L’ombrello di Hong Kong

L’ombrello di Hong Kong

Che sia per il sole, o per le piogge improv­vise cau­sate dal clima volu­bile dell’ex colo­nia, a Hong Kong è un clas­sico uscire di casa, por­tan­dosi sem­pre un ombrello. Se poi scatta la pro­te­sta e biso­gna difen­dersi dagli spray urti­canti o dai man­ga­nelli della poli­zia, ecco che l’ombrello diventa ben pre­sto il sim­bolo della mobi­li­ta­zione. I loghi dell’«umbrella revo­lu­tion» comin­ciano a spun­tare on line, a getto continuo.

Ne ha lan­ciato uno anche Ai Wei­wei, su Twit­ter. Ombrelli che rical­cano la ban­diera di Hong Kong e ten­gono a debita distanza alcune stel­line: un rife­ri­mento nean­che troppo velato alla Cina.
Nell’era della con­di­vi­sione for­zata sui social net­work, ogni pro­te­sta ha biso­gno del suo brand e gli iper tec­no­lo­giz­zati stu­denti — e liberi di infor­marsi, poi­ché ad Hong Kong non vige la cen­sura on line di Pechino — dell’ex colo­nia bri­tan­nica lo sanno bene. Hanno visto on line le rivolte e le pri­ma­vere arabe, hanno com­preso l’importanza di atti­rare l’attenzione della stampa internazionale.

E hanno saputo muo­versi a pro­prio agio sulle strade, fron­teg­giare la poli­zia, dira­mare comu­ni­cati piut­to­sto chiari circa le pro­prie richie­ste e infine, una volta calata la ten­sione, dor­mire per terra e ripu­lire la zona, poco prima di rico­min­ciare le mani­fe­sta­zioni. Hanno con­qui­stato un pub­blico occi­den­tale desi­de­roso di pro­iet­tarsi in altri mondi per tro­vare un po’ di vita­lità e hanno saputo tenere un com­por­ta­mento rigo­roso, nono­stante agli orga­niz­za­tori sia scap­pata ben pre­sto di mano l’intera mobi­li­ta­zione. Men­tre scri­viamo la notte cala a Hong Kong, nugoli di mani­fe­stanti e poli­ziotti dor­mi­ranno un’altra notte di strana vici­nanza, dopo il con­fronto per strada (meno cruento rispetto al week end). È una que­stione locale, per ora. Pechino non è inter­ve­nuta, ma ha fatto ampia­mente capire che lo spa­zio di mano­vra sarà sot­tile, quasi nullo. E oggi si rico­min­cia, con le scuole, ban­che e negozi ancora chiusi. Uno dei mer­cati finan­ziari più impor­tanti al mondo è dun­que bloc­cato: perché?

LA COM­PO­SI­ZIONE DELLA PROTESTA

Cosa vogliono gli stu­denti? E soprat­tutto chi era in piazza in que­sti giorni e cosa potrebbe suc­ce­dere nelle pros­sime ore? Occupy Cen­tral è un movi­mento nato tempo fa. Ha una natura stu­den­te­sca e ha saputo tro­vare l’appoggio anche di atti­vi­sti più anziani (alcuni hanno par­te­ci­pato anche alle pro­te­ste in Cina nell’89) e degli insegnanti.

Una mobilitazione che ha un obiettivo ben preciso: ottenere per le elezioni del 2017 un vero suffragio universale. Si tratta di una richiesta che ha allargato ben presto il fronte della protesta, con rappresentanti della classe media di Hong Kong, da sempre ostili nei confronti di Pechino, a popolare le fila dei manifestanti. Pechino ha infatti promesso il suffragio universale, per l’elezione del chief executive (il primo ministro, attualmente votato da un comitato di 1200 grandi elettori) nel 2017, ma si potrà votare solo una rosa ristretta di nomi, scelti proprio da Pechino. Per il Partito comunista è il massimo della concessione possibile: elezioni sì, ma di chi viene deciso dalla Cina.
Su que­sta pro­te­sta si è inner­vato anche il tra­di­zio­nale sen­ti­mento anti cinese della popo­la­zione di Hong Kong, ormai insof­fe­rente all’atteggiamento dei tanti ric­coni cinesi (defi­niti «caval­lette» dalla stampa locale) che arri­vano sull’isola a com­prare, distur­bare e muo­versi nel con­sueto modo, poco edu­cato secondo certi canoni «bri­tish» ancora pre­senti nell’isola. Ma non è tutto: nella gior­nata di dome­nica ad aggiun­gersi agli stu­denti sono arri­vati anche i lavoratori.

Alcuni sono in scio­pero, come quelli di una fab­brica della Coca Cola, altri fanno parte dei bat­ta­glieri sin­da­cati anti Pechino. Al momento le loro riven­di­ca­zioni non hanno spo­stato l’asse tutto poli­tico (una richie­sta di gene­rica «demo­cra­zia»), ma è chiaro che sotto la pro­te­sta di un movi­mento com­po­sito e com­plesso, covano anche le gravi ingiu­sti­zie sociali create dal fatto che Hong Kong è il prin­ci­pale punto di ingresso dei capi­tali in Cina. Un peri­plo di affari e con­sue­tu­dini che ha por­tato a gen­tri­fi­ca­tion, sfrut­ta­mento e pro­fonde ineguaglianze.

Cosa potrebbe suc­ce­dere ora, con le acque più calme rispetto alla gior­nata di dome­nica? Si atten­dono nuove mobi­li­ta­zioni e all’orizzonte si pro­fila già un appun­ta­mento par­ti­co­lar­mente impor­tante: il primo otto­bre, il giorno in cui la Cina festeg­gia la nascita della Repub­blica Popo­lare. Ad ora la cer­tezza è che i tra­di­zio­nali fuo­chi d’artificio di «festa» sono stati abo­liti. Sarà un test per tutti: stu­denti, lavo­ra­tori, popo­la­zione di Hong Kong e natu­ral­mente, Pechino.

COSA PENSA LA CINA

Dalle parti di Zhong­na­n­hai, il quar­tier gene­rale del Par­tito comu­ni­sta, i bene infor­mati hanno già fatto capire quale potrebbe essere la mossa della Cina. Tra le tante riven­di­ca­zioni degli stu­denti, nelle ultime ore ha assunto un tono più forte la richie­sta di dimis­sioni dell’attuale chief exe­cu­tive, Leung. E pare che Leung potrebbe essere pro­prio il «sacri­fi­cato» della situa­zione. Cac­ciarlo, costrin­gen­dolo alle dimis­sioni, potrebbe essere l’unica con­ces­sione che Pechino pare poter fare agli stu­denti. La verità — infatti — è che la situa­zione non è asso­lu­ta­mente facile, a livello di soluzioni.

È impen­sa­bile che Pechino garan­ti­sca libere ele­zioni a Hong Kong, temendo un effetto domino su Tai­wan (dove ci sono state mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà con gli abi­tanti di Hong Kong). Al con­tra­rio di quanto sosten­gono alcuni media occi­den­tali, l’ipotesi che la pro­te­sta di Hong Kong possa invece avere un effetto sugli equi­li­bri interni di Pechino, è qual­cosa che può essere smen­tito senza dub­bio. I pro­blemi per la Cina non sono sicu­ra­mente quelli di temere un’escalation da Hong Kong alla sua parte continentale.

A que­sto pro­po­sito infatti, è bene sot­to­li­neare alcuni aspetti: innan­zi­tutto la rete e le tele­vi­sioni cinesi non hanno pra­ti­ca­mente dato noti­zia delle pro­te­ste. In secondo luogo, se è vivo un sen­ti­mento anti cinese da parte degli abi­tanti di Hong Kong, non può essere sot­to­sti­mato il sen­ti­mento reci­proco. Chi si è espresso, invece, è stato l’apparato media­tico uffi­ciale, attra­verso alcuni edi­to­riali sui quo­ti­diani di Stato.

Ovvia­mente è stata cri­ti­cata la «mani­fe­sta­zione ille­gale» e si è sot­to­li­neata la neces­sità di rispet­tare la «pace sociale» dell’ex colo­nia bri­tan­nica. Ana­lo­ga­mente però, in alcuni edi­to­riali apparsi sul Quo­ti­diano del Popolo, la situa­zione è sem­brata più fluida, facendo imma­gi­nare un minimo spa­zio di mano­vra, pro­prio riguardo la pos­si­bi­lità di dimis­sioni da parte dell’attuale classe diri­gente di Hong Kong. Non sono man­cate le cri­ti­che alle inge­renze stra­niere, in par­ti­co­lare quelle di Stati uniti e Gran Bre­ta­gna, che si sono espresse in favore delle mani­fe­sta­zioni. C’è da notare, in ogni caso, che in occa­sione delle pro­te­ste, con­tra­ria­mente al pas­sato, la stampa cinese ha sot­to­li­neato meno l’aspetto di «sen­tirsi accer­chiata». Viene pre­su­mi­bil­mente rico­no­sciuta la deli­ca­tezza della situazione.

Pechino sa che in que­sto momento tutti gli occhi occi­den­tali guar­dano a Hong Kong. Anche per que­sto, con­tra­ria­mente a quanto affer­mato da alcuni quo­ti­diani ita­liani, l’ipotesi di inviare l’esercito nell’isola è stata ampia­mente smen­tita. Il Glo­bal Times, infine, ha pro­vato a «difen­dere» il governo di Hong Kong: «Il 4 dicem­bre 2013, ha scritto, il governo della Regione ammi­ni­stra­tiva spe­ciale (Ras) di Hong Kong ha pub­bli­cato il docu­mento di con­sul­ta­zione sui metodi di sele­zione del capo dell’esecutivo nel 2017 per avviare for­mal­mente una con­sul­ta­zione pub­blica di cin­que mesi, per rac­co­gliere le opi­nioni di vari set­tori della comu­nità su grandi temi e que­stioni cor­re­late sul metodo elettorale».

Il governo cen­trale — si legge — ha inol­tre «offerto il suo forte soste­gno al governo della Ras negli sforzi per man­te­nere la sta­bi­lità sociale di Hong Kong e pro­teg­gere la sicu­rezza per­so­nale e delle pro­prietà dei cit­ta­dini di Hong Kong»

IL CAPI­TALE È FILO PCC

Ieri il Wall Street Jour­nal scri­veva che «nella prima mat­ti­nata di lunedì, 17 ban­che ave­vano chiuso 29 filiali, uffici o spor­telli ban­co­mat in tutta la città». Nella serata di ieri alcuni isti­tuti ban­cari hanno spe­ci­fi­cato che faranno svol­gere «tele lavoro» ai pro­pri dipen­denti. Più in gene­rale però nella comu­nità finan­zia­ria di Hong Kong c’è parec­chio fer­mento e pre­oc­cu­pa­zione. Come scrive il quo­ti­diano inglese, « Hong Kong, ex colo­nia bri­tan­nica, resti­tuita al governo cinese nel 1997, opera in modo indi­pen­dente dalla ter­ra­ferma e ha pro­spe­rato come cen­tro finan­zia­rio nel corso degli anni, soprat­tutto come un gateway per la Cina.

Ma i ban­chieri e com­mer­cianti hanno detto che se le pro­te­ste pro-democrazia con­ti­nue­ranno, la pia­ni­fi­ca­zione di emer­genza da parte delle isti­tu­zioni finan­zia­rie, potrebbe non essere suf­fi­ciente per far fronte a gravi per­tur­ba­zioni in uno dei mag­giori cen­tri finan­ziari del mondo». Il capi­tale finan­zia­rio, dun­que, spera che Pechino ci metta una pezza.

E impli­ci­ta­mente è filo­go­ver­na­tivo. La repu­ta­zione di Hong Kong come un hub chiave per l’ingresso del capi­tale glo­bale in Asia «potrebbe essere dan­neg­giata se le pro­te­ste peg­gio­ras­sero», ha detto Phi­lippe Espi­nasse, un ex ban­chiere. «Alla fine dei conti, i mer­cati sono basati sulla fidu­cia e il sen­ti­mento — ha dichia­rato Espi­nasse — Gli inve­sti­tori amano molto la visi­bi­lità e la cer­tezza e potreb­bero quindi ini­ziare a pre­oc­cu­parsi per la sta­bi­lità del mer­cato se la situa­zione peg­gio­rasse in modo significativo».



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