Pensioni. La stupidità a quota 96

Pensioni. Il governo Renzi non sta facendo nulla di concreto per svincolarsi dalle politiche del “rigore”. Il “blocco delle assunzioni” è il contesto angusto e immodificabile nel quale colloca il “ricambio generazionale”

Roberto Felice Pizzuti, il manifesto redazione • 6/8/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 1380 Viste

Come è noto, meglio (o meno peg­gio) avere a che fare con i cat­tivi che con gli stu­pidi poi­ché i secondi non si ripo­sano mai. In eco­no­mia, tra i prin­ci­pali esempi di stu­pi­dità da cui stiamo subendo gravi con­se­guenze c’è il «rigore» delle poli­ti­che comu­ni­ta­rie (cata­lo­gato come «stu­pido» dallo stesso pre­si­dente della Com­mis­sione Ue Prodi). I governi hanno asse­con­dato con par­ti­co­lare zelo quella stu­pi­dità, fino a met­tere in Costi­tu­zione (su pro­po­sta del governo Ber­lu­sconi appro­vata anche dal Pd) il vin­colo del bilan­cio pub­blico in pareg­gio senza che fosse necessario.

Il governo Monti, come suo primo atto di governo (decreto “Salva Ita­lia”), affidò alla mini­stra For­nero il com­pito di pre­le­vare dal mondo del lavoro e dei pen­sio­nati il prin­ci­pale con­tri­buto finan­zia­rio per risa­nare i bilanci pub­blici. Eppure, fin dal 1998, il saldo tra le entrate con­tri­bu­tive del com­ples­sivo sistema pen­sio­ni­stico pub­blico e le sue pre­sta­zioni pre­vi­den­ziali al netto delle rite­nute Irpef è sem­pre stato con­si­sten­te­mente posi­tivo. Nel 2011, il sistema pen­sio­ni­stico ha river­sato nel com­ples­sivo bilan­cio pub­blico un saldo posi­tivo di 24 miliardi di euro; nel 2012, è salito a 25,2 miliardi, pari al 1,61% del Pil. Quel prov­ve­di­mento, oltre ad essere pale­se­mente ini­quo, era impre­gnato di stu­pi­dità come è pro­vato — tra l’altro — dalla sor­presa dei suoi autori di fronte alla pur ovvia con­se­guenza del feno­meno degli eso­dati. E a fronte di quest’ultima assurdità,da allora si sta cer­cando di porvi riparo, ma nei limiti impo­sti dalla stu­pi­dità ori­gi­na­ria del “rigore”.

La riforma For­nero era moti­vata da un’ulteriore stu­pi­dità, quella secondo cui sarebbe suf­fi­ciente aumen­tare il numero dei lavo­ra­tori poten­ziali, innal­zando l’età di pen­sio­na­mento, per aumen­tare gli occu­pati, a pre­scin­dere dai limiti del sistema pro­dut­tivo di creare posti di lavoro. Invece, come era ovvio, gli anziani costretti dalla riforma For­nero a rima­nere a lavoro anche per altri sei anni hanno cor­ri­spon­den­te­mente ridotto le pos­si­bi­lità dei gio­vani di tro­vare un impiego. Con gli effetti di con­trad­dire le aspet­ta­tive sia di chi voleva smet­tere sia di chi voleva ini­ziare a lavo­rare, e di ren­dere meno pro­dut­tiva e più costosa la nostra forza lavoro a danno della capa­cità inno­va­tiva e della com­pe­ti­ti­vità del sistema produttivo.

Il governo Renzi ha pen­sato di ovviare agli effetti della riforma For­nero met­tendo mano al cavallo di bat­ta­glia della “rot­ta­ma­zione” che cer­ta­mente non brilla per per­spi­ca­cia (se ci siamo evo­luti dall’età della pie­tra è per­ché ogni nuova gene­ra­zione non è ripar­tita da zero, cioè “rot­ta­mando” le ere­dità di quelle pre­ce­denti, ma ha saputo rice­verne e accre­scere le cono­scenze). Così ha affi­dato alla riforma della Pub­blica ammi­ni­stra­zione (che c’entra?) il com­pito di “favo­rire il ricam­bio gene­ra­zio­nale in un momento di crisi del sistema eco­no­mico nel suo com­plesso e di blocco delle assunzioni”.

In effetti, al di là dei “cam­bia­menti di verso” pre­ten­zio­sa­mente annun­ciati, il governo Renzi non sta facendo nulla di con­creto per svin­co­larsi dalla stu­pi­dità ori­gi­na­ria delle poli­ti­che del “rigore”. Il “blocco delle assun­zioni” è il con­te­sto angu­sto e immo­di­fi­ca­bile nel quale col­loca il “ricam­bio gene­ra­zio­nale”, ma — per di più — lo fa in un modo, ancora una volta, stu­pido. Infatti, il ricam­bio è pra­ti­cato non ini­ziando dai set­tori e dalle man­sioni usu­ranti dove l’anzianità pesa più nega­ti­va­mente sulla dispo­ni­bi­lità e sulla capa­cità lavo­ra­tiva (come nell’edilizia, nella side­rur­gia, nelle atti­vità con turni not­turni, ecc) ma in quelli in cui o è avver­tita rela­ti­va­mente meno o addi­rit­tura può tra­dursi in posi­tiva espe­rienza (come per i com­piti diri­gen­ziali, i medici, i docenti e ricer­ca­tori uni­ver­si­tari).
Peral­tro, in cia­scun set­tore o man­sione lavo­ra­tiva, la capa­cità e la dispo­ni­bi­lità a lavo­rare con il pas­sare dell’età sono diverse da indi­vi­duo a indi­vi­duo: l’approccio più sen­sato al pen­sio­na­mento sarebbe pre­ve­dere mar­gini di fles­si­bi­lità sog­get­tivi. Invece, men­tre For­nero ha impo­sto fino a sei anni di lavoro aggiun­tivo anche in set­tori usu­ranti, Madia vuole imporre il pen­sio­na­mento pre­scin­dendo dalla capa­cità e dispo­ni­bi­lità lavo­ra­tiva indi­vi­duali, anche quando sono arric­chite pro­prio dall’esperienza.

A riprova della sua insi­pienza, il governo Renzi, dopo aver riven­di­cato la respon­sa­bi­lità poli­tica rispetto alle pre­tese di Cot­ta­relli sulle fina­lità della Spen­ding Review, è stato costretto dalla Ragio­ne­ria a emen­dare la pro­pria riforma al Senato due giorni dopo aver chie­sto la fidu­cia alla Camera. E ha dovuto farlo rinun­ciando, per vin­coli di bilan­cio, a “libe­rare” i 4 mila inse­gnanti che hanno rag­giunto “quota 96” (somma dell’età ana­gra­fica e dell’anzianità con­tri­bu­tiva) dal pro­lun­ga­mento lavo­ra­tivo coatto impo­sto da Fornero.

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