in Europa, raccontano che il mercato continentale ha subito una flessione del 6,6%, immatricolando nei 27 Paesi Ue più quelli Efta 1.499.380 unità , contro 1.605.835 registrato un anno fa. A febbraio il calo era stato del 9,2%, mentre nel trimestre le vendite di auto sono invece scese del 7,3% a 3.427.677 unità , contro i 3.696.919 dello stesso periodo del 2011.
In questo quadro di crisi, a marzo Fiat Group Automobiles ha immatricolato in Europa (27 Paesi Ue + Efta) 81.469 nuove vetture, segnando un calo del 25,8% rispetto alle 109.831 vendute a marzo 2011. A febbraio le vendite del Lingotto in Europa erano scese del 16,5%, mentre nel trimestre il gruppo torinese ha venduto in Europa 217.434 unità , in flessione del 20% rispetto alle 271.741 dello stesso periodo di un anno fa. In un comunicato, la Fiat ha sottolineato come il forte calo delle vendite sia «condizionato dallo sciopero dei servizi di autotrasporto vetture in Italia che ha comportato la chiusura momentanea degli stabilimenti». Ma è chiaro che lo sciopero è solo una parte, e non la più grande, del problema che sta attanagliando le vendite del gruppo in Europa, tra modelli che stanno invecchiando, i nuovi posticipati e la concorrenza che rinnova con più costanza il suo parco.
Guardando i dati, altri generalisti come Fiat se la passano male: Psa -19,4%, Renault -20,6%, Ford -7,7%, Gm -10,4%. In controtendenza il gruppo Volkswagen, con +1,3%. Il gruppo Fiat, che va male su tutta la linea a eccezione del marchio Jeep (+54,6%), è stato superato nella quota mensile dal gruppo Bmw, salito al 6,2% contro il 5,5% degli italiani (l’anno scorso era al 6,9%). Tra i mercati, i paesi che hanno fatto peggio sono stati Portogallo (-49,2%), Grecia (-42,6%) e Cipro (-35%), ma anche Francia (-23,2%) e Spagna (-21%). Male anche l’Italia che ha perso il 26,7% a marzo e il 21% nel primo trimestre dell’anno. Tra i grandei paesi, sono andati bene la Germania (+3,4%) e il Regno Unito (-1,8%).


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