G20. Quasi accordo sulla tassazione (minima) per le multinazionali

G20. Quasi accordo sulla tassazione (minima) per le multinazionali

G20. Il summit di Venezia prova a ratificale quanto deciso dall’Ocse. Ma i «paradisi fiscali» resistono. La «minimun tax» dovrebbe portare nelle casse degli Stati intorno ai 150 miliardi di dollari l’anno

C’è l’accordo politico del G20 sui due pilastri della tassazione delle multinazionali a livello mondiale, già passata all’Ocse con l’approvazione di 131 paesi (su 139) il 1° luglio, in seguito all’intesa al G7 il 5 giugno: l’istituzione di una «tassa minima mondiale» di «almeno» il 15% sugli utili delle multinazionali e l’introduzione di un sistema «equo» di ripartizione della tassa in funzione degli utili realizzati in ogni paese.

I «dettagli» ancora «in sospeso», dice il comunicato del primo giorno del G20 Finanza a Venezia, sotto presidenza italiana, dovranno essere risolti «rapidamente», per essere presentati alla «prossima riunione di ottobre». Tra questi, anche il voto di approvazione del Congresso Usa. I paesi «recalcitranti» sono «invitati» ad aderire all’accordo.

TRA I RETICENTI, c’è un blocco Ue (Irlanda, Estonia, Ungheria) e un fronte dei paesi in via di sviluppo uniti a paradisi fiscali (Nigeria, Kenya, Sri Lanka, Barbados, Perù, Grenadine).

L’arrivo di Joe Biden ha fatto la differenza, dopo anni di negoziati in sede Ocse, mentre negli anni di Trump il negoziato era stato bloccato, anche se tra i «dettagli» da risolvere resta la netta opposizione degli Usa alla tassa allo studio nella Ue sui servizi digitali, che è solo dello 0,3% e che potrebbe portare alle casse dei paesi Ue sui 50 milioni l’anno, ma che rischia di far saltare l’accordo «storico» di ieri a Venezia.

NELLA UE, l’accordo Germania, Francia, Italia, a cui si è aggregata la Spagna, ha permesso di sbloccare la situazione, anche se dei piccoli paesi che hanno puntato sul dumping fiscale per attrarre capitali continuano a frenare (tra i paesi che hanno messo una web tax nazionale, in attesa di una decisione Ocse, la Francia conferma che abrogherà la norma solo quando sarà in attività la tassa internazionale, mentre Washington ne fa una pre-condizione).

La tassa internazionale non entrerà in vigore prima del 2023. Dovrebbe portare nelle casse degli stati intorno ai 150 miliardi di dollari l’anno, secondo l’Ocse. Le grandi multinazionali, le Gafa (Google, Apple, facebook, Amazon) non potranno più far convergere gli utili nei paesi più accoglienti fiscalmente, ma dovranno pagare paese per paese, in base al fatturato locale, mentre oggi pagano un tasso «effettivo» intorno al 3-4%. E nessun paese potrà giocare la carta del dumping fiscale. Alcuni paesi avrebbero voluto un «minimo» più alto (nulla impedisce di imporlo, almeno sulla carta).

IL G20, CHE RIUNISCE i 19 paesi più industrializzati e la Ue, cioè il G7, 10 emergenti (dal Sudafrica a Argentina, Messico, Brasile, India, Indonesia), Cina, Australia e Corea del Sud (a cui si aggiungono degli «invitati permanenti», Spagna, Olanda, Svizzera) è nato nel 1999, per rispondere alle crisi economiche degli anni ’90, nel 2008 si è riunito il primo vertice con i capi di stato e di governo. Rappresenta il 95% del commercio e più del 90% del pil mondiale, i due terzi della popolazione della Terra.

IN AGENDA DEL PRIMO summit in presenza, dopo quello del febbraio 2020 a Riad, non c’era solo la tassa mondiale sulle multinazionali che abusano dell’ «ottimizzazione fiscale»: ma ciò che ha permesso di arrivare a questo risultato è l’accumulazione di altre «crisi», dal Covid al riscaldamento climatico.

«La sfida del G20 è mostrare che ha preso coscienza dei cambiamenti in corso» ha avvertito il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, l’effetto della pandemia e del disastro ambientale è un aumento del divario tra i paesi industrializzati e gli emergenti (e all’interno di tutti, tra i ricchi e i poveri).

SULLA PANDEMIA, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha inviato un appello al G20: abbiamo bisogno di 11 miliardi di dosi di vaccino per sconfiggere il virus, ci vuole un aiuto straordinario di 120 miliardi per i paesi poveri e 100 miliardi per la transizione climatica.

La Ue ieri ha firmato un accordo con il Senegal, per la costruzione di un centro di produzione di vaccini contro il Covid e malattie endemiche, che dalla fine del 2022 potrà produrre 25 milioni di dosi al mese. Sugli aiuti ai paesi poveri, c’è l’accordo di destinare più di 100 miliardi di dollari attraverso il meccanismo dell’aumento di capitale del Fondo Monetario Internazionale di 650 miliardi di diritti speciali di prelievo.

«Una crescita delle riserve più alta della storia dell’Fmi, una boccata d’ossigeno per il mondo», ha commentato la direttrice generale, Kristalina Georgieva.

EXTINCTION REBELLION, che ha manifestato a Venezia già l’8 luglio, accusando «i governi hanno fallito», «i loro soldi sono la nostra estinzione», ricorda che i paesi del G20 sono responsabili del 75% delle emissioni di Co2 e che dal 2015, dall’Accordo di Parigi, hanno stanziato 77 miliardi di dollari per finanziare le energie fossili (petrolio, gas, carbone). Su questo fronte, sono attesi impegni da parte della Cina, tra i maggiori responsabili dell’inquinamento. La Ue si avvia verso una carbon tax alle frontiere.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

 



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