La condanna rispettosa

Scaffale. “Carceri. I confini della dignità” di Patrizio Gonnella, per Jaca Book. Non c’è rieducazione possibile senza spazi vitali negli istituti penitenziari

Cecilia D'Elia, il manifesto redazione • 21/6/2014 • Carcere & Giustizia, Copertina, Libri & culture • 1147 Viste

La dignità umana appar­tiene a tutti, nes­suno escluso. A chi sta nelle regole e a chi le viola. Que­sto nucleo essen­ziale, che fa di ogni uomo e donna un essere umano e lo rende un sog­getto tito­lare di diritti è il cuore della rifles­sione di Patri­zio Gon­nella nel libro Car­ceri. I con­fini della dignità (Jaca Book, 2014, pp. 136, euro 12; il volume verrà pre­sen­tato con Erri De Luca, Eleo­nora Mar­tini, Eli­gio Resta, Marco Ruo­tolo lunedì, alle 18, presso la libreria-bistrot di Roma). L’autore, cono­sciuto ai let­tori de il mani­fe­sto, è pre­si­dente dell’associazione Anti­gone, col­la­bora con la cat­te­dra di filo­so­fia del diritto di Roma Tre, ha avuto inca­ri­chi di dire­zione di isti­tuti peni­ten­ziari. Anche que­sto sag­gio, come la bio­gra­fia di chi lo scrive, si muove tra rifles­sione sui diritti, fun­zione della pena, det­tato costi­tu­zio­nale e suo con­creto rico­no­sci­mento, tra norma e pra­ti­che peni­ten­zia­rie, tra diritti pro­cla­mati e diritti rico­no­sciuti.
A comin­ciare dall’analisi di come sia mutata quella grande con­qui­sta della moder­nità che è la pena come reclu­sione, por­zione di spa­zio e tempo defi­nita che avrebbe dovuto far giu­sti­zia di tutte le pra­ti­che di degra­da­zione del corpo, dei sup­plizi e delle segre­ga­zioni fino ad allora cono­sciute. Da que­sto pro­cesso prende corpo il car­cere come pena e, nelle società demo­cra­ti­che, la dignità umana come limite insu­pe­ra­bile della pena car­ce­ra­ria.
In Ita­lia, que­sto si pro­cesso ha tro­vato rico­no­sci­mento nel terzo comma dell’articolo 27 della Costi­tu­zione: le pene non pos­sono con­si­stere in trat­ta­menti con­trari al senso di uma­nità e devono ten­dere alla rie­du­ca­zione del con­dan­nato. I due obiet­tivi costi­tu­zio­nali, rispetto della dignità e fun­zione rie­du­ca­tiva, hanno cono­sciuto destini diversi. Men­tre il secondo è stato oggetto dell’interesse degli stu­diosi e delle ipo­tesi di riforme, è rima­sto sullo sfondo il primo, il richiamo al rispetto della dignità umana. Ma la rie­du­ca­zione senza rico­no­sci­mento della dignità può facil­mente sci­vo­lare nel pater­na­li­smo auto­ri­ta­rio del cor­re­zio­na­li­smo.
Oggi l’esplosione del sovraf­fol­la­mento peni­ten­zia­rio, frutto delle pul­sioni secu­ri­ta­rie di società segnate dagli esiti del tren­ten­nio neo­li­be­ri­sta e dalla crisi del wel­fare, rende urgente col­mare que­sta lacuna. Il sag­gio di Gon­nella nasce esat­ta­mente attorno a que­sta urgenza. Riper­corre velo­ce­mente la sto­ria sociale del car­cere ita­liano dall’unità ai nostri giorni per arri­vare alla durezza della realtà di oggi e all’impossibilità di ogni rie­du­ca­zione in un car­cere in cui man­cano essen­ziali spazi vitali. Muo­ven­dosi sem­pre tra con­cre­tezza delle con­di­zioni car­ce­ra­rie e rifles­sione teorico-giuridica sulla com­pa­ti­bi­lità del sistema peni­ten­zia­rio con il sistema del diritto viene così mostrata la debo­lezza di un rifor­mi­smo che non abbia a suo fon­da­mento la tutela della dignità umana.

La popo­la­zione car­ce­ra­ria ita­liana mostra, rispetto agli altri paesi euro­pei, una mag­giore pre­senza di stra­nieri, di per­sone dete­nute per aver vio­lato la legge sulle dro­ghe e di dete­nuti in attesa di giu­di­zio. Inca­pace di auto­ri­for­marsi, il sistema car­ce­ra­rio ita­liano può essere aiu­tato a fare ciò dalle con­danne della Corte euro­pea dei diritti umani, moti­vate dalla man­canza nelle nostre galere di spazi suf­fi­cienti a ospi­tare degna­mente la popo­la­zione detenuta.

Di straor­di­na­ria impor­tanza sono le sen­tenze Sule­j­ma­no­vic (2009) e Tor­re­giani (2013), l’ultima delle quali ha impo­sto al nostro paese prov­ve­di­menti per decon­ge­stio­nare un sistema peni­ten­zia­rio che, a causa del sovraf­fol­la­mento, infligge trat­ta­menti penali inu­mani o degra­danti. In un paese che ha mostrato di non saper cam­biare le pro­prie poli­ti­che car­ce­ra­rie, dove a poco è ser­vito il richiamo alla fun­zione rie­du­ca­tiva della pena da parte dei giu­dici costi­tu­zio­nali, Gon­nella con­fida molto sullo spa­zio che lo sguardo esterno dell’Europa apre. Si deli­nea un’occasione più forte di cam­bia­mento, che però deve fare i conti con le pul­sioni pro­fonde della società ita­liana, per­vasa da un prin­ci­pio di discri­mi­na­zione — tra cit­ta­dini e stra­nieri, tra vit­time e autori di reati, tra chi ha e chi non ha — oppo­sto a quello della dignità umana.

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