Le sabbie nere del Congo

POINTE-NOIRE (Congo Brazzaville).«Scusi signore, è vietato fotografare. Cancelli subito le foto che ha fatto». L’energumeno – due metri di altezza per un centinaio di chili di muscoli – ha un’aria assertiva che non ammette repliche. «Non si può riprendere gli impianti senza autorizzazione». Inutile protestare. Inutile sostenere che ci troviamo su una strada pubblica. L’uomo – un addetto alla sicurezza di Eni – si allontana bofonchiando solo quando l’ordine viene eseguito. Siamo a Dionga, comune di Tchikatanga, nella foresta tropicale della Repubblica del Congo. È in questa zona a 70 chilometri da Pointe-Noire, capitale petrolifera sulla costa dell’Oceano Atlantico, che la compagnia italiana ha ottenuto una concessione per una nuova produzione: l’estrazione di sabbie bituminose per ricavarne petrolio grezzo.

L’area è completamente blindata. Ogni sentiero che porta al sito di sfruttamento è chiuso da una sbarra e protetto da un guardiano che allontana i curiosi e si sincera che nessuno faccia foto o riprese video. Altri addetti percorrono le strade a bordo di pick up, in una sorta di ronda incessante. I vari uomini della sicurezza comunicano tra loro e con i responsabili all’interno dell’impianto via walkie-talkie. Non è facile eludere i controlli. L’unico modo per vedere qualcosa è fare un lungo giro nella giungla. Bisogna inoltrarsi tra sentieri scavati alla bell’e meglio. sfidare l’arsura inerpicandosi su alberi caduti, sgusciare lentamente su terreni franosi evitando pozze malariche. Con l’aiuto di un paio di giovani del luogo, che si conoscono a menadito la disposizione degli addetti alla sicurezza, raggiungiamo infine i luoghi sensibili. Un’ora e svariati litri di sudore dopo, ecco il cuore dello sfruttamento: una collina sventrata, su cui sono ben visibili i segni dell’azione delle ruspe. «Hanno iniziato a scavare senza avvertirci. Si sono stabiliti nei luoghi dove prima coltivavamo. Siamo stati costretti a spostarci più in là . Ma la terra ormai è arida, non dà  più niente», racconta Serdin Pambu-Ngoma, un ragazzo sulla trentina che ha un piccolo appezzamento in cui faceva crescere la manioca. Il materiale estratto è stato portato più su, a poca distanza. In uno spiazzo in cui c’erano una serie di insediamenti provvisori in legno ora abbandonati, si ergono ora grandi mucchi di sabbia nera, completamente coperti da reti verdi.
Questo spiazzo polveroso in mezzo alla foresta congolese è il laboratorio-pilota per quello che Eni ritiene l’investimento del futuro nel settore degli idrocarburi. «Si tratta di un’area con un potenziale di 2,5 miliardi di barili di petrolio. Un progetto dal grande valore strategico», scrive la stessa compagnia sul proprio sito web. «Tutto è cominciato nel 2008», racconta Charles Garcia, responsabile ambiente del Collectif des originaires de Kouilou (Cok), un’organizzazione che si batte per la difesa delle popolazioni che vivono nella regione. «Eni e il governo congolese hanno firmato un accordo per lo sfruttamento delle sabbie bituminose in un’area di 1790 chilometri quadrati». «Subito dopo la firma – continua Garcia – hanno cominciato le fasi esplorative. Hanno estratto dei campioni in quest’area, proprio qui a Dionga. Ora li stanno esaminando. Li hanno mandati nei loro laboratori in Italia. Da nove mesi è tutto fermo: ma noi sappiamo che quando daranno il via libera, la zona sarà  completamente devastata dall’azione delle scavatrici e dall’estrazione delle sabbie. Sarà  un disastro ecologico: faranno la stessa cosa che è stata fatta in Canada».
Garcia si riferisce alla regione del lago Alberta, dove il governo di Ottawa ha lanciato il più grande sfruttamento di sabbie bituminose del mondo, con una produzione quotidiana di un milione di barili di petrolio. Oggi, quella regione è trasformata in una gigantesca miniera a cielo aperto. Accanto alle cave, sono stati creati enormi laghi artificiali per separare il bitume dalla sabbia, mediante l’uso del vapore e di sostanze altamente tossiche, creando una situazione che l’organizzazione internazionale Greenpeace ha paragonato a «un inferno in terra».
Garcia e gli altri attivisti di Pointe-Noire hanno visto dei video sullo sfruttamento delle sabbie nel lago Alberta, che li hanno lasciati senza parole. Hanno letto i rapporti delle varie organizzazioni internazionali che hanno monitorato la situazione. E si sono mobilitati. «Faremo di tutto per impedire che l’Eni provochi questa catastrofe», dichiara con tono solenne il responsabile del Cok. La compagnia italiana respinge le accuse e afferma che il suo progetto in Congo tiene pienamente conto dell’impatto ambientale dello sfruttamento. «Le nostre sabbie bituminose non sono in una zona di foresta tropicale, altrimenti non ce ne occuperemmo. Le abbiamo scoperte in un’area che è essenzialmente savana, in cui è possibile estrarre il petrolio dalle sabbie e ristabilire le condizioni come erano prima, tanto che la savana e l’ambiente ne risulteranno avvantaggiati», ha detto l’amministratore delegato Paolo Scaroni nel 2009. Ma basta uno sguardo all’ambiente circostante per rendersi conto che la realtà  è un po’ diversa: la vegetazione è rigogliosa, c’è un’enorme varietà  di alberi e specie. «Quella interessata dalla concessione è una zona a cavallo tra la savana e la foresta», analizza Jean Jacques Faure, un’ex guardia forestale francese che porta avanti da anni progetti di rimboscamento in Congo. «È possibile che in questa fase di esplorazione si stiano limitando alla cosiddetta savana. Ma, vista l’estensione della concessione, è impossibile non incidere sulla zona di foresta quando i lavori entreranno nel vivo». Mappa alla mano, l’uomo indica tutti i punti in cui l’area affidata a Eni coincide con la foresta primaria congolese. La zona si estende a ovest fino a dieci chilometri di distanza dal parco nazionale di Conakouati-Douli, definito «l’habitat ecologicamente più variegato del Congo» mentre a est confina con la «riserva di biosfera di Dimonika», protetta dall’Unesco.
L’offensiva del cane a sei zampe
Il progetto delle sabbie bituminose è solo una parte di un grande piano che Eni ha lanciato nel paese africano negli ultimi cinque anni. A partire dal 2007, la compagnia italiana – che prima operava solo nelle piattaforme off-shore – ha rilevato vari impianti a terra già  gestiti da altre compagnie, in cui produce 43 mila barili al giorno. Nel 2008, oltre a quello sulle sabbie bituminose, ha firmato un accordo con il governo congolese per la concessione di un terreno di 70 mila ettari, in cui si prevede di coltivare palme da olio per la produzione del bio-diesel (vedi box).
Se le sabbie e la palma da olio sono ancora a uno stadio iniziale, l’estrazione del greggio è in piena fase operativa. Gli effetti collaterali dello sfruttamento petrolifero sono ben visibili nell’area del Kouilou. Percorrendo in macchina la nuova autostrada in costruzione che nel giro di un paio di anni dovrebbe collegare Pointe-Noire con la capitale amministrativa Brazzaville, si vedono sullo sfondo grandi torri di fuoco ardere tra la vegetazione. Il gas associato all’estrazione del greggio è bruciato a torcia, spandendo nell’atmosfera CO2 e un denso fumo nero su tutto l’ambiente circostante. «Non possiamo più usare l’acqua piovana per lavare i panni», lamenta una donna in un villaggio a un chilometro di distanza in linea d’aria dal giacimento di M’Boundi. «La pioggia è vischiosa, sembra olio». Per ovviare a questo problema, la compagnia italiana ha messo in piedi un sistema di distribuzione di “acqua pulita” attraverso camion cisterna che circolano nei villaggi o si fermano sulla strada a poca distanza in punti stabiliti per la distribuzione. «Passano con una certa frequenza – ammette la donna – ma il fatto è che prima noi potevamo usare l’acqua delle nostri fonti; ora dipendiamo da loro».
Un governo corrotto
«Il nodo del problema è la mancanza di trasparenza», denuncia Brice Mackosso, della Commission justice et paix, organizzazione dei diritti umani di Pointe-Noire. «La popolazione locale, che già  soffre per l’impatto dello sviluppo petrolifero non è stata adeguatamente consultata sui nuovi progetti». L’attivista parla a ragion veduta. Nell’aprile del 2006, dopo aver lanciato una campagna contro la corruzione, con cui una serie di associazioni chiedevano alle compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse minerarie di pubblicare le somme versate allo stato congolese, è stato arrestato e ha passato qualche settimana in prigione. Solo grazie a una mobilitazione internazionale in suo favore, è stato alla fine liberato. Oggi continua a battersi per uno sfruttamento responsabile delle risorse petrolifere e per una maggiore informazione.
«Il fatto è che viviamo in una dittatura. Il nostro governo non rende conto al popolo», gli fa eco Charles Garcia. «Eni si comporta come se fosse a casa sua. Impedisce l’accesso alle organizzazioni della società  civile. Fa tutto di nascosto. E il governo è connivente, per non dire completamente succube». Il militante del Cok racconta che nel corso di una manifestazione nel 2009 nella zona petrolifera i partecipanti sono stati dispersi dall’esercito solo perché chiedevano un incontro con i responsabili della compagnia.
Le popolazioni locali guardano il tutto con un misto di rabbia e rassegnazione. Al villaggio di Dionga, non si parla d’altro. Seduti su due panche sotto un baracchino improvvisato protetto da un’incannucciata un po’ precaria, un gruppetto di anziani commentano insieme gli sviluppi e le indiscrezioni legate al nuovo sfruttamento targato Eni. «Da quando è cominciato questo sfruttamento delle sabbie, sono cambiate un po’ di cose», tuona il capo-villaggio Sylvestre Obewa. «Ma porterà  forse un po’ di lavoro», gli ribatte uno. «Porterà  solo sventure» incalza un altro. «I nostri giovani perderanno tutto». Poi riprende la parola Obewa. «Già  adesso stiamo perdendo tutto: l’acqua non è più buona. Prima bevevamo dalle fonti, eravamo proprietari delle nostre cose. Le nostre manioche crescevano, le banane erano rigogliose. Ora tutto è secco», dice con un tono sempre più acceso mentre i suoi compagni di villaggio annuiscono con la testa. Intorno a lui, tutti cominciano a parlare animatamente, a raccontare e a ricordare i tempi in cui lì c’era solo la foresta e non c’era traccia delle torri del gas flaring. Poi si fermano tutti. Una nuova lingua di fiamma ha cominciato ad ardere dalla torre di sfruttamento del petrolio, a circa cinquecento metri di distanza. «È come un drago, sputa fuoco giorno e notte. Prima o poi ci divorerà », afferma Obewa sconsolato, mentre tutti guardano all’orizzonte profilarsi un futuro che non sembra promettere loro nulla di buono.

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La petro-dittatura al di là  del fiume

Con i suoi 4 milioni di abitanti e la sua non enorme estensione (340mila chilometri quadri, poco più dell’Italia), la Repubblica del Congo (o Congo Brazzaville) è schiacciata dalla vicina e imponente Repubblica democratica del Congo, grande quanto l’intera Europa occidentale. Brazzaville e Kinshasa, le due capitali più vicine del mondo (distano appena cinquecento metri, divise dal fiume Congo) sono lo specchio della differenza tra i due paesi. Tanto caotica, forsennata e vivace è Kinshasa, tanto pacifica e tranquilla è Brazzaville. Colonia francese diventata indipendente nel 1960, la Repubblica del Congo vive prevalentemente dello sfruttamento del greggio, tradizionalmente affidato alla compagnia d’Oltralpe Elf-Aquitaine (oggi Total), a cui si è affiancata prepotentemente negli ultimi tempi l’italiana Eni. Il presidente Denis Sassou-Nguesso è al potere dal 1979, con un intervallo di cinque anni (1992-1997), in cui è stato destituito dal suo rivale Pascal Lissouba. Grazie all’aiuto dell’esercito angolano, nel 1997 il generale Sassou-Nguesso ha ripreso il potere con le armi, istituito una parvenza di multipartitismo e inaugurato una gestione del potere personalistica e moderatamente autoritaria.


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