Napolitano: sistema carcere da rifare

L’appello del capo dello Stato: «Ripensare le sanzioni e l’esecuzione della pena». In attesa della Cassazione sui condannati con la legge Fini Giovanardi

Eleonora Martini, il manifesto redazione • 16/5/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Politica & Istituzioni • 1788 Viste

Que­sta volta il capo dello Stato non si è limi­tato a ripe­tere l’appello che rivolge – ina­scol­tato – da quasi tre anni alla classe poli­tica riguardo l’«intollerabile situa­zione di sovraf­fol­la­mento» car­ce­ra­rio. Que­sta volta Gior­gio Napolitano è andato oltre, indi­cando la via, evi­den­te­mente nasco­sta agli occhi degli organi legi­sla­tivi di que­sto Paese: «Un ripen­sa­mento del sistema san­zio­na­to­rio e una rimo­du­la­zione dell’esecuzione della pena – ha scritto nel mes­sag­gio inviato al capo del Dap, Gio­vanni Tam­bu­rino, in occa­sione del 197mo anni­ver­sa­rio della Poli­zia peni­ten­zia­ria – sono indi­spen­sa­bili per supe­rare la realtà di degrado civile e di sof­fe­renza umana riscon­tra­bile negli istituti».

Fin dal giu­gno 2011 il pre­si­dente della Repub­blica si è schie­rato al fianco di Marco Pan­nella nella sua lotta non­vio­lenta per ripri­sti­nare lo stato di lega­lità nelle car­ceri ita­liane. Ma nep­pure la recente tele­fo­nata di Papa Ber­go­glio al lea­der radi­cale sem­bra aver smosso le sopite coscienze poli­ti­che. Ora l’appello del pre­si­dente della Repub­blica diventa più inci­sivo in vista ormai della dead­line di fine mese impo­sta all’Italia dalla Corte euro­pea dei diritti umani per tro­vare «solu­zioni strut­tu­rali» alla con­di­zione di vita dei suoi dete­nuti, rite­nuta «inu­mana e degra­dante», a cui si aggiunge un’altra sca­denza meno gra­vida di con­se­guenze ma pure deci­sa­mente impor­tante. Il 29 mag­gio infatti, pro­prio quando potreb­bero scat­tare le san­zioni euro­pee assai pesanti per le casse dello Stato ita­liano, la Corte di Cas­sa­zione a Sezioni unite si dovrà pro­nun­ciare sulla ride­ter­mi­na­zione delle pene in ese­cu­zione a seguito di con­danne defi­ni­tive avve­nute sulla base di leggi dichia­rate inco­sti­tu­zio­nali dalla Con­sulta, anche nel caso in cui rimanga in vigore il qua­dro nor­ma­tivo gene­rale da cui quelle leggi sono tratte. Se ne è par­lato pro­prio ieri, men­tre le parole di Napo­li­tano rim­bal­za­vano sui media, nella sala del Senato Santa Maria in Aquiro, in un con­ve­gno orga­niz­zato dalla Società della Ragione e dall’Unione delle camere penali, in col­la­bo­ra­zione con Anti­gone, Cnca, Cgil e Forum Dro­ghe, dal titolo «Ese­guire una pena illegittima?».

Il caso a cui le Sezioni unite della Cas­sa­zione sono chia­mate a pro­nun­ciarsi riguarda l’incostituzionalità, dichia­rata dalla Con­sulta con la sen­tenza 251 del 2012, di una norma con­te­nuta nella cosid­detta ex Cirielli che faceva pre­va­lere l’aggravante della reci­diva sull’attenuante della lieve entità in caso di vio­la­zione della legge sugli stu­pe­fa­centi (arti­colo 73 del testo unico). Nel frat­tempo — ma il que­sito non cam­bia — l’ultimo decreto Seve­rino, il cosid­detto «svuo­ta­car­ceri» con­ver­tito in legge nel feb­braio scorso, ha tra­sfor­mato l’attenuante del pic­colo spac­cio in fat­ti­spe­cie auto­noma di reato. «Una norma — ha spie­gato Luigi Sara­ceni, tra i tanti rela­tori del con­ve­gno coor­di­nato dal garante dei dete­nuti della Toscana, Franco Cor­leone, e pre­sie­duto dal pre­si­dente di Anti­gone, Ste­fano Ana­sta­sia – che ha impo­sto anni di car­cere anche solo per ces­sione di uno spi­nello, nel caso di rei­te­ra­zione del reato. Una delle tante leggi inde­centi e spie­tate, ere­dità delle legi­sla­ture di cen­tro­de­stra». Come la Fini-Giovanardi e il reato di «clan­de­sti­nità», entrambi spaz­zati via dalla Consulta.

Ed è pro­prio su que­sti due nodi — dro­ghe e immi­gra­zione — che si avranno le mag­giori rica­dute della sen­tenza della Cas­sa­zione attesa a fine mese, visto che, al di là del caso spe­ci­fico, riguarda in via gene­rale la pos­si­bi­lità di rimet­tere in discus­sione le con­danne pas­sate in giu­di­cato — un totem di intan­gi­bi­lità, secondo una certa inter­pre­ta­zione giu­ri­spru­den­ziale – sulla base di norme dichia­rate suc­ces­si­va­mente inco­sti­tu­zio­nali, sia pur par­zial­mente. È pro­prio il caso della legge Fini-Giovanardi che ha tri­pli­cato le pene minime e quasi qua­dru­pli­cato le pene mas­sime dello spac­cio della can­na­bis por­tando in cella migliaia di per­sone: «Secondo i dati del Dap — rac­conta Cor­leone — nel 2013 su 59.390 ingressi in car­cere, 20.718 erano per vio­la­zione dell’articolo 73 della legge sulle dro­ghe. Alla fine di quell’anno, dei 62.536 pre­senti negli isti­tuti peni­ten­ziari, più di 24 mila erano den­tro per vio­la­zione di quella nor­ma­tiva incostituzionale».

E se l’interpretazione giu­ri­spru­den­ziale della que­stione è assai com­plessa, e anche con­tro­versa – a giu­di­care dal dibat­tito aper­tosi durante il con­ve­gno, per esem­pio tra il pro­cu­ra­tore aggiunto di Napoli, Nun­zio Fra­gliasso, e il Gip del tri­bu­nale di Peru­gia, Luca Seme­raro – tanto più è neces­sa­rio l’intervento del legi­sla­tore. Non solo per non lasciare ai tri­bu­nali ciò che sarebbe com­pito della poli­tica, ma anche per evi­tare la discre­zio­na­lità dei giu­dici davanti alle tante richie­ste di rical­colo della pena già pre­sen­tate in que­ste poche set­ti­mane. C’è poi un prov­ve­di­mento che risol­ve­rebbe velo­ce­mente ed equa­mente la que­stione, come hanno sot­to­li­neato gli inter­ve­nuti al con­ve­gno. L’amnistia, spe­ci­fica se non gene­ra­liz­zata. Ma è una parola che Napo­li­tano ieri non ha pronunciato.

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