La generazione no-jobs persa nella crisi

La generazione no-jobs persa nella crisi

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ROMA Sono pienamente digitalizzati, a volte laureati e precari per definizione. Nati nei «favolosi » anni Ottanta, cresciuti nell’età dell’oro del consumismo, oggi sono soprattutto disoccupati. Più disoccupati di tutti gli altri. I trentenni, o meglio ancora quella fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, sono immersi fino al collo nella crisi e rappresentano in pieno quella generazione che anche secondo Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario, «rischiamo di perderci se non si fanno le riforme». Eppure di loro si parla meno: una parte non potrà nemmeno contare sulle opportunità che da maggio saranno offerte dalla «garanzia giovani » estesa fino ai 29 anni.
Sopraffatti dal dato statistico che segna la disoccupazione giovanile considerata come tale quella fra i 15 ai 24 anni – oltre il 42 per cento, pochi si accorgono che in cifre assolute è la fascia successiva quella più penalizzata. Uno studio di Manageritalia fa notare come, fra i 24 e i 34 anni (guardando ai dati Istat sull’intero 2013, gli ultimi comparabili per classi d’età), ci siano 938.112 disoccupati, il 18 per cento del totale. Dai 15 ai 24 ce ne sono 655.420. Fra i primi c’è la percentuale più alta di laureati, fra i secondi ci sono anche i troppi ragazzi che hanno abbandonato la scuola.
La chiamano generazione Y o Millennials e secondo Filippo Teoldi, economista de Lavoce.info, è quella che più di ogni altra si è impoverita con la crisi: chi aveva trent’anni nel 1977 aveva un reddito superiore del 3 per cento rispetto a quello medio nazionale, chi li ha compiuti nel 2010 ha fatto i conti con un crollo del 12 per cento sulla media. Un’analisi di Astraricerche e Manageritalia ha approfondito chi sono, è il ritratto che ne uscito è quello di una generazione che cerca disperatamente di farsi sentire e che avrebbe carte in regola per emergere. Sono superdigitalizzati (l’81,3 per cento usa Internet), spesso single (66 per cento) nel quale caso (52,3 per cento) «bamboccioni » per forza. Se lavorano, sono precari, la loro è la generazione delle partite Iva: 193.266 su un totale di 527.082 aperture del 2013. Sono laureati, ma non abbastanza: lo è il 21,7 per cento dei giovani fra i 30 e 34 anni contro una media europea del 35,8 (Regno Unito 47,1, Francia 43,6. Germania 31,9 per cento). Disposti ad andarsene più di quanto si possa pensare (fra i trasferiti all’estero i laureati sono passati dall’11,9 per cento del 2002 al 27,6 del 2011). Per Alessandro Rosina, professore di Statistica sociale alla Cattolica di Milano questo è il «paradosso Italia». «Siamo incapaci di dare valore al capitale umano specifico. In tutta Europa essere giovani e laureati é un valore aggiunto, da noi no. Abbiamo meno giovani e meno laureati eppure costringiamo chi vuol lavorare qui ad abbassare le aspettative».
Meno aspettative, meno redditi, meno consumi. Mariano Bella, responsabile del centro studi Confcommercio fa notare come «le coppie under 35 stiano ancor peggio dei single, che almeno possono contare sul reddito familiare più alto garantito dai genitori; sarà difficile per loro ampliare la famiglia». La condizione della generazione Y, quindi, peserà sul futuro: «Dobbiamo far studiare più a lungo i ragazzi – conclude Guido Carella, presidente di Manageritalia – e trovare un lavoro dignitoso a tutti, ma ancor più ai giovani fra i 25 e i 34 anni perché sono indispensabili per accedere alla qualità, per avere un’economia competitiva e contribuire, quindi, a creare occupazione per tutti gli altri».



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