«Imbarcati con la forza, molti di noi sono morti schiacciati»

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POZZALLO (Ragusa) — Una bimba con la tuta rosa fuxia è la prima a drizzarsi in piedi, fra i siriani accucciati sul ponte della nave militare, ad agitare le mani per salutare carabinieri, poliziotti e volontari che rispondono sventolando le loro, dal molo di Pozzallo. Come fosse l’arrivo di una nave crociera. Ma non sono solo il cannone della Marina e la grigia fiancata della «Chimera» ad offuscare la gioia di Amina, dei suoi genitori, di tanti altri bimbi siriani, pur felici delle coccole di medici e marinai, perché sullo stesso ponte c’è un’area stipata di teste nere, quelle di duecento migranti centroafricani che hanno visto morire almeno trenta loro amici e parenti, asfissiati dai gas del motore nella stiva del barcone con cui erano partiti tutti tre giorni fa dalla Libia.
Asfissiati e «schiacciati dentro a forza», come rivela un primo testimone, un giovane siriano con una maglia rossa, perfetto inglese, forse laureato, già classificato come collaboratore di giustizia. Un racconto agghiacciante: «Eravamo troppi, ci obbligavano a salire senza spazio, quelli sotto, la botola chiusa, uccisi dall’ossido di carbonio…».
Bisogna aver visto la foto rimbalzata da un’altra nave della Marina, la «Grecale», ai computer della polizia di Ragusa per capire che «quella stiva, con decine e decine di cadaveri ammassati l’uno sull’altro, è la nuova Auschwitz del Mediterraneo», come commentavano ieri per telefono il dirigente della Mobile Nino Ciavola e il comandante della fregata antisommergibile, Stefano Frumento.
Una stiva ricavata a prua di un peschereccio di venti metri riempito a forza dai trafficanti di braccia e di morte con 566 migranti, molti aggrappati sulle fiancate con metà del corpo fuori. Così li ha visti dall’alto un aereo in perlustrazione lanciando l’allarme alla «Grecale» che ha intercettato il carico sulla rotta fra la costa libica di Al Zawra e Lampedusa, trovato quando la nave aveva già recuperato 320 disperati stipati su un altro barcone in zona. Come era accaduto a tante unità impegnate nell’operazione Mare nostrum fra sabato e domenica. Un fine settimana da incubo. Con un totale record di 5 mila migranti che si aggiungono ai 55 mila già arrivati da gennaio.
Il comandante Frumento, davanti al barcone che ondeggiava come la carretta del film di Emanuele Crialese, ha chiesto aiuto alla «Chimera». E insieme, affiancato il peschereccio, hanno lavorato pomeriggio e sera di domenica al recupero dei migranti. Molti provenienti da Eritrea, Somalia, Camerun. Tanti i gruppi familiari fuggiti dalla Siria, con 52 bambini e tre donne in avanzato stato di gravidanza. Ma la sorpresa agghiacciante, sulla base delle prime testimonianze, è stata l’indicazione della stiva trasformata in una tomba. I militari della Grecale hanno aperto la botola scoprendo così che una parte dei passeggeri era stata volutamente pigiata in quel buco. E che quando tanti hanno cercato di uscire fuori per il caldo, la mancanza d’ossigeno e le esalazioni, temendo un ribaltamento, gli scafisti ancora da individuare hanno dato l’ordine di trattenerli giù, sprangando la botola.
Un’operazione che ha trasformato quella prigione in una camera a gas. Come hanno capito i marinai che hanno avuto la forza di scattare una foto rinviando il recupero dei morti a oggi, quando la «Grecale» arriverà sulla stessa banchina di Pozzallo con a bordo i 320 del primo soccorso e gli altri 150 del barcone della morte, trainando un fardello fradicio diventato un pezzo di Auschwitz. «Solo uomini, quasi tutti a petto nudo, non donne e bambini, come in una fossa comune», spiega Ciavola al procuratore della Repubblica Carmelo Petralia da ieri al setaccio dei 353 migranti approdati con la «Chimera» per individuare gli scafisti. Con l’aiuto di Olfa, la bella ragazza egiziana laureata in lingue e arruolata come «ausiliaria di polizia giudiziaria» ad ogni sbarco da queste parti per stanare i trafficanti. Compito agevolato ieri dal giovane siriano in maglietta rossa, pronto a diventare un testimone del disastro, a indicare sia gli scafisti, come dice lui «black black», tutti neri, sia i suoi amici che hanno scattato foto e girato un video. Materiale prezioso emerso ieri sera al Centro accoglienza dove il procuratore Petralia si è presentato con il pm Serena Menicucci per i primi accertamenti che continueranno stasera davanti a trenta salme.
Un’emergenza aggiunta a un allarme su un sospetto caso di malattia infettiva. Nessuno parla ancora ufficialmente di ebola, vaiolo, Tbc o di altre patologie, ma sono in apprensione i familiari dell’equipaggio a bordo del pattugliatore «Orione» dove, fra i 389 migranti salvati durante un soccorso, è stato identificato il caso sospetto. Il «paziente è stato isolato» e «resta imbarcato con i medici che seguono il suo caso», si apprende in modo laconico. Fatto sta che la nave doveva approdare prima a Messina e poi a Catania. Tappe disdette in attesa di accertamenti. Eseguiti «in navigazione». Come in una quarantena.
Felice Cavallaro



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