Gaza, la guerra che verrà

Territori Occupati. La Striscia vive nell’angoscia della nuova offensiva che minaccia il premier israeliano Netanyahu in ritorsione contro Hamas per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. A pagare sarà comunque la popolazione civile

Michele Giorgio, il manifesto redazione • 4/7/2014 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1871 Viste

«Non puoi pas­sare, occorre far parte di una lista di gior­na­li­sti auto­riz­zati per entrare (a Gaza)». Cadiamo dalle nuvole. Inu­tile far notare che que­sta dispo­si­zione non è mai stata comu­ni­cata alla stampa estera. Alla fine, dopo un’ora pas­sata tra tele­fo­nate di pro­te­sta e discus­sioni con gli agenti della società di sicu­rezza che gesti­sce il valico di Erez, otte­niamo il via libera. Anche per i gior­na­li­sti con rego­lare accre­dito si fa più dif­fi­cile entrare a Gaza. I comandi mili­tari israe­liani ora richie­dono un “coor­di­na­mento”, ossia essere infor­mati in anti­cipo dell’intenzione dei media di inviare un loro gior­na­li­sta a Gaza. Un uffi­ciale ci spiega che le nuove pro­ce­dure d’ingresso per la stampa sono state decise dopo il rapi­mento, il 12 giu­gno, dei tre gio­vani israe­liani tro­vati morti a ini­zio set­ti­mana in Cisgior­da­nia. Non riu­sciamo pro­prio a capire il col­le­ga­mento tra la libertà di svol­gere il pro­prio lavoro a Gaza e il caso dei tre ragazzi ebrei, ma alla fine entriamo. E siamo dav­vero for­tu­nati rispetto alle decine di pale­sti­nesi, donne in pre­va­lenza, in attesa di poter tran­si­tare. Tor­nano a casa, alcuni dopo un inter­vento chi­rur­gico in un ospe­dale meglio attrez­zato in Cisgior­da­nia o in Israele. Ma non hanno un accesso faci­li­tato, devono aspet­tare l’autorizzazione per il pas­sag­gio del valico. E l’attesa può durare anche ore.

Fa caldo, molto. Il sole bru­cia e il cielo è lim­pido. Eppure su Gaza gra­vano ugual­mente nuvole nere. Si avvi­cina la tem­pe­sta di una nuova guerra. L’esercito israe­liano ieri ha deciso di inviare rin­forzi mili­tari verso Gaza per, ha spie­gato, «sco­rag­giare» il movi­mento isla­mico Hamas e altri gruppi armati dal lan­ciare razzi. Il tenente colon­nello e por­ta­voce mili­tare Peter Ler­ner mini­mizza, descrive la deci­sione come fina­liz­zata alla “de-escalation”, a ridurre la ten­sione e a far tor­nare la calma. A Gaza si vedono le cose in modo molto diverso. Per­chè l’aviazione israe­liana – con F-16, droni ed eli­cot­teri – ha lan­ciato decine di raid nelle ultime 72 ore e nono­stante la “de-escalation” i civili pale­sti­nesi si atten­dono nuovi bom­bar­da­menti. Pre­lu­dio di quella ritor­sione per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei che il pre­mier Neta­nyahu ha pro­messo ai tanti che in Israele da giorni invo­cano, anche su Face­book, una puni­zione esem­plare per i palestinesi.

Nella notte tra mer­co­ledì e gio­vedì, men­tre la Geru­sa­lemme araba si tra­sfor­mava in un campo di bat­ta­glia per il seque­stro e l’omicidio, com­piuto, pare, da coloni israe­liani, di un ragazzo pale­sti­nese, Moham­med Abu Khdeir, i mis­sili sgan­ciati dai jet dello Stato ebraico mar­tel­la­vano 15 punti di Gaza, facendo almeno 11 feriti tra i quali una anziana, tre ragazze e un gio­vane 17enne, il più grave di tutti per­chè col­pito da schegge di metallo. Per il por­ta­voce israe­liano le bombe hanno cen­trato sol­tanto depo­siti di armi e rampe di lan­cio di mis­sili. La notte pre­ce­dente erano state prese di mira pre­sunte instal­la­zioni mili­tari di Hamas a Khan Yunis e Rafah. «I boati delle esplo­sioni erano così potenti che tre­ma­vano i vetri delle case anche qui a Gaza city», ricorda Meri Cal­velli una coo­pe­rante ita­liana che vive e lavora da anni in Pale­stina. E a Gaza nes­suno dimen­tica che il mese scorso il pic­colo Ali Abd al-Latif al-Awour, di 7 anni, è morto dopo tre giorni di ago­nia per le ferite ripor­tate in un attacco di un drone aveva come obiet­tivo un pre­sunto jiha­di­sta. Una delle tante morti pale­sti­nesi che i media tra­scu­rano, tal­volta oscurano.

I mili­ziani dei gruppi armati da parte loro con­ti­nuano a lan­ciare razzi, in par­ti­co­lare verso la vicina cit­ta­dina israe­liana di Sde­rot dove non hanno fatto feriti ma hanno pro­vo­cato spa­vento, cau­sato danni in qual­che caso gravi e costretto migliaia di civili a tenere aperti i rifugi di sicu­rezza. «A lan­ciarli per la prima volta dal 2012 (dall’accordo di ces­sate il fuoco che mise fine all’offensiva aerea israe­liana “Colonna di Difesa”, ndr) è anche Hamas, non solo i Comi­tati di Resi­stenza Popo­lare o i sala­fiti, in rea­zione alla cam­pa­gna di arre­sti con­tro i suoi lea­der in Cisgior­da­nia e all’assassinio di Moham­med Abu Khdeir», ci spiega un gior­na­li­sta di Gaza in con­di­zione di anonimato.

Secondo Shi­mon Schif­fer, uno dei gior­na­li­sti israe­liani meglio inse­riti ai ver­tici dell’establishment politico-militare del suo paese, nei pros­simi giorni «L’obiettivo prin­ci­pale dell’esercito sarà quello di limi­tare le capa­cità di Hamas in Cisgior­da­nia e di cer­care di creare un nuovo equi­li­brio di potere a Gaza». Israele, afferma, non vuole rioc­cu­pare la Stri­scia ma costi­tuire «la base per una chiara stra­te­gia nelle set­ti­mane e nei mesi a venire». Il pre­mier Neta­nyahu, aggiunge Schif­fer, «ha biso­gno di pen­sare fuori dagli schemi. Ha biso­gno di tro­vare una rispo­sta crea­tiva, inat­tesa e audace alla cre­scente minac­cia del ter­ro­ri­smo. In caso con­tra­rio, con­ti­nuerà solo pro­met­tere la linea dura con Hamas». Insomma una «guerra crea­tiva» che comun­que pagherà la popo­la­zione civile di Gaza e non certo o non solo Hamas preso di mira nei discorsi e negli ultimi inter­venti del pre­mier israe­liano e dei suoi mini­stri. In vista della guerra «crea­tiva» di Shi­mon Schif­fer, la gente di Gaza fa prov­vi­sta, accu­mula generi di prima neces­sità, cerca di pro­cu­rarsi medi­ci­nali. Chi può per­met­ter­selo acqui­sta decine di bot­ti­glie di acqua, i più poveri, ossia gran parte della popo­la­zione, con­ti­nua a bere l’acqua ormai salata che esce dai rubi­netti. Asmaa al Ghoul, una cyber-attivista, ci dice che a dif­fe­renza delle pre­ce­denti offen­sive mili­tari, “Piombo Fuso” (2008) e “Colonna di Difesa”, sta­volta gli abi­tanti di Gaza cul­lano una spe­ranza. «Si dif­fonde l’idea che Israele alla fine non attac­cherà in massa – rife­ri­sce -, lunedì scorso quando hanno tro­vato i corpi dei tre coloni la guerra era sicura. Poi degli israe­liani hanno rapito e ucciso bru­tal­mente un ragazzo pale­sti­nese a Geru­sa­lemme (Moham­med Abu Khdeir, ndr) e que­sta noti­zia ha fatto il giro del mondo ren­dendo dif­fi­cile per Neta­nyahu sca­te­nare un nuovo inferno (a Gaza)».

Scende il sole, il tra­monto porta con sè l’invito alla pre­ghiera del muez­zin. Le auto improv­vi­sa­mente spa­ri­scono. Le strade si svuo­tano. Il pro­fumo dei piatti tipici si dif­fonde nelle scale dei palazzi e nelle case. La gente torna a casa per l’iftar, la cena che nel Rama­dan chiude il digiuno comin­ciato all’alba, e per stare insieme a parenti e amici. Il mese più impor­tante dell’anno isla­mico Gaza lo vive nell’angoscia di una guerra sul punto di ini­ziare. Amer Abu Sama­dana, un inse­gnante di Rafah che vive e lavora nel capo­luogo Gaza city, ci offre la sua spie­ga­zione: «Gli israe­liani puni­scono una intera popo­la­zione per i lanci di razzi, ci bom­bar­dano, ci ucci­dono. Piut­to­sto dovreb­bero chie­dersi per­chè i pale­sti­nesi spa­rano quei razzi. Sono un uomo tran­quillo – aggiunge – e non un soste­ni­tore della lotta armata e di chi prende di mira le città dall’altra parte (del con­fine) ma gli israe­liani devono capire che non pos­sono tenerci pri­gio­nieri, sotto asse­dio, sotto pres­sione senza che que­sto pro­vo­chi la nostra reazione».

L’unica “nor­ma­lità” di Gaza in que­sti giorni è lo schermo della tele­vi­sione, il totem intorno al quale si riu­ni­scono le fami­glie per seguire i Mon­diali. L’Algeria ha occu­pato il cuore degli appas­sio­nati pale­sti­nesi ma la nazio­nale afri­cana è stata scon­fitta ed eli­mi­nata dalla Ger­ma­nia. Un affetto che il por­tiere Rais e gli altri nazio­nali alge­rini hanno voluto ricam­biare donando a Gaza il pre­mio con­se­guito ai Mon­diali, circa 6 milioni e mezzo di euro, frutto di tante buone pre­sta­zioni in que­sti ultimi anni e non solo di quelle viste al mon­diale in corso. Un gesto che Gaza ricor­derà per sem­pre anche se ora tifa Brasile.

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