L’ideologia e gli interessi

Si tratta di un conglomerato dal fatturato annuo di 98 miliardi di dollari, con quartier generale a Topeka in Kansas, che include raffinerie di petrolio ed etanolo, gasdotti e oleodotti, industrie chimiche, minerarie, fertilizzanti, fibre, polimeri, polpa cartacea e persino allevamenti di bestiame, tutti settori che dipendono fortemente dalle materie prime. Secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg, la fortuna combinata dei due fratelli ammonta «almeno» a 70 miliardi di dollari: ma quel che più interessa è che martedì 6 novembre (giorno del voto) i fratelli Koch avranno investito nella campagna elettorale repubblicana di quest’anno ben 400 milioni di dollari, secondo le informazioni raccolte da Politico: il contributo di una sola famiglia ammonta a più dei 350 milioni di dollari che aveva raccolto in tutto il candidato repubblicano John McCain per la sua campagna nel 2008, e più della metà  di quanto avesse raccolto il candidato democratico Barack Obama (750 milioni di dollari) che con quella cifra aveva stabilito il nuovo record di finanziamenti. E questi fondi non includono le cifre che i fratelli Koch hanno sborsato dal 2009 per non solo finanziare, ma organizzare, addestrare, mobilitare, insomma creare di sana pianta il Tea Party. Certo, i fratelli Koch sono finanziatori di lungo corso di tutte le possibili e immaginabili cause di estrema destra negli Stati uniti, ma lo sforzo di quest’anno è eccezionale, tanto che c’è da chiedersi cosa pensano di ricavare da questo investimento due abili businessmen come loro. Una parte della risposta ce la fornisce sempre Bloomberg. I due fratelli infatti sono anche protagonisti del mercato dei derivati sulle materie prime attraverso una filiale, la Koch Supply and Trading LP, uno dei maggiori operatori mondiali sui derivati dell’energia (futures e swaps) che scambiano anche per conto di fondi pensione ed hedge funds: nel 1986 i Koch furono i primi a introdurre swaps del petrolio. Il problema è che, dopo la crisi del 2008, il Congresso ha imposto regole più strette – maggiori riserve di capitale e condizioni collaterali più cogenti – per quegli operatori di swaps il cui volume di scambi aperti superi gli 8 miliardi di dollari annui. Questa norma costa alla Koch Supply and Trading somme dell’ordine dei miliardi di dollari. Da anni i Koch cercano di farla abrogare con un martellante lavoro di lobby affidato a Greg Zerzan, già  responsabile delle politiche pubbliche per la International Swaps and Derivatives Association. Ma invano. Come stupirsi se il candidato Romney ha già  promesso di deregolamentare questo settore di attività  borsistica? Ma i Koch non sono i soli a essere spinti da un proprio personale tornaconto. A tutt’oggi il finanziatore più generoso nei confronti di Romney e dei repubblicani (con 36 milioni di dollari) è Sheldon Adelson, 79 anni, imprenditore di case da gioco sia a Las Vegas che a Macao: i casinos di Macao hanno generato 2,95 miliardi di dollari di introiti, su un fatturato totale annuo di 5,34 miliardi di dollari per il gruppo. Se Romney vincesse e mettesse in atto le promesse elettorali per costringere la Cina a rivalutare lo yuan, Adelson ne ricaverebbe consistenti profitti: basterebbe una rivalutazione del 5% del renminbi per far guadagnare ad Adelson circa 150 milioni di dollari in più all’anno. E poi, una vittoria i Romney libererebbe Adelson dall’inchiesta del Dipartimento di Giustizia Usa per corruzione di funzionari cinesi a Macao. Né è per disinteressata generosità  che Harold Simmons (81 anni) ha finanziato il Political Action Commettee (Pac) di Romney con 15,7 milioni di dollari: Simmons, la cui fortuna è stimata a 5,6 miliardi di dollari, possiede la Simmons’s Contran Corp basata a Houston (Texas). Che a sua volta detiene il 90% della Valhi Inc. in crisi per la sua filiale di gestione dei rifiuti, Waste Control Specialists, che perde denaro ininterrottamente da 5 anni, ma potrebbe generare utili record se con una presidenza Romney la società  riuscisse a vincere il contratto per un nuovo deposito di scorie radioattive nella sua discarica da 535 ettari nel Texas Occidentale, dopo che la precedente soluzione a Yucca Mountain (Nevada) è stata scartata. Romney infatti, a differenza dei presidenti che l’hanno preceduto, è favorevole a far gestire le scorie radioattive dai privati. La lista potrebbe essere ancora lunga, ma ogni nome mostra che dietro le battaglie “ideali” si celano interessi materiali precisi, corposi. Del resto non è una situazione sconosciuta all’Italia, proprio come ha fatto sussultare tutti gli italiani la promessa di creare «12 milioni di nuovi posti di lavoro» che il 42enne Paul Ryan ha lanciato nel suo discorso di accettazione della candidatura alla vicepresidenza. Noi già  abbiamo sentito da Silvio Berlusconi un’identica promessa (anche se in scala più ridotta, un milione solo: l’Italia è molto più piccola degli Stati uniti), una promessa che celava la difesa di interessi personali altrettanto corposi. Sappiamo come è andata a finire. E anche gli Usa rischiano la stessa fine, nel malaugurato caso dovesse vincere Romney: dal suo cilindro uscirebbero non milioni di posti di lavoro ma miliardi di dollari per i Koch, gli Adelson, i Simmons e confratelli. Per fortuna la vittoria di Romney è improbabile. E non solo perché questa Convention è stata un mezzo fiasco, e non solo a causa del ciclone Isaac (ora ridimensionato a semplice tempesta) che ha ridotto di un giorno la durata dei lavori e per un altro giorno ha dirottato l’attenzione dei media. Ma perché la fiducia sembra non essere di casa a Tampa. In attesa di conoscere il discorso di Mitt Romney (previsto per stamane all’alba ora italiana), l’unico oratore che ha suscitato entusiasmo è stato appunto Paul Ryan, perché giovane e di bell’aspetto. Ma neanche lui è riuscito a infervorare gli animi come aveva fatto Sarah Palin quattro anni fa (e anche allora si sa come andò a finire). Nelle elezioni presidenziali Usa vittoria o sconfitta dipendono non tanto dagli indecisi, quanto dal tasso di astensione delle proprie truppe. Il rischio per Obama sta nello scontento della sua base democratica e per Romney nel sospetto e nella sfiducia della destra che lo considera un voltagabbana. Se il partito democratico è demoralizzato dalla sconfitta elettorale subita nel 2010, il partito repubblicano, che dovrebbe avere il vento in poppa, è in realtà  spaccato dalle lancinanti divisioni tra i suoi moderati e i conservatori: nel ticket repubblicano Romney dovrebbe “coprire” i centristi e Ryan la destra estrema, il Tea Party, ma col rischio che l’estremista Ryan dissuada i moderati dal recarsi alle urne e il centrista Romney disgusti e spinga all’astensione gli esagitati del Tè. Ecco perché Obama cerca di presentarsi come l’ultimo baluardo contro la barbarie di un fascismo razzista e Romney si offre come l’unica possibilità  per difendere l’America dal «socialismo spendaccione» di Obama. Come si ama dire oggi, sono due “narrazioni” divergenti: la vittoria dipenderà  da quale narrative prenderà  il sopravvento. Se Romney riuscirà  a fare di queste elezioni un referendum sul (deludente) bilancio di Obama (cosa che per esempio non riuscì – a parti invertite – a John Kerry nel 2004 con George Bush), allora i repubblicani avranno una speranza di vittoria. Se al contrario Obama riuscirà  a fare delle elezioni un referendum sull’inconsistenza, le menzogne, le giravolte di Romney, allora Obama ha la rielezione in tasca. Nonostante le benedizioni del Cardinale di New York che dovrebbero concludere la Convention repubblicana, con un’ingerenza inaudita (e inedita) della Chiesa cattolica nella politica Usa. Sempre che l’economia europea non trascini con sé nel baratro non solo l’economia Usa ma anche le speranze di rielezione del primo presidente nero.


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