Ingorgo di emendamenti, il Jobs act rischia di rallentare

Ingorgo di emendamenti, il Jobs act rischia di rallentare

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ROMA — L’iter di approvazione del Jobs act rallenta per aspettare che il Pd risolva i problemi interni sull’articolo 18. Il disegno di legge delega sulla riforma del lavoro è atteso domani in aula al Senato per la discussione in vista del voto. Che però comincerà la prossima settimana. Il punto è che sulla riforma, che spedisce in soffitta il diritto al reintegro per i licenziamenti senza giusta causa, la tensione è salita. Tanto che questa mattina a Palazzo Madama è in agenda una riunione dei senatori del Pd con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sul Jobs act nel suo complesso. Ma il cuore della discussione è l’emendamento che porta al superamento dell’articolo 18, introducendo i nuovi contratti a tutela crescente (via libera ai licenziamenti a fronte di un’indennità economica, correlata all’anzianità di servizio). La minoranza del Pd, contraria all’emendamento concordato tra Poletti e il relatore Maurizio Sacconi (Ncd), è intenzionata a presentare propri emendamenti alla scadenza dei termini fissati per le 13 di oggi. L’intento sarebbe correggere il nuovo contratto di lavoro a due fasi, ripristinando la tutela dell’articolo 18 nella seconda, cioè dopo tre anni dall’assunzione. Un’eventualità osteggiata da Sacconi. Critico anche sull’emendamento già annunciato dal senatore del Pd Miguel Gotor: estensione degli ammortizzatori sociali, sfoltimento dei contratti precari, limiti all’uso dei voucher.
La preoccupazione del governo è che Sel e Movimento 5 Stelle possano presentare una moltitudine di emendamenti, giocando la carta dell’ostruzionismo. All’interno del Pd l’orientamento è che la discussione di oggi e l’avvio dei lavori in aula consentano di collocare il voto sui contratti a tutela crescente all’indomani della direzione, fissata per lunedì.
L’esecutivo, del resto, vuole vedere approvata la delega in tempi stretti. A ricordarlo sono le parole pronunciate ieri dagli Stati Uniti dal premier Matteo Renzi. «Faremo di tutto per cambiare l’Italia. Alcune cose vanno cambiate in modo quasi violento», va da sé che una delle priorità è proprio la riforma del lavoro. Le difficoltà sono quelle ripetute dallo stesso Poletti sottolineando che, «il governo sta affrontando un tema radicale. Ma l’Italia è il paese del “sì, però” e il però è dieci giri di filo spinato attorno al sì e finisce che non ti ricordi più se il sì era un sì, un no o un forse». Ciò che l’esecutivo non dimentica è l’atteggiamento della Cgil. L’intransigenza del sindacato, guidato da Susanna Camusso, cresce di pari passo con la presa di distanza dei leader di Uil, Luigi Angeletti e Cisl, Raffaele Bonanni dalla linea dura. Ieri, mentre quest’ultimo spiegava che, pur di combattere il precariato, è pronto «a trattare su tutto, anche sull’articolo 18», la segretaria generale della Cgil ha agitato lo spettro dello sciopero generale specificando: «La Cgil ha già detto e continuerà a ribadire che inizierà la mobilitazione. Sarebbe utile per tutti che fosse unitaria ma comunque non ci tireremo indietro». Il sindacato di sinistra pare, dunque, pronto a battere la strada dello sciopero anche in solitudine. Attaccando su tutta la linea. Confindustria compresa. Colpevole agli occhi della Cgil di avallare la riforma di Renzi. Ieri il numero uno di Viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi, è tornato a ripetere: «Come fai a investire in un Paese dove se assumi è per la vita?».
Andrea Ducci



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