Monaco ’72, quarant’anni di bugie Il dossier nascosto dai tedeschi

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GERUSALEMME — Solo quando una vedova molto tenace gli sventola in faccia una delle pagine, il ministro della Giustizia bavarese ammette l’esistenza di un archivio segreto. Per vent’anni il governo tedesco ha negato di aver occultato i dossier che possono dare risposte ai molti dubbi che ancora incartano la strage all’Olimpiade di Monaco nel 1972. Poche settimane dopo quel confronto in diretta televisiva l’avvocato che rappresenta Ankie Spitzer e i parenti degli 11 atleti israeliani uccisi riceve una telefonata dalla Germania: sono stati trovati i 3.808 fascicoli che raccolgono le decine di migliaia di pagine dell’inchiesta interna.
Sono passati altri vent’anni e il settimanale Der Spiegel rivela di aver ottenuto e analizzato nuovi documenti su quella strage (ieri, il presidente del Coni Petrucci ha annunciato che la squadra italiana a Londra osserverà  un minuto di silenzio per gli atleti israeliani uccisi). Dimostrerebbero come i tedeschi abbiano sottovalutato una soffiata arrivata da un informatore libanese e abbiano usato i decenni dopo la strage per coprire gli errori commessi. 
Dalle prime ore dopo il massacro, i resoconti ufficiali descrivono i palestinesi di Settembre Nero come un commando che ha condotto l’operazione con «precisione». L’obiettivo è cercare di dimostrare che sia stato fatto tutto il possibile, che il raid fosse troppo ben congegnato.
In realtà  i servizi segreti sono consapevoli — scrive Der Spiegel — che il gruppo sia così impreparato da non riuscire quasi a trovare le stanze d’albergo a Monaco: non hanno prenotato e la città  è invasa per l’Olimpiade, sono costretti a stare in hotel diversi. Un mese fa sempre la rivista tedesca ha rivelato che i palestinesi sono stati assistiti da un neonazista locale. Willi Pohl li ha aiutati a recuperare i falsi passaporti e ha scorrazzato Abu Daoud, il capo che ha pianificato la presa di ostaggi, in giro per la Germania. Due mesi prima dell’attacco un telex della polizia di Dortmund segnala i rapporti tra Pohl e Daoud. Il messaggio è intitolato: «Presunta attività  cospiratoria di terroristi palestinesi». Pohl viene arrestato solo nell’ottobre del 1972, si nasconde nella casa di un ex ufficiale delle Waffen-SS, in valigia tiene un arsenale: tre kalashnikov, munizioni, tre pistole, sei granate. Adesso che è diventato un romanziere di successo — scrive polizieschi con lo pseudonimo Willi Voss — sostiene di essere stato usato «inconsapevolmente» nell’organizzazione del raid al villaggio olimpico. 
Il 14 agosto arriva un’altra informazione che potrebbe permettere di fermare il piano. L’ambasciata a Beirut invia un dispaccio a Bonn, allora capitale della Repubblica federale tedesca, e avverte che una fonte ha parlato di un progetto «per un incidente» durante l’Olimpiade. Quattro giorni dopo il ministero degli Esteri passa la notizia ai servizi segreti a Monaco: «È fondamentale prendere tutte le misure di sicurezza possibili». L’intelligence tedesca — ironizza Der Spiegel — non tiene conto neppure di quello che legge sui giornali: il 2 settembre la rivista Gente scrive che i terroristi di Settembre Nero progettano «un’impresa clamorosa ai Giochi». 
L’allarme viene ancora una volta ignorato e i palestinesi sono liberi di muoversi nel villaggio olimpico, dove incrociano gli atleti di Hong Kong e riescono anche a infiltrarsi tra gli appartamenti della delegazione israeliana. Eppure la polizia nel rapporto che analizza la dinamica del 5 settembre nega che «i terroristi abbiano effettuato sopralluoghi dell’area». Di certo sanno come muoversi: riescono a entrare nelle stanze degli israeliani, i primi due atleti a essere uccisi sono quelli che hanno reagito permettendo ad altri la fuga. Il cadavere di Yossef Romano, sollevatore di pesi, viene lasciato come monito davanti agli ostaggi legati. Romano sarebbe dovuto tornare a casa il giorno dopo per operarsi al ginocchio, lesionato durante l’allenamento.
Tutti gli errori di valutazione sono stati eliminati dalla documentazione ufficiale, come il fatto che il procuratore capo bavarese abbia aperto un’inchiesta per negligenza contro Manfred Schreiber, capo della polizia di Monaco, e il comandante della sua unità  speciale. Nell’operazione per tentare di liberare gli ostaggi muore anche un agente tedesco.
«Dobbiamo evitare di accusarci a vicenda e astenerci dalle autocritiche», commenta un funzionario del ministero degli Esteri alla riunione d’emergenza il giorno dopo i funerali delle vittime. «Da quel momento — scrive Der Spiegel — quelle parole sembrano diventare il motto del governo».


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