“Rajoy ci ha venduto alla grande finanza” Nella Madrid ferita dai diktat di Bruxelles

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MADRID â€” «Rescate», salvataggio. Per Mariano Rajoy, primo ministro dei Popolari, è una parola vietata. È un termine che ha abolito dal suo vocabolario. Onore, orgoglio, patriottismo. Eppure esiste un villaggio di soli 15 abitanti, vicino a Granada, che si chiama proprio in questo modo. Lo ha votato in massa. Ma lui, niente: di fronte al prestito da 100 miliardi che l’Europa alla fine concede alla Spagna, preferisce avventurarsi in complicate giravolte linguistiche. A meno di cinque mesi dalla vittoria elettorale, il nuovo governo di Madrid si conquista il titolo di Esecutivo dell’eufemismo.
Inseguito da milioni di spagnoli che twittavano l’hashtag #marianocobarde, il «Mariano codardo» esce dal silenzio di due giorni e sfodera il coraggio delle grandi occasioni. Convoca in piena
domenica la stampa e spiega i termini del più grande salvataggio nella storia dell’Europa. Tra molte bugie. «È solo una linea di credito», precisa altezzoso. Aggiunge che si tratta di un’iniziativa delle istituzioni finanziarie europee. Che il prestito è stato accolto con soddisfazione, che dimostra quanto la Spagna sia credibile agli occhi dei mercati, che servirà  solo a ricapitalizzare le banche, solo quelle in difficoltà . Che non avrà  alcuna conseguenza sulle persone.
Dopo aver spedito davanti alle telecamere il ministro dell’Economia Luis de Guindos, che per 48 ore ha retto l’assalto dei cronisti con inaspettato equilibrismo, Rajoy si presenta alla Moncloa per rassicurare un paese attonito e spaventato. Ha bisogno di cancellare
lo spettro di un commissariamento. Vuole garantire la sovranità  delle Istituzioni, ribadire l’indipendenza della Spagna dalla Troika che ha già  messo all’angolo Grecia, Irlanda e Portogallo. Polemizza: «Facciamo quello che avrebbe dovuto fare già  tre anni fa chi ci governava». Ammette: «La situazione era e resta grave. Siamo obbligati ad un grosso sforzo per risanare il nostro debito». Rivela: «Se non avessimo adottato le misure degli ultimi cinque mesi sarebbe dovuto intervenire il Re». La conferenza stampa è in diretta tv. Nei bar, nei ristoranti, lungo le strade e le piazze di Madrid riempite da una folla che vaga senza una meta, le mani in tasca, gli sguardi affranti, persi nel vuoto. Tra negozi aperti ma deserti e serrande chiuse per fallimento. Avvolti da un’atmosfera che sembra sospesa. La rabbia si è esaurita, adesso prevale lo sconforto. La realtà  s’impone. Con i numeri, terribili: quattro
spagnoli su dieci sono disoccupati. Metà  dei giovani è senza lavoro. Tre milioni di case restano invendute, ci sono 159 sfratti al giorno. E adesso le banche. Hanno accumulato debiti che sono diventati buchi e poi voragini. Il sogno si è infranto. La bolla immobiliare è esplosa.
Gli istituti di credito sono saltati uno dietro l’altro. L’ultimo la Bankia, la più popolare, specializzata nel «ladrillo», il vecchio sano
mattone dove era più sicuro investire. Dieci milioni di clienti, 400 mila azionisti. In sette mesi ha perso il 58 per cento del suo valore. La gente ha avuto paura, si è fatta prendere dal panico. Se falliscono le banche è la fine: rischiano anche i pochi risparmi di una vita. Allora, via, tutti in fila davanti agli sportelli, a ritirare quello che si può. Lo fanno anche adesso. Nei bancomat che pullulano ad ogni angolo, che con le loro luci
intermittenti erano un invito a prendere e a spendere. Ma che ora ti consentono solo piccoli prelievi con tetti di 200 euro. Carte di credito che sono solo tesserini magnetici. Una signora, elegante e dignitosa, deve usarne tre prima di riuscire a comprare una maglietta di pochi euro. La cassiera non dice nulla: attende impassibile le risposte del computer. Sorride al cronista: «E’ normale, viviamo momenti difficili». Solo nel mese di maggio sono stati ritirati 66 miliardi di euro: 22 da singoli cittadini. Altri 220 miliardi sono finiti all’estero.
Molti li hanno nascosti in casa, nei posti più impensabili. Persino sotterrati. Sembra che sia aumentata la richiesta di casseforti. E di inferriate alle finestre e alle porte contro i ladri. Cresce un sentimento di paura. Soprattutto perché continua l’incertezza nel futuro: nessuno immagina come si potrà  uscire dalle sabbie mobili della recessione. Ci sono voluti
tre mesi per chiedere un aiuto. Il premier Rajoy insiste nel definirlo un’offerta. «Riguarda solo le banche», ribadisce per l’ennesima volta. «Non avrà  alcuna conseguenza sulla macroeconomia. E’ un passo nella giusta direzione. Quella di ieri è una vittoria dell’Europa, dell’euro e della Spagna. Nessuno ci ha pressato. E’ stata una mia iniziativa».
La gente, in piazza, ascolta e scuote la testa. Qualcuno alza i pugni e grida nel silenzio generale: «Ci avete mentito sempre, mentite ancora adesso». Interviene un altro: «Zapatero negava la crisi, Rajoy nega il salvataggio». Pochi comprano i giornali. Le copie girano di mano in mano. E gli editoriali sono implacabili.
Parlano di bugie. Tutti sanno che i 100 miliardi concessi mettono in mora l’intero sistema finanziario spagnolo. «Chi ti presta i soldi», commentano tra i tavolini all’aperto della Gran Via in un dibattito collettivo, «li vuole avere
indietro. A certe condizioni. Arriveranno gli ispettori di Bruxelles; sì, gli uomini vestiti di nero. Controlleranno. Nuove tasse, salari tagliati, licenziamenti, pensioni decurtate». I giornalisti, in tv, incalzano il premier. Gli chiedono del prestito. «E’ un rescate?».
La folla all’esterno resta in attesa della risposta. Mariano Rajoy nega ostinato. «Prestito, aiuto, offerta ». Non lo considera un salvataggio? Taglia corto: «Non mi perdo in dibattiti nominali». Fischi e urla per strada. Il premier chiude l’incontro in fretta e furia. Vola a Danzica per l’avvio degli Europei: gioca la Spagna. Gli indignados si preparano ad un nuovo blitz. Sabato hanno invaso la city e la sede della Bankia al grido: «Non salvate le banche, salvate noi».


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