Obama ai musulmani: dissociatevi «Ma non è una guerra all’Islam»

Obama ai musulmani: dissociatevi «Ma non è una guerra all’Islam»

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NEW YORK L’espressione «lead from behind», guidare da dietro, non la sentiremo per un bel po’: l’America non delega più. Parlando ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un Barack Obama freddo, determinato, anche se per nulla trascinante – pochissimi gli applausi, ma tutti lo hanno ascoltato con grande attenzione – ha promesso che gli Usa si rimetteranno a esercitare la loro leadership politica e militare con determinazione e senza farsi distrarre dai problemi interni. Quella appena scatenata sarà una guerra senza quartiere al terrorismo usando tutta la potenza aerea americana, ma senza occupare Paesi stranieri con truppe statunitensi.
Niente guerre di religione, ha promesso Obama. Nessuno scontro con l’Islam né conflitti tra civiltà diverse. Anche perché «a proposito di americani e musulmani non si parla di “loro e noi”: c’è solo il “noi” perché milioni di cittadini americani musulmani fanno parte del tessuto sociale del nostro Paese». Ma proprio per questo la lotta al terrorismo che mina questo tessuto deve essere senza quartiere: «Il terrorismo non è un fenomeno nuovo. Kennedy diceva che era lo strumento di chi non riesce a prevalere con la capacità di persuadere o con l’esempio. Ma nel Ventunesimo secolo abbiamo davanti una forma molto più letale e ideologica di terrorismo che sta cercando in tutti i modo di corrompere una delle più grandi religioni. Gruppi con visioni apocalittiche che dividono il mondo tra adepti e infedeli da eliminare».
Per fermarle la diffusione di questo contagio, Obama propone una battaglia culturale: una specie di patto mondiale che deve vedere in prima linea il mondo musulmano. Ma c’è anche la minaccia immediata del terrorismo del Califfato e di nuove organizzazioni nate da al Qaeda come il Khorasan Group, che dalla Siria progetta attentati con gli Usa e l’Europa. Con queste organizzazioni che spargono sangue di innocenti, dice Obama, non c’è possibilità di dialogo: con loro l’unica opzione è l’uso della forza. E l’America, ha assicurato il presidente, userà con la massima determinazione tutta quella di cui dispone. Ma solo dal cielo e non da sola: guiderà una coalizione di partner, com’è già avvenuto col primo attacco in Siria, tre giorni fa, condiviso da Washington con altri cinque Paesi mediorientali.
Un intervento assai più incalzante di quello pronunciato all’Onu un anno fa: oggi Obama parla da presidente di nuovo in guerra. Per il resto il leader ha condannato di nuovo la Russia per l’aggressione all’Ucraina, ha giudicato insostenibile la situazione attuale tra Israele e Palestina. E ha invitato l’Iran di Rouhani (anche lui qui a New York per l’Onu, ieri ha incontrato il premier britannico Cameron) a cogliere l’occasione storica che viene offerta a Teheran di tornare a svolgere un ruolo internazionale importante per gli equilibri mediorientali: per riuscirci serve l’accordo nel negoziato sul nucleare. Dopo l’assemblea Onu, Obama ha iniziato una girandola di incontri, da quello col nuovo premier iracheno al Abadi, al pranzo con Ban Ki-moon e alcune decine di capi di Stato e di governo. Una giornata suggellata dalla risoluzione antiterrorismo del Consiglio di sicurezza Onu.



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